Ricordo di Giorgio Cardetti

 Ricevo e pubblico il ricordo di Giorgio Cardetti scritto dall’amico Giusi La Ganga

Conobbi Giorgio nel 1965, in vista dell’unificazione socialista, quando i giovani del PSI, a cui mi ero appena iscritto (Marzano, Bellavita, Ferrero, Craveri, i fratelli Tropea), si incontrarono con quelli del PSDI (Cardetti, Tapparo, Collin).
Era una stagione politica piena di speranze: il primo centro-sinistra aspirava a riforme per modernizzare l’Italia e si proponeva, per dirla con Nenni, di “portare i lavoratori alla direzione dello Stato”.  Fra i giovani serpeggiava un forte desiderio di novità e un conseguente impegno politico e sociale, che poco dopo avrebbero alimentato il ’68.
Giorgio era già allora molto maturo, formato alla politica da un’esperienza precoce di partito.  Dibattiti in sezioni piene di fumo, serate a discutere, a scrivere ordini del giorno (cosa in cui eccelleva e che predilesse sempre), a votare mozioni.
Era la pratica dei partiti di massa, in un’epoca in cui il disprezzo per la politica era “qualunquismo”.
Naturalmente quella era la politica intesa come strumento per “cambiare il mondo”, ben lontana dalla mediocre ordinaria amministrazione di oggi.
Il partito era un po’ casa, un po’ famiglia. Lì conobbe Adriana,
che divenne la compagna della sua vita.
Giorgio non aveva un carattere facile.  Aveva una vocazione alla minoranza, combattiva ma, come si diceva allora, “unitaria”.
Era irrequieto, appariva sovente insoddisfatto delle cose che si facevano, che gli apparivano inadeguate.
Dopo un breve periodo nella corrente “intellettuale” del PSI, quella di Antonio Giolitti, dove militavamo insieme, si avvicinò, insieme a Michele Moretti (a cui fu legato da un sodalizio assai lungo) alle posizioni della sinistra del PSI di Lombardi. Anche lì sempre con spirito critico e spesso in contrasto con Nesi, che la guidava a Torino.
Nel comune di Torino operò molti anni, prima come assessore della Giunta Novelli, poi come capogruppo, che sapeva fare egregiamente.   Quando la giunta rossa entrò in crisi, alla fine dell’84, gli proponemmo di guidare una giunta laica che sfidasse Novelli alle elezioni. Accettò, borbottando, e vinse le elezioni.
Si parlava già allora di mettere in moto la città, con grandi progetti che incontravano feroci resistenze in una parte della sinistra.
Restò Sindaco fino all’87, avviando il Piano Regolatore, il passante ferroviario e i lavori per Italia ’90.
Ma amava più la politica della amministrazione e preferì nell’87 candidarsi al Parlamento.  Anni difficili: difficoltà del pentapartito, scontro permanente fra Craxi e De Mita, duello a sinistra, fine del PCI.  Giorgio mantenne sempre un orientamento a sinistra, pur essendo fortemente critico del PCI e soprattutto della sua troppo lenta trasformazione in un moderno partito socialista, che, non a caso, mai si realizzò.
La crisi degli anni ’90 lo portò fuori delle assemblee elettive, di nuovo impegnato nel suo lavoro di giornalista RAI, che svolgeva con scrupolo e passione.
Ha dedicato gli ultimi anni della sua troppo breve vita allo sforzo di ricomporre una forza socialista erede del PSI.
Ne avevamo parlato qualche anno fa, scoprendo che, come ci capitava spesso, non la pensavamo allo stesso modo.
Giorgio preferiva difendere una storia e una tradizione riproponendola, con coraggio e dignità, mentre io pensavo ad una scommessa incerta, il definitivo superamento delle divisioni fra i riformisti con il Partito Democratico.
Non abbiamo ancora una risposta a questo dilemma e Giorgio non potrà più sapere come andrà a finire.
Rimaniamo noi, tanti socialisti, spersi e sparsi, che tentano umilmente di rialzare una bandiera. E soprattutto di ridare forza e speranze alla nostra democrazia.
In questo sforzo Giorgio ci mancherà, ma i suoi compagni di una vita lo ricorderanno con stima e affetto.