Città Metropolitane

Anche oggi si parla di città metropolitane e qualcuno come al solito deve esagerare. Il nostro sindaco e ministro ombra per le riforme scrive oggi una lettera a la Repubblica dove elogia l’importanza della città metropolitana, dipingendola come opera fondamentale per il futuro dei cittadini.
E poi aggiunge che è tutta colpa mia (e quindi, sottinteso, di Sinistra Per visto che parla di componenti del pd) se le città metropolitane non nasceranno e i cittadini torinesi saranno condannati a vedere frustrati i propri bisogni.
Sempre oggi su La Stampa, però, un editorialista di punta come Luigi La Spina scrive della totale inutilità delle città metropolitane. Ora mi chiedo, dato che non ho mai visto La Spina ad un incontro della mia area politica, se il giornalista è un pericoloso membro occulto di Sinistra Per oppure è il sindaco che questa volta ha preso un abbaglio.
A proposito, vi rimando ad un altro autorevole parere, quello dell’assessore provinciale Umberto D’Ottavio, anche lui, lontanissimo da Sinistra Per.

Dice La Spina: In politica c’è una regola che dice: «Tutto si aggiunge, nulla si sostituisce». L’esperienza, purtroppo, ci fa facilmente prevedere la sorte della cosiddetta «città metropolitana», se mai sarà attuata. La nuova istituzione, lungi da riuscire ad abolirne qualcuna, si affiancherà agli attuali comuni, province e regioni. Così la trimurti di autorità che vediamo sempre impegnata in un carosello di inaugurazioni, discorsi, firme si trasformerà in un quartetto. Insomma, si dovevano tagliare i costi della politica, ridurre le burocrazie, snellire le procedure e si finirà per spendere di più, moltiplicare impiegati e funzionari, complicare la vita ai cittadini. L’idea della città metropolitana, tra l’altro, non ha neanche il merito di essere nuova. La lanciò, addirittura negli anni cinquanta del secolo scorso, un vecchio liberale, lucido e anticonformista: Giovanni Malagodi. Allora costituiva l’intuizione, precorritrice e rivoluzionaria, delle conseguenze, sul piano dell’architettura politica, di quella trasformazione urbana.
Ma anche sociale che caratterizzò lo sviluppo del secondo dopoguerra in Italia. Applicata dopo cinquant’anni perderebbe tutto il suo significato innovatore, in una rincorsa patetica a un ritmo di cambiamenti territoriali ed economici che sarebbe davvero illusorio imprigionare in confini geografici e funzionali codificati e, addirittura, istituzionalizzati.
E’ ovvio che le grandi città italiane intessono con i comuni circostanti una rete di rapporti assai stretta, in una interazione di ruoli sociali, di scambi economici, di interessi convergenti e complementari che richiede la massima sinergia nelle iniziative e una assidua collaborazione tra enti che insistono su un territorio omogeneo. A Torino, si possono citare molti casi esemplari, dal progetto della «città della Salute» al passante di corso Marche, per non parlare della questione «Alta velocità», di come, di volta in volta, con la massima flessibilità e concretezza, si sia facilmente riusciti a coinvolgere tutte le rappresentanze interessate.
Ci sarà qualcuno, naturalmente, che sosterrà come la «città metropolitana» serva proprio per ridurre poltrone, strapuntini, palazzi ed uffici della pubblica amministrazione. Saremo lieti di crederci se sarà seguita la seguente procedura: prima si abolisca qualche istituzione e, poi, si decida di crearne un’altra, con costi minori per il personale addetto e procedure più snelle per i servizi ai cittadini. Il contrario non vale. E finchè i torinesi non vedranno questo «miracolo», lasciamo le vecchie idee agli illuminati progenitori che le concepirono. Gli attuali epigoni non meritano la loro eredità. Neanche svalutata.