Lettera del padre di una ragazza siciliana in stato vegetativo persistente

Ho ricevuto via mail, la lettera di un padre disperato che chiede solo un po di giustizia, ho deciso di condividere con voi le sue riflessioni ed i suoi pensieri, spero di riuscire ad aprire un dibattito in merito. La lettera è lunga ma merita di essere letta tutta.

sono Luciano Di Natale, padre di Sara, una ragazza ragusana di 25 anni in stato vegetativo. Da più di due anni. io e mia moglie assistiamo Sara 24 ore su 24 e facciamo il lavoro di sei infermieri. A volte dobbiamo prendere decisioni urgentissime sulle cure da somministrare a nostra figlia, anche se non abbiamo le competenze sanitarie adeguate.
Le voglio manifestare la mia profonda amarezza per le carenze,  di strutture per postcomatosi. nella mia città ed in Sicilia ed è per questo che, per farla riabilitare, ho dovuto ricoverare mia figlia in un  centro d’eccellenza  di Ferrara, senza, peraltro, potere usufruire, per il trasferimento con l’aereo opportunamente attrezzato, del sostegno economico del servizio Nazionale Sanitario (ad altri elargito per ricoveri all’estero, vedi Bernardo Provenzano).
Nell’occasione  La invito a leggere la seguente lettera , nella quale voglio esprimere la mia solidarietà a Beppino Englaro che, come me, vive  una “realtà parallela” incredibilmente dolorosa  per avere una figlia in stato vegetativo persistente.
Egli sta dimostrando  forza e grande dignità in mezzo a tanto rumore e a tanto  starnazzare.

Lettera del padre di una ragazza  siciliana in stato vegetativo persistente.

Ma facciamo silenzio!
Per un momento fermiamoci, riflettiamo e:

Immaginiamo che gravissimi danni cerebrali, riportati a seguito di un forte  trauma  cranico, ci costringano a stare giorno e notte a letto oppure in una sedie a rotelle, senza avere la possibilità di  vedere e di sentire le voci dei nostri cari e di cacciare via una mosca dal viso perché incapaci di muovere anche un dito,
Immaginiamo di non riuscire a trattenere l’urina e le feci e di sentirci voltare e rivoltare da mani esperte sul letto ogni tre ore per il cambio del pannolone come quando eravamo bambini , di non poter mangiare nulla perché non riusciamo a deglutire , di non riuscire a bere perché l’acqua andando in trachea ci farebbe soffocare, di sentire i liquidi invadere lo stomaco tramite un  foro fatto nella pancia.

Immaginiamo di avere un tubo inserito nella gola che ci consente di respirare ma che ci provochi, quando tossiamo o starnutiamo, dolorose  lacerazioni alla trachea.

Immaginiamo di avere passato  tre mesi in una sala di rianimazione con forti crisi epilettiche e di esserne usciti con gli arti deformati per la lunga immobilità e poi di avere fatto degli inutili  viaggi della speranza ( con i nostri  cari)  in  Italia o all’estero.

Immaginiamo di essere stati sottoposti a tre interventi chirurgici ai polmoni a causa di forti difficoltà respiratorie.

Immaginiamo di essere assistiti intere nottate in casa, trasformata in corsia ospedaliera, dai nostri cari che cercano di evitare che ci possiamo mordere le labbra o la lingua,  che ci favoriscono la respirazione utilizzando ventilatori, apparecchi per l’aerosol e aspiratori che, continuamente, tirano fuori, attraverso lunghi tubi,  le secrezioni che ostruiscono  i bronchi e le vie   respiratorie .
Immaginiamo poi, come aggravante, di abitare in una regione d’Italia, la Sicilia, dove le strutture di riabilitazione per  postcomatosi sono del tutto insufficienti e dove le famiglie sono costrette  a salti mortali per la riabilitazione dei loro malati e dove devono lottare, continuamente,  per ottenere  i   diritti  che invece hanno i cittadini di regioni più virtuose.

Immaginiamo di non avere  speranze di guarigione o di una vita umanamente accettabile.

Accetteremmo di vivere una vita così  oppure, se potessimo farlo, rifiutare le “buone” intenzioni dei medici che ci vogliono dare per <elemosina> una vita di stenti e dire:
No grazie io non voglio la vostra elemosina, non voglio che sia violata la mia dignità!
 
Facciamo SILENZIO  e RISPETTIAMO Eluana.

RISPETTIAMO il dolore di un padre che con grande dignità ha  lottato e lotta per il bene di Eluana.
Smettetela con le televisive crociate delle bottiglie d’acqua al Duomo di Milano perché le indulgenze non sono più garantite ed è improbabile che il  promotore  di tali pellegrinaggi sia  dichiarato  “santo subito” (magari come <grande santo protettore> dei giornalisti).
Chi scrive è il padre di una ragazza di 25 anni in stato vegetativo persistente da due anni e mezzo, a causa di uno shock anafilattico dovuto all’ingestione di una polpetta di carne trattata con sostanze nocive, che una mano incosciente aveva  aggiunto nel tritato, per guadagnare qualche miserabile euro in più.
Mia figlia ed Eluana  sono doppiamente sfortunate  perché oltre ad avere le loro giovani vite spezzate, non hanno potuto rifiutare l’uso della “tecnologia avanzata” delle sale di rianimazione  per chiedere di morire secondo natura.
I medici delle rianimazioni, avendo a disposizione apparecchiature tecnologicamente avanzate, sono in grado di strappare alla morte molti pazienti sottoponendoli a tutte le cure possibili, anche se consapevoli della loro inutilità e delle conseguenti sofferenze.

Spesso l’esito di un coma degenera in uno stato vegetativo; di esso dice la letteratura scientifica: <E’ il più controverso disturbo della coscienza; è un fenomeno moderno,  prima sconosciuto, prodotto  delle rianimazioni e delle terapie intensive. Chi è in questo stato  reagisce agli stimoli dolorosi e non è in grado di attivare la masticazione, la deglutizione ed è del tutto incontinente>.
Io dico che lo stato vegetativo che non è vita ma non è nemmeno morte, è mostruoso, (un  frutto della medicina del 2000). E’ un ibrido di vita e, simultaneamente, di morte.
Non è accettabile umanamente questa degenerazione della medicina.

Penso che se si facesse un referendum in Italia, dopo una vera informazione, il 95 % degli italiani (il resto sarebbero fondamentalisti religiosi, o masochisti, o disinformati) voterebbe per il testamento biologico.

Per quanto ho detto, ecco perché il padre di Eluana, costretto a difendersi dagli attacchi virulenti che arrivano anche dai  vescovi in trasferta oltreoceano, parla di “natura violentata”.
E la stessa cosa avrà pensato  Papa G. Paolo secondo, quando rifiutò il sondino per l’alimentazione, chiedendo di “lasciarlo andare alla casa del Padre” (come ha scritto in un libro il suo segretario). Se i medici rianimatori (di altissimo livello) non avessero rispettato la sua volontà, con i loro strumenti di “tecnica avanzata” avrebbero mantenuto in vita il Pontefice chissà per quanto tempo e,  probabilmente, potrebbe essere ancora vivo.
Il Papa , persona intelligente, lo sapeva che il “rifiuto” delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per  eutanasia.
Il malato ha il diritto di scegliere che la malattia segua il suo corso naturale .
E facciano religioso silenzio quei preti con i  loro sagrestani  che contestano la giusta sentenza dei Giudici di Milano che hanno dimostrato equilibrio e grande umanità .
Probabilmente tali Giudici  hanno pensato alla “vita dell’individuo”, a cui compete la capacità di discernimento  e libero arbitrio .
Nella sentenza c’è il rispetto per l’uomo. Il rispetto per Eluana.
Ho l’ impressione che invece una parte del clero ami di più la dottrina consolidata piuttosto che l’uomo. Questo è un problema interno alla chiesa cattolica  e spero che  sia  dibattuto in modo approfondito in quanto essa ha una  grande  influenza su molte fasce della società e della politica  italiana.
Anche Eluana  non avrebbe mai accettato quella innaturale condizione in cui si trova.
Noi, persone libere, non  abbiamo motivo di dubitarne come invece, maliziosamente e faziosamente, fa qualche nostro concittadino alle vette della politica.
Ed ha ragione il Presidente della Consulta di Bioetica ( Maurizio Mori)  quando dice: “Eluana ha scelto che non avrebbe voluto vivere da vegetativo permanente, ed e’ giusto rispettare la sua volonta’. Si può dissentire, ma e’ bene moderare i toni nel rispetto delle diverse convinzioni e degli opposti valori.
E facciano silenzio tutti , soprattutto quei politici che con l’uso quotidiano dei mass-media si ergono ad arbitri e  custodi della vita.
Penso che, da loro, Eluana è trattata come un mezzo per difendere la loro morale che vorrebbero imporre a tutti e tremo all’idea che possano discutere e legiferare su di una materia tanto delicata come il testamento biologico o altri problemi di etica.

Ragusa 27 luglio 2008                                                                   Luciano Di Natale

 

26 pensieri riguardo “Lettera del padre di una ragazza siciliana in stato vegetativo persistente

  • 28 luglio 2008 in 11:12
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    Cari Amici e Compagni,
    Discutere di queste cose è molto doloroso ma va fatto! Seguo da mesi la vicenda di eluana e sono solidale con il sig. Englaro, comprendendone motivazioni, passione e impegno. Credo che la vicenda meriti , almeno il tentativo, di essere regolata per via legislativa… I tribunali danno valutazioni troppo diverse e discrezionali, pertanto non credo si debba riporre fiducia nelle soluzioni giurisdizionali: i diritti vanno affermati per via legislativa, concedendo ai cittadini di poter decidere liberamnete prima, con il testamento biologico, o attraverso i propri congiunti. Non ho soluzioni precostituite , neppure certezza di avere risposte a casi che si presentato sempre diversi e complessi. ma una riflessione nel PD , nell’area più sensibile ai diritti delle persone, alla libertà , alla laicità , è doverosa. Perchè non organizziamo un convegno, una serata , semmai invitando qualcuno dei protagonisti di queste storie, insieme a teologi, studiosi di biologia, etica e politica , per confrontarci?
    perchè, Stefano, a Pra catinat , in settembre non si dedicano 3 ore a questa uimportante vicenda umana, che è di grande attualità? Sarebbe un bel modo per impa rare , crescere e confrontarsi con questioni vere…Gli esperti e le opinioni discordi tra loro non mancano,anche nel nostro Partito, anche tra di noi: Fare crescere il dibattito è un modo, forse banale, per rendere tutti più informati e sensibili al tema.
    a presto
    luca

  • 28 luglio 2008 in 13:06
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    Caro Stefano innanzitutto complimenti per il tuo blog, se mi autorizzi ti linko al mio che coltivo con passione e soddisfacenti risultati da quasi tre anni…
    Il tema che proponi è una delle tante sfide che abbiamo davanti nella costruzione di un moderno partito riformista. Non è più tempo di rifugiarsi nelle obiezioni di coscienza ne tanto meno nella anarchia dei valori. La gente, la nostra gente, vuole elaborazione e sintesi anche e specialmente su queste toccanti argomenti che tirano in ballo la vita e la morte… Insomma non possiamo essere un partito alla carta ma urge darci un forte e innovativo profilo valoriale…
    Ciao
    Massimo

  • 28 luglio 2008 in 13:18
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    E’ difficile esprimere un giudizio a riguardo. Dire se è giusto tenere in vita artificialmente Eluana e le persone nel suo stato, oppure se sia più opportuno staccare la spina, anche perchè in questi casi le persone interessate non sono in grado di esprimere la propria volontà. E’ vero che oramai Eluana vive in uno stato vegetativo e che non ci sono speranze (o quasi) che possa ritornare ad uno stato cosciente, però è anche vero che in rari casi si è assistito a dei risvegli improvvisi, anche dopo anni di coma (penso al signore polacco (o ceco?) che qualche mese fa, dopo 19 anni di coma, si è risvegliato).
    Sicuramente una regolamenteziona legislativa della materia sarebbe opportuna, anche perchè lasciare che decisioni così delicate siano rimesse alla totale discrezionalità e sensibilità dei giudici potrebbe portare a provvedimenti opposti in situazioni analoghe, con conseguenze aberranti sul piano della certezza del diritto.
    Certo però che è comunque limitativo inquadrare questa materia nell’ambito del diritto in senso stretto, atteso che sicuramente un tema così delicato coinvolge altri settori come l’etica, la medicina, la filosofia.
    Concordo comunque sull’opportunità di aprire un dibattito anche all’interno del PD sul tema, coinvolgendo giuristi, medici, filosofi e ovviamente i cittadini.

  • 28 luglio 2008 in 14:16
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    Non ponso che sia giusto esprimere giudizi ed opinioni su fatti cosi drammatici e personali.
    Penso che sia necessario parlare di questi problemi e diventare interpreti di queste disgrazie.
    Vedete, scrivendo queste poche righe, mi sento come quel medico che annuncia i mesi che rimangono ad un malato terminale.
    Mi sento asettico, distaccato, quasi incurante del tema vero: di notizie brutte ne leggiamo tutti i giorni ed ormai non ci fanno più caldo ne freddo.
    Certo è complicato discutere di argomenti che, se non ti hanno toccato direttamente, appaiono come cosi ipotetici e lontani dalla realtà di ognuno di noi.
    Farsi carico di queste situazioni, però, mi sembra un obbligo morale, ma ancora di più un obbligo personale per chi vuole occuparsi di politica e quindi di persone, di persone in carne e ossa e con sentimenti, pensieri, aspirazioni.
    Troppe volte ci troviamo a leggere, ad ascoltare, assistere a casi che ci fanno riflettere.
    Credo che sia il caso di iniziare una seria riflessione su una piaga che oramai sta invadedo prepotentemente le nostre vite.
    E’ per questo che accolgo l’invito di Stefano.
    La bio-etica, cioè l’etica della vita non può più essere lasciata a trattazioni giornalistiche televisive da meta pomeriggio con l’unico obbiettivo di portare un pubblico alla commozione indotta quale modo per farlo sentire parte di una comunità, prima che torni alla programmazione della cena della sera.
    Non tutto il mondo è cosi, questo è chiaro, ma se questo mondo non si fa sentire non esiste nella nostra civiltà dell’immagine.
    Non si può, però, neanche lasciare ancora una volta libero spazio a opinioni di parte, che proprio per la loro peculiarità, non posso rappresentare la coralità di opinioni che deve comprendere le comunità religiose al pari dei movimenti e dei partiti.
    In questo senso porto una notizia: non so quanti di voi sapessero che questo giugno si è concluso il primo Master Post Universitario di secondo livello in Bio-Etica organizzato in Italia.
    Più precisamente organizzato dalla FACOLTA’ TEOLOGICA DELL’ITALIA SETTENTRIONALE – Sezione Parallela di Torino.
    Master a cui hanno aprtecipato un numero ampio di persone (medici, pedagoghi, giuristi…), dimostrando che il tema è ed era molto sentito già da diverso tempo in italia.
    Questo dovrebbe farci capire che si deve iniziare ad aprire una discussione seria su un orgomento che va dal Diritto alla Vita, dal Diritto alla Maternità, alla Paternità, all’ Eutanasia.
    Coinvolgendo più voci possibile, raccogliendo esperienze e testimonianze per poi unificare una proposta che veda al centro l’uomo in quanto cittadino.Dove si dica quali sono i diritti, quali i limiti di questi diritti e fin dove si può sostituire il diritto individuale con volori collettivi comunemente condivisi.
    Creo che questo sia il primo compito di un partito che si dice di ispirazione popolare, quello di farsi carico dei problemi delle persone e che cerchi di proporre soluzioni sempre più vicine ai bisogni reali senza retorica e falsi moralismi.
    Solo cosi si potra rispondere a lettere che, nel descrivere un dramma familiare, fanno trasparire un forte senso di abbandono e di impotenza di interi nuclei familiari.
    Forse questa è la nostra vera responsabilità.

  • 28 luglio 2008 in 23:40
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    Ciao Stefano,
    chiedersi se è fattibile migliorare la disastrosa sanità pubblica è legittimo. Impegnarsi e riuscirci è doveroso.
    Affrontare temi così particolarmente delicati non può che essere il primo passo per migliorare la sanità. Forse riusciremo anche a far notare che dell’etica professionale medica si poò fare anche a meno e ricorrere all’eutanasia per compiere un gesto di umanità nei confronti di chi subisce direttamente ed indirettamente questo stato di cose.
    Si evince che, per quanto mi riguarda, sono favorevole all’ap’provazione di una Legge che consenta l’eutanasia per chi è in grado di scegliere ed altresì per coloro che devono decidere nei confronti di altri.
    Complimenti per il blog.
    Fraterni saluti.
    Brancaglion Stefano

  • 29 luglio 2008 in 09:18
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    Parlavo di questi temi sabato sera con un’amica tornando da una festa del PD, i soliti compagni …,in ogni caso credo che occorra distinguere almeno due liveli di discussione sul tema:
    con riferimento ai singoli casi dovremmo limitarci alla solidarietà perché credo sia impossibile capire fino in fondo ed allo stesso tempo proporre delle soluzioni non superficiali;
    c’è poi una dimensione pubblica dell’argomento, in questo caso i nomi non servono, serve una riflessione, che ha come presupposto un’adeguata informazione, il tutto deve avere una portata generale ed astratta per poi calarsi alle fattispecie concrete attraverso il principio della massiama autodeterminazione.Volendo metterla per qualche riga sul piano filosofico direi che è un campo in cui non volendo sentirmi un relativista, sposo almeno le tesi di Vattimo e tempero il mio pensiero, mi aspetto altrettanto…Se condanna al “relativismo morale” deve essere allora voglio discutere su quale sia il canone dell’oggettivazione…Non certo i “Canoni” di Benedetto XVI, allora preferisco il buon vecchio “Tribunale della Ragione”… o l’idea più moderna , ma in fondo quasi ottocentesca del sentimento…come in quell’etica senza dio( e non ho dimenticato di schiacciare lo sfit) che Eugenio Lecaldano ci aiuta a ricostruire.

  • 29 luglio 2008 in 11:28
    Permalink

    Rispondo alla lettera del Sig. Luciano Di Natale.
    Vorrei condividere con questo signore due ammirevoli esempi di genitori e di moglie di persone gravemente colpite da andicap diversi, persone che amavano il loro famigliare, persone che non hanno mai contato le ore, i denari, le fatiche spese.
    Il primo era un bambino affetto da una gravissima malattia al cervello. Un bambino che doveva essere imboccato, pulito, cambiato; un bambino a cui dovevano spostare le manine ed i piedini in quanto non era in grado di muoverli; un bambino vedendo il quale ci si chiedeva se sapesse di essere al mondo, se fosse vita quello che c’era in lui: poteva sembrare un vegetale, una bambola di pezza. Eppure se gli era vicino la mamma la guardava con due occhi che non dimenticherò mai: due occhi grandi e sorridenti che sarebbe stato un delitto spegnere. In certi momenti di sofferenza, si agitava, respirava male; allora, la sorella maggiore gli suonava qualcosa con il flauto ed egli si calmava e si tranquillizzava. Hanno provato a registrare alcuni brani suonati dalla sorella per farglieli sentire quando questa era assente, ma inutilmente: il bambino se ne accorgeva e non servivano a nulla. Quindi, non era quella bambola di pezza che poteva sembrare, priva di sentimenti, di coscienza.
    Il secondo era un signore su una carrozzella, colpito da una grave malattia in continuo peggioramento. La moglie lo assisteva, lo lavava nella vasca con grandissima fatica, lo imboccava, gli parlava: ne era innamoratissima.
    Questi sono due esempi di persone ai limiti tra la vita e la morte ma anche di altissimo amore: amore alla persona ed amore alla vita.
    In quel suo lungo elenco di “immaginiamo” lei commette un errore di base: parte dal principio che al posto di queste persone ci siano individui sani, coscienti. Mi chiedo: cosa sappiamo noi del loro stato? Del loro mondo? Non sono in grado di comunicare esternamente quello che provano, ma forse avrebbero molto da dirci, da insegnarci, come gli occhi di quel bambino. Quella mamma e quella moglie amavano quelle persone, non avrebbero mai voluto staccarsene. E quando il bambino è mancato, la mamma ne ha pianto la perdita come di un figlio sano, come di una persona cara a cui era comunque legata da grande affetto. Non ha mai detto :”Almeno ha finito di soffrire!” Nell’altro caso, purtroppo, è mancata prima la moglie, ed era preoccupatissima per lasciare il marito solo: sapeva benissimo che nessuno lo avrebbe più seguito come aveva fatto lei, con lo stesso amore. Lei, mi perdoni, ma vuole veramente bene a sua figlia? Nella prima parte della sua lettera non fa altro che parlare di disagi, sofferenze e difficoltà sue e di sua moglie. Chi vuole bene non fa questi conti. Forse il disagio è suo, la sofferenza è sua nel vedere la figlia in quello stato. Ma, ripeto, cosa ne sappiamo noi di questo? Questa sua veemenza e queste sue energie sarebbero molto meglio spese nella lotta per ottenere strutture efficaci ed assistenza in modo da non essere soli, abbandonati, in questa lotta che, mi rendo conto, è dura e difficile.
    Le ha dato la vita una volta: perché vuole togliergliela adesso? Perché di omicidio si tratta: sua figlia è comunque viva. Cosa intende quando parla di vita “umanamente accettabile”? Il mito fascista dell’organismo perfetto, sano e robusto? La vita è un qualcosa che esula dalle nostre conoscenze e possibilità. Nessuno di noi “fa”, “produce”, “costruisce” la vita. L’atto coniugale non è che un assemblare del materiale che – non sempre, quindi non siamo noi a decidere se e quando – può vivere di vita propria, si sviluppa nel corpo della donna senza esserne un organo ed indipendentemente dalla sua volontà. Gli stessi studiosi e ricercatori, per i loro esperimenti (clonazione e quant’altro) attingono a materiale genetico già vivo, già esistente. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, tanto amato quanto strumentalizzato a seconda delle convenienze, è sempre stato contrario ad aborto ed eutanasia: la vita deve avere un inizio, uno svolgimento ed una fine “normale”, naturale. Non è possibile che ci sia chi – medico, giurista, filosofo, legislatore – possa decidere se un altro suo simile debba continuare a vivere o no. Altrimenti, non oso pensare cosa potrebbe succedere quando un ammalato diventi così grave ed abbia bisogno di cure così costose da rappresentare un costo per lo Stato.
    Cordialmente,
    Giovanni Ferrando

  • 29 luglio 2008 in 11:37
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    Ciao, più che leggi occorrono strutture che aiutino le famiglie a non liberarsi del problema ma ad affrontarlo. Prima di invocare la morte per qualcuno bisognerebbe chiedersi a quanti abbiamo dato la vita… Non mi riferisco al pensiero cattolico, ma un laicismo per il quale la vita vale per quello che è e per come è vissuta a nprescindere dalla condizione psicofisica. A parte che ci sono casi in cui ci si risveglia dal coma dopo anni e anni, ormai si parla di morte con troppa leggerezza. A me fa paura pensare che i peggiori dittatori hanno ucciso per difendere il loro potere e che noi pensiamo di uccidere non per alleviare le sofferenze di altri, ma perchè ci crea disagio guardare in faccia uno che soffre… ammesso che soffra .
    Certo, una persona che soffre ed è lasciata sola o si sente un peso per gli altri, può giungere a chiedere di morire, ma chi le sta vicino dovrebbe nchiedersi troppe cose e guardare in se stesso; perciò spesso si referisce dire che il malato avrebbe voluto morire piuttosto che dipendere da altri o altre scempiaggini del genere…Non è per caso che guardare uno che soffre ci fa riflettere e a noi non va di farlo? La cosa che mi fa più schifo di tutte, però, è che casi che dovrebbero risvegliare solidarietà o pietà, vengono usati dai più a fini politici: infatti, poco si parla di migliorare i servizi per i malati terminali o per chi non è autosufficiente, di aprire nuovi cronicari o favorire la terapia contro il dolore. C’è da sperare che certe proposte di soluzioni drastiche, un domani, non diventino un modo per liverarsi di disabili troppo gravi o costosi.
    Auguro a tutti di stare sempre bene, ma non vi illudete, ciò non è possibile… fortunatamente! Infatti già così siamo tanto arroganti: se non fossimo destinati ad avere dei problemi saremmo al livello di Hittler.
    Saluti e scusate i toni: Versari Giovanna.

  • 29 luglio 2008 in 15:53
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    L’amore per i propri figli o per i propri cari, così come il dolore non ha temi di confronto o metri di giudizio. Le valutazioni etico-morali che ne derivano, per quanto ci si sforzi di estraniarsi per poter valutare “serenamente” le situazioni drammatiche che quotidianamente molte persone sono tenute ad affrontare, sono sempre opinabili e lasciano sempre un sapore amaro in bocca derivante dalla enormità del problema e dalla “piccolezza” del rimedio.
    Credo che il tema etico sia doveroso lasciarlo alla singola sensibilità e che sia profondamente sbagliato cercare di ideologizzare gli stati d’animo e la ricerca di soluzioni che la vera disperazione porta a ricercare.
    Credo che il problema vada analizzato solo dalla parte riferente l’obbligatorietà dello Stato e della comunità che di esso fa parte di trovare le strade percorribili di ausilio a queste persone per aiutarle a superare un dramma che è e resta del tutto personale e che, proprio per questo motivo, non deve essere lasciato alle singole forze oppure a sporadici interventi volontaristici che, proprio per la loro intrinseca essenza non possono divenire strumento e riferimento.
    Al di la della creazione di strutture idonee di assistenza specialistica che continuano ad essere carenti nel nostro paese, ed i continui “pellegrinaggi” a cui sono costrette le famiglie colpite da questi problemi ne sono diuturna testimonianza, credo vada affrontata senza falsi pregiudizi la questione dell’ausilio e del supporto economico alle famiglie colpite da così grandi drammi esistenziali.
    Nelle more delle difficoltà quotidiane in cui si dibatte l’organizzazione socio-sanitaria nazionale, a fronte degli innumerevoli tentativi di mantenere in essere qualunque struttura pur di non rinunciare all’eventuale centro di potere che nè deriva, forse il tentativo di voler ritornare all’uomo come singolo valore da salvaguardare può essere un buon viatico per la Politica.
    Ricercare il “dimagrimento” dell’elefante sanità per recuperare risorse da destinare ai singoli interventi di sostegno alle personr colpite, non solo a conti fatti porterebbe ad un risparmio ma farebbe sentire in modo tangibile la presenza della stato a chi tanto bisogno ha di sentirlo vicino.
    Mi rendo conto che è facile a dirsi ma…. certamente però, se si vuole arrivare ad una soluzione che possa ritenersi soddisfacente, qualche passo iniziale si deve pur fare.
    Riportare il singolo, proprio nel suo momento di maggior bisogno e debolezza, a protagonista passa anche attraverso al riconoscimento tangibile del suo bisogno e del suo dolore, forse più ancora del seppur meritevole contributo di chi si adopera per lui.
    Gian Carlo Memeo

  • 29 luglio 2008 in 17:24
    Permalink

    Parliamone, con gli occhi lucidi e il groppo in gola, non lasciamo che i salotti televisivi diventino gli arbitri delle nostre vite, hanno già fatto tanti danni. Parlarne con emozione e con rigore, con affetto per le tante Eluana, Sara e chissà quante altre persone che silenziosamente vivono o meglio non vivono e aspettano che una mano misericordiosa stacchi il tubo. Per me, per i miei figli, i miei cari non avrei dubbi, ma è giusto e corretto che se ne parli e che si tenti di trovare una soluzione soddisfacente, tanto il mistero della vita è destinato a rimanere tale e nessuno potrà mai sapere o dire cosa è veramente giusto. E’ giusto provarci, senza moralismi o timore di affrontare argomenti scomodi, buon lavoro Stefano so che ci metterai grande impegno.

  • 31 luglio 2008 in 08:20
    Permalink

    Do volentieri il mio contributo.
    Non conosco in dettaglio la vicenda delle persone in coma vegetativo persistente ma è una questione su cui da qualche anno gran parte della politica ha scelto di tenere un profilo basso e su cui vale probabilmente la pena di ridiscutere.
    Credo che una legge contro qualsiasi accanimento terapeutico e che sancisca il diritto a veder rispettate le scelte fatte attraverso il proprio testamento biologico sia necessario.
    Credo che una legge che regoli in senso meno restrittivo la fecondazione assistita e che favorisca coppie che la vedono come un’opportunità nel loro percorso umano ed esistenziale piuttosto che una manipolazione della sacralità della vita fin dal concepimento, , sia ancora necessaria.
    Credo che una legge come la 194 non debba essere difesa esclusivamente per il timore che qualsiasi modifica e revisione sia l’occasione per una revisione in senso restrittivo.
    Credo che una legge che riconosca le unioni al di fuori del matrimonio, non al pari di un qualsiasi contratto fra privati, renda giustizia a molte coppie coerenti con le proprie scelte e le proprie attitudini.
    Credo che qualsiasi etica e visione della vita che non si basi su forme di prevaricazione individuali e collettive vada guardata con rispettato ma che allo stesso modo non possa diventare Diritto in uno Stato non confessionale.
    La questione che mi pongo, come elettore e iscritto (?) al PD, è quanto sia possibile in questo Paese parlare di laicità dello Stato dopo il referendum del 2005 e il successo della linea interventistica scelto della Chiesa Cattolica.
    Nei giorni del referendum passavo ho visto davanti ad oratori e istituti religiosi svariati, tazebao, molto naif e partecipi, in cui si sostenevano e propagandavano la scelta astensionistica.
    Sicuramente un risultato quel referendum l’ha ottenuto: ha dimostrato la capacità della Chiesa Cattolica di mobilitarsi contro qualsiasi legge ed opzione della politica italiani che contrasti con i propri valori fondamentali sulla visione dell’uomo e delle sue regole sociali.
    Le ragioni di come cattolico ha cercato di ribadire la separazione fra scelte etiche e legge dello Stato hanno trovato sempre meno spazi in questa contesa.
    Questo è forse il punto qualificante: cominciare a discuterne, partendo anche con iniziative e dibattito, non dimenticando che il ns.referente non è solo chi ha già una visione laica dello Stato (visti i risultati del referendum non siamo in moltissimi) ma soprattutto chi come credente voglia riconoscere il Diritto a diverse visioni della vita e dell’esistenza all’interno di una comunità nazionale.
    Forse questo è il modo migliore per sostenere la battaglia di Eluana, di Sara ma probabilmente anche la battaglia di ognuno di noi quando si ripropone un contrasto fra i Diritti individuai e opzioni etico-religiose che che diventano Legge e Regola dello Stato.

  • 1 agosto 2008 in 12:25
    Permalink

    credo che molti abbiano frainteso il senso del dibattito..non siamo qui per giudicare e criticare i genitori delle vittime perchè stanchi di dovere accudire un proprio congiunto in stato di coma vegetativo con possibilità di risveglio vicino allo zero…i genitori hanno tutto il diritto di esternare il loro disagio nel dovere affrontare quotidianamente un calvario..il nostro dovere è quello di aprire un dibattito che abbia la finalità di arrivare ad una regolamentazione legislativa di casi come quelli di eluana.
    quindi per dare un senso (anche pratico) al dibattito i temi che dovranno essere affrontati per dirla in modo spiccio, sono i seguenti: eluana può da un punto di vista medico – giuridico considerarsi ancora in vita? E’ subentrata in eluana la morte cerebrale? e per andare oltre, se Eluana deve considerarsi ancora in vita si possono interrompere le terapie intensive che la mantengono viva senza commettere omicidio volontario? è giusto smettere di nutrirla senza avere raccolto un suo consenso preventivo? E’ sufficiente avere raccolto il suo consenso visto che nel nostro ordinamento l’eutanasia è vietata? sarebbe opportuno introdurre nel nostro ordinamento un diritto all’eutanasia? ecc…il resto sono considerazioni inutili e dannose al dibattito..

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