città metropolitana

Sempre per quanto riguarda la città metropolitana, oggi c’è un articolo su torino cronaca con le dichiarazioni di Aldo Corgiat (PD) e Barbara Bonino (AN).
Qui di seguito inoltre, pubblico un elaborato di Giusi La Ganga

IL GOVERNO DELLE AREE METROPOLITANE

Un governo moderno delle aree metropolitane non è un’invenzione recente.
Il primo tentativo risale agli anni ’60, quando con il PIM (piano intercomunale milanese) si provò a concepire una politica urbanistica e infrastrutturale integrata. Era la stagione degli entusiasmi riformatori e pianificatori del primo centro-sinistra.  Studi di grande modernità, progetti brillanti, ma risultati concreti pochi, se non quello di svecchiare la cultura del governo locale.  Emerse con chiarezza il problema del soggetto istituzionale dotato dell’autorità per andare oltre la attuale frammentazione.
 
Un tentativo importante di soluzione fu quello che elaborarono Torino e il Piemonte a cavallo fra gli anni 70 e 80.  Era il tempo del primo regionalismo, che voleva riorganizzare tutta l’amministrazione locale. Nacque l’idea di creare  un’istituzione sovracomunale che superasse le province: il “comprensorio”.
Con il contributo dell’IRES, a cui collaborarono personalità come  Bodrato, Simonelli, Detragiache, Maspoli, Rivalta, si arrivò a definire il comprensorio di Torino, stralciando Pinerolese e Canavese e mantenendo insieme  alla città anche la Val di Susa.  Gli amministratori locali furono chiamati ad eleggere un’autorità sovracomunale.  La Regione rafforzò i nuovi organismi delegando funzioni amministrative e trasferendo risorse finanziarie.
L’innovazione era importante e implicava il superamento delle province, che in effetti per qualche anno languirono in attesa di estinzione.
Ma l’esperimento fallì.  Nessun organo di autogoverno locale ha una vera forza se non ha una legittimazione democratica, che può derivare solo dal voto dei cittadini. E inoltre il legislatore non accompagnò lo sforzo con adeguate modifiche alla legge comunale e provinciale.

Con la riforma degli enti locali della fine degli anni ’80 si aprì un’altra fase.
Per le aree metropolitane si pensò di dotare di più ampi poteri l’unico ente elettivo di area vasta che esisteva: la provincia.  Nacque l’idea delle “province metropolitane” che avrebbero dovuto assumere poteri in materia di urbanistica, ambiente, territorio, trasporti, lasciando ai comuni i servizi alla persona. Le regioni avrebbero potuto favorire il progetto con gli strumenti di sempre: delega di funzioni e di risorse.  Si ipotizzò per la prima volta che anche lo Stato destinasse alle province metropolitane risorse aggiuntive.
L’idea avrebbe potuto funzionare, ma fallì per la resistenza dei grandi comuni, che desideravano non ridurre ma accrescere i propri poteri, estendendoli all’hinterland, come credo vogliano fare anche oggi.
In tempi più recenti la questione assume un rilievo costituzionale nel 2001, quando le Città Metropolitane (art. 114) diventano enti autonomi con propri statuti, poteri, funzioni alla pari di Comuni e Province.
La Città metropolitana assume così una legittimazione elettiva analoga a Comuni e Province, riferita al proprio territorio ove non opererebbero più altri enti locali.
Si avrebbero in sostanza due forme di governo: quello ordinario su due livelli (comune e provincia), quello metropolitano che unifica le competenze di provincia e comune, fatte salve Municipalità o circoscrizioni.
Il pregio di questa soluzione è di affrontare alla radice sia il problema della legittimazione democratica sia quello della semplificazione, sopprimendo la provincia e, successivamente, anche i comuni nel territorio metropolitano.
Per attuare l’art. 114 della Costituzione non si può dunque dare vita ad un ente “di secondo grado”, associazione di comuni, né conferire un rango metropolitano agli attuali comuni più grandi, affidando loro funzioni e responsabilità di area vasta, sovrapposte agli altri comuni.  Sono due strade apparentemente più rapide ma destinate a sicuro fallimento.
Solo l’elezione diretta di un Sindaco e di un consiglio metropolitano  può mettere in moto un processo irreversibile di cambiamento e di semplificazione.
E’ chiaro che questo implica un percorso ed una fase di transizione.
Se questo significa prorogare alcune amministrazioni per uniformarne le scadenze con altre, poco male.
Un’ultima considerazione merita la questione finanziaria. E’ auspicabile che a sostegno della riforma vengano destinate risorse straordinarie, per rendere competitive le nostre aree urbane con quelle del resto d’Europa.
Questo corrisponde all’interesse dell’intero sistema Italia, e non potrà essere finanziato con un aumento della pressione fiscale locale.