UNA SCUOLA PRECARIA PER UNA SOCIETA’ SEMPRE PIU’ PRECARIA?

In queste settimane, partecipando a numerose manifestazioni e assemblee di protesta contro i provvedimenti sulla scuola introdotti con il decreto Gelmini, ho potuto verificare di persona la preoccupazione e la consapevolezza diffusa non solo tra gli operatori scolastici (docenti e personale tecnico-amministrativo) ma tra i genitori.
Il ricorso allo strumento del decreto d’urgenza e al voto di fiducia ha finito per cancellare ogni possibilità di dibattito su un tema tanto significativo per il futuro del Paese, impedendo di far emergere il fatto che a preoccupare le famiglie italiane non sono solo i tagli, i grembiulini e il voto in condotta.
Siamo in presenza di una destrutturazione del sistema dell’istruzione pubblica attraverso una pesante riduzione delle risorse; l’abbassamento delle tutele contrattuali e salariali dei lavoratori della scuola e la razionalizzazione della rete scolastica, ovvero accorpamenti di istituti, aumento del numero di studenti per classe, chiusure delle scuole nei piccoli Comuni e nelle aree marginali come la montagna, riduzione degli insegnanti di sostegno per i bambini disabili.
Ma c’è di più. La riforma Gelmini non è semplicemente una sforbiciata al mondo della scuola (di istituti, personale e risorse) ma un duro colpo alla generazione di mezzo. Quella generazione che va dai trentenni fino ai quarantacinquenni, che si trovano già in grave difficoltà, perché costretti a sperimentare sulla loro pelle tutte le forme di flessibilità dell’epoca globale. Una generazione che ha visto venir meno le certezze sul lavoro, che fa i conti con una precarietà che si protrae per anni, con retribuzioni sempre più basse, in balia dell’inflazione, dei mutui crescenti e dei timori di una crisi finanziaria che – non illudiamoci – renderà ancora più acuto il processo di impoverimento del ceto medio. Una generazione, insomma, che sta peggio in termini di qualità della vita rispetto a quelle precedenti. Questo è il problema principale che la riforma della scuola mette sul tappeto ma che sta sfuggendo al PD e alla sinistra tutta.
Giusto raccogliere le preoccupazioni degli insegnanti, protagonisti importanti della scuola, ma abbiamo bisogno di condurre la nostra battaglia partendo dalle problematiche delle famiglie. Perché questa generazione di mezzo, che ha già tanti problemi e che deve tirare avanti con 1.000 euro al mese, si troverà a dover fare i conti con il venir meno di un prezioso strumento di formazione: il tempo pieno. Quel tempo pieno – e lo dico da padre di due bambini – che non è un posto dove parcheggiare i figli ma un punto di eccellenza del nostro sistema educativo, che garantisce ai ragazzi una buona istruzione venendo incontro ai bisogni delle famiglie sempre alle prese con la necessità di conciliare i tempi del lavoro con quelli della vita. Il tempo pieno è per i genitori garanzia che i nostri ragazzi sono a scuola ad apprendere, mentre noi siamo alle prese con un lavoro che ha mutato forma, è diventato instabile, lontano da quello standardizzato della grande fabbrica e del pubblico impiego tradizionale.
La conseguenza dei provvedimenti voluti dal Governo Berlusconi sarà soprattutto questa: i nostri bambini usciranno alle 12.30. Penalizzando le madri, i padri e le famiglie meno abbienti, che non potranno affrontare ulteriori costi per trovare per i figli non più un’opportunità di formazione ma un semplice – in questo caso sì – luogo di deposito.
Un Paese come l’Italia che ha un livello di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa, che si trova a fare i conti con un preoccupante analfabetismo di ritorno e con giovani generazioni sempre più culturalmente impoverite  (sono davvero tanti gli adolescenti che non possiedono i fondamentali della matematica, grammatica, storia e geografia…) può permettersi di mettere in discussione il diritto all’istruzione?
Perché di questo si tratta, come dimostrato dalla scelta di trasformare scuole e istituti in fondazioni private: ciò che non verrà garantito dall’offerta pubblica sarà accessibile attraverso un costo aggiuntivo per le famiglie.
Se quella che si sta delineando è una scuola precaria per una società sempre più precaria, nella quale la qualità dell’istruzione sarà in rapporto al censo e dove promozione della famiglia e politiche per la natalità rischiano di essere formule vuote, allora, o come PD comprendiamo che questa è una straordinaria occasione per aprire una coraggiosa battaglia culturale, oppure non saremo più in grado di dialogare con la generazione di mezzo e di interpretarne insicurezze e bisogni.
La mia generazione dovrebbe rappresentare il motore del Paese. Orfani del tempo pieno, rischiamo di consegnare all’Italia di domani dei figli che non solo avranno tutti i problemi che abbiamo oggi noi (e forse qualcuno in più) ma con l’aggravante di essere ancora più ignoranti.