Com’è difficile fare i padroni quando in politica si sta a sinistra

Stefano Feltri – Il Riformista

C’è una storia di crisi e recessione che sta spaccando il Partito democratico e che ripropone una vecchia questione: gli imprenditori possono essere di sinistra?

La vicenda è quella della Indesit, una delle società del gruppo Merloni, che ha deciso di chiudere lo stabilimento di None, a Torino, e trasferire tutta la produzione di lavastoviglie a Radomsko, in Polonia. La decisione, spiega l’azienda in un comunicato, «è dovuta esclusivamente a criteri di competitività sui mercati internazionali». I seicento operai di None si troveranno quindi senza lavoro, con la fabbrica chiusa e senza la speranza di una ristrutturazione come quella che, a Firenze, ha permesso alla Elettrolux di smettere di produrre frigoriferi non competitivi per dedicarsi ai pannelli solari. Fin qui una delle tante ristrutturazioni aziendali che hanno toccato il Piemonte negli ultimi mesi. La differenza è che in Parlamento siede Maria Paola Merloni, 43 anni, figlia del presidente della Indesit Vittorio, deputata del Pd e, finché è durato, ministro del Governo ombra. In eccellenti rapporti con Francesco Rutelli, l’onorevole Merloni ha rivendicato in una recente intervista: «Non sono né prestata alla politica né in aspettativa dall’impresa, cerco di conciliare le due cose». Infatti continua a sedere nel consiglio di amministrazione.

Ai deputati del Pd che andavano ai cancelli dell’Indesit a discutere con gli operai del futuro dell’azienda e di come fare pressione sul Governo, veniva risposto: parlatene con lei. Così Stefano Esposito, anche lui onorevole, ha provato a chiedere alla Merloni di incontrare i dipendenti, ma visto il suo silenzio, ha fatto un comunicato pubblico firmato anche da altri due deputati, Antonio Boccuzzi e Giorgio Merlo in cui si appellano all’onorevole Merloni perché «pur nel rispetto di scelte imprenditoriali, faccia sentire la sua voce su questa drammatica crisi che investe il nostro territorio, dimostrando che può esistere una naturale coesistenza tra l’appartenere a un partito riformista e le soluzioni che si adottano in momento di crisi economica». E il Pd chiede al Governo (nello specifico al ministro dello Sviluppo Claudio Scajola) di convocare un tavolo per discutere della crisi della Indesit. Ma tra i banchi della maggioranza qualcuno ironizza che il tavolo dovrebbero convocarlo all’interno dello stesso Partito democratico con Maria Paola Merloni. Intanto i sindacati preparano una manifestazione nazionale a Torino contro la Indesit e la sua proprietà: «Noi ci opponiamo all’ipotesi della chiusura e chiediamo soluzioni alternative», spiega Gianluca Ficco della Uilm, ma soprattutto protestano contro la svolta dell’azienda, che ha rotto una lunga tradizione di confronto con i lavoratori per andare allo scontro diretto. E il 20 marzo, con il corteo, forse sfileranno anche alcuni deputati del Pd marciando, di fatto, contro la propria collega Merloni.

La sensazione che comincia a circolare a sinistra, ma che nessuno si sente di dichiarare pubblicamente, è che la crisi stia dimostrano che gli industriali non possono essere davvero di sinistra perché, quando la situazione è difficile, le logiche aziendali prevalgono sempre sui valori del partito. Un argomento a favore di questa tesi lo si trova anche alla Piaggio, altra azienda che conta un parlamentare tra i componenti della proprietà. Matteo Colaninno, altro ministro ombra democratico, non si occupa direttamente della gestione del gruppo industriale comprato pochi anni fa dal padre Roberto (ora presidente di Alitalia). Mentre faceva il ministro ombra dello Sviluppo, la Piaggio chiudeva un accordo separato (senza la firma della Cgil, cioè) che ora sarà sottoposta a un referendum tra i dipendenti. «L’azienda si è comportata secondo la logica del prendere o lasciare», dice Maurizio Landini, che per la Fiom sta seguendo la trattativa.
Nel caso dei Colaninno, dice un osservatore, c’è un’altra variabile che conferma l’imbarazzo di essere imprenditori a sinistra: i rapporti di famiglia. Quando suo padre Roberto si candidò a comprare Alitalia – nella cui quota evidentemente Matteo è giocoforza cointeressato – il giovane ministro ombra per lo Sviluppo doveva andare in tv a dire che l’investimento famigliare (cioè anche suo) era politicamente sbagliato e dannoso per i conti pubblici.

«A volte è molto meglio tagliare un dito che perdere un braccio», ha detto ieri in un’intervista Massimo Calearo, che prima di entrare in Parlamento con il Pd aveva la fama di essere tra i più duri in Federmeccanica, associazione di categoria delle imprese di metalmeccanica e minacciava lo sciopero fiscale contro l’inefficienza romana. Ha spiegato che Maria Paola Merloni «sta soffrendo tantissimo per tutta questa situazione» e il Pd «è un partito molto ampio, dove ci sono imprenditori e anche sindacalisti. Ed è giusto che ci sia dialettica e confronto». Non sarà che con la Grande Recessione si scopre che, sotto sotto, gli imprenditori sono sempre di destra? «Non me lo faccia dire, voglio ancora pensare che si possa essere imprenditori in modo diverso, riformista, e sul modello di Adriano Olivetti. Per questo mi aspetto che la Merloni dica qualcosa, qualsiasi cosa, ma non sono certo che lo farà», risponde l’onorevole Stefano Esposito.