L’alta finanza arriva in Sala Rossa

Il Pd convoca in Comune la Compagnia di San Paolo

Parola d’ordine: «chiarezza». E’ la ragione che ieri ha spinto il Consiglio comunale a convocare nei prossimi giorni i vertici della Compagnia di San Paolo: in primis Angelo Benessia, il presidente. Il «rendez-vous» si terrà nella conferenza dei capigruppo in seduta congiunta con la prima commissione comunale. Un’iniziativa «forte», che dimostra l’attenzione con cui la Sala Rossa segue le vicende della Compagnia. Obiettivo: ottenere chiarimenti sulle ultime operazioni finanziarie, con le ricadute per il nostro territorio, permettendo a tutti di porre domande e scongiurando ricostruzioni inesatte o strumentali alla battaglia politica.

Parola del capogruppo del Pd Andrea Giorgis. Ieri, in conferenza capigruppo, ha ottenuto di far confluire le due interrogazioni presentate dal Pd (Cassiani) e dalla Lega Nord (Carossa e Angeleri) nella richiesta bipartisan di un’audizione dei vertici della Compagnia. Ora si andrà al chiarimento, aperto al pubblico: quanto basta per imporre ai capigruppo un corso accelerato di alta finanza.

Al centro del dibattito politico, iniziato dal deputato del Pd Stefano Esposito con un’interrogazione al ministro Tremonti, la complicata operazione finanziaria annunciata a inizio maggio dalla Fondazione, che potrebbe portare al 30 di giugno la Compagnia ad acquistare un altro 1,93% del gruppo Intesa e quindi a rafforzare la partecipazione sfiorando il 10 per cento.

La prima tappa è del marzo 2008. L’allora gestione Grande Stevens, temendo l’arrivo di una tempesta sui mercati finanziari, si preoccupò di tutelare il patrimonio della Compagnia sottoscrivendo con la banca d’affari Barclays contemporaneamente due opzioni (un diritto a comprare o a vendere in una data prestabilita azioni della banca). Due strumenti di segno opposto: una “put” che dà alla Barklays il diritto di vendere alla Compagnia l’1,93% del capitale ordinario di Intesa Sanpaolo a 3,28 euro e una “call” che dà a Barclays il diritto di acquistare lo stesso numero di azioni. La scadenza dei due contratti era il 19 dicembre 2008. Quando è stato sottoscritto il titolo Sanpaolo valeva attorno ai 4,3 euro. Grande Stevens e il segretario Generale Piero Gastaldo temevano la caduta del titolo, per questo hanno messo in piedi una forma di assicurazione sul patrimonio. Il diritto ad esercitare l’operazione sta nelle mani di Barclays. La Compagnia può decidere invece come liquidare i contratti: o in contanti o comprando o cedendo le azioni. Ovviamente dietro c’è un premio. Nel mese d’agosto dello scorso anno la nuova dirigenza della Compagnia, presidente Angelo Benessia, decide di mettere mano all’operazione e rinegozia tutto il contratto: cede di cedere l’opzione “call” e quindi la possibilità di vendere titoli incassando un provento di 236.050 euro mentre prolunga al 30 giugno 2009 la “put” e rinegozia il prezzo facendolo scendere da 3,28 a 3 euro. Nel frattempo, ma soprattutto da novembre in avanti, è arrivata la tempesta azionaria. Tre settimane fa la Compagnia ha stabilito che si prenderà le azioni con un esborso di 733 milioni di euro. L’alternativa era mettere già a bilancio 2008 una perdita potenziale di 260 milioni, senza avere in mano nulla. Adesso il titolo Intesa viaggia attorno ai 2,3 euro.

In sintesi, le domande di Esposito, e che saranno al centro del dibattito, sono due. Primo: aver cambiato il contratto ha fatto sì che le due operazioni non si bilanciassero più e quindi la natura assicurativa si sia trasformata in speculativa? «Cosa non permessa per una fondazione», sostiene Esposito. Secondo: se le comunicazioni e le eventuali richieste di autorizzazione al ministero del Tesoro sono arrivate nei modi e nei tempi giusti.