Rifondazione Capitalista

TITO BOERI – Repubblica

 

Questa recessione verrà probabilmente ricordata in Italia come una stagione di rifondazione … capitalista. Quelle sovrastrutture che rappresentano oggi i soci di riferimento dei maggiori gruppi bancari italiani, meglio conosciute sotto il nome di fondazioni bancarie, dovranno per forza di cose cambiare natura. Difficile per loro continuare a conciliare profit e non-profit, la loro influenza dominante nel disegnare le strategie dei maggiori gruppi bancari italiani con la loro natura di enti senza fini di lucro. Sarà una rifondazione che può fare molto bene alla nostra economia. Sì, sono proprio questi cambiamenti quelli che fanno pensare che le crisi servono bene a qualcosa. 

Da qualche settimana si susseguono gli stress test ufficiosi delle banche italiane, come richiesto da Banca d´Italia nel processo di Basilea 2. Queste autovalutazioni patrimoniali servono per verificare se i bilanci sono in grado di sopportare un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche e l´inevitabile incremento delle sofferenze bancarie durante le recessioni. I risultati sono confidenziali, ma sembrano abbastanza incoraggianti, secondo le indiscrezioni trapelate sui giornali. In ogni caso, se così non fosse, alcuni “rapporti riservati”, come quello anticipato una settimana fa dal Sole24ore non sarebbero probabilmente mai arrivati sulle scrivanie dei direttori. Uno stress test, quasi per definizione, non può stressare il vasto pubblico.

C´è un tratto comune a tutti gli scenari presi in considerazione da questi stress test: almeno fino al 2012 nessun istituto di credito sarà in grado di distribuire dividendi agli azionisti, se vuole mantenere rapporti patrimoniali giudicati appena sufficienti in questa fase dai mercati. Questo significa che le fondazioni bancarie sono destinate a vedersi private della loro maggiore fonte di entrate per almeno tre anni, se non quattro. A questo punto, hanno due strade di fronte a loro. La prima è quella di cessare di agire per il conseguimento dei fini sociali che ne giustificano l´esistenza proprio nel momento in cui la recessione alimenta una forte domanda di sociale. Sarebbe come gettare la maschera, rivelarsi come meri strumenti di potere, gestori-ombra che preferiscono stare dietro le quinte e che sono sordi ai bisogni in nome dei quali erano stati dotati di mezzi ingenti. La seconda strada è quella di diversificare il portafoglio delle fondazioni, allentando il loro controllo sulle banche cosiddette “conferitarie”. Questo renderebbe le fondazioni al contempo meno vulnerabili a una crisi che per lungo tempo è destinata a ridurre i profitti delle banche e in grado di allargare il proprio raggio di azione, sentendosi meno vincolate alla base locale tradizionale di queste banche. Non c´è dubbio alcuno sulla preferibilità, dal punto di vista del benessere sociale, di questa seconda rifondazione. Lo stesso apologo ricorrente delle fondazioni narra di enti che sono riusciti ad assicurare stabilità alle banche pur diluendo il loro controllo nell´ambito del processo di concentrazione degli istituti di credito. Perché non dovrebbero le fondazioni ora dare ulteriore prova di sé, usando diluenti ancora più potenti? 

Ci sono due cose di cui il nostro paese difetta grandemente. Da una parte abbiamo un disperato bisogno di investitori istituzionali capaci di avere orizzonti di lungo periodo. La crisi rischia di allontanare ancora di più nel tempo il decollo dei fondi pensione in Italia, dato che si moltiplicano i pentimenti fra chi ha optato per non lasciare il Tfr in azienda. Dall´altra, si sente la necessità di avere enti non-profit in grado di colmare i vuoti dello stato nel promuovere progetti di pubblica utilità su scala nazionale. In Italia il non-profit è troppo spesso sinonimo di localismo, il che oltre ad essere spesso una contraddizione in termini (perché diventa strumento di potere locale), ne riduce fortemente le potenzialità. Le nuove fondazioni bancarie possono essere sia investitori istituzionali che enti in grado di finanziare progetti sociali e di ricerca di rilevanza nazionale, con effetti da volano sulla cosiddetta welfare society. 

Si dirà che oggi le fondazioni bancarie non hanno le competenze necessarie per selezionare progetti di rilevanza nazionale. Se così fosse non sarebbero neanche in grado di scegliere a livello locale tra chi spartire le enormi risorse di cui dispongono. Forse sono percepite come operatori su scala locale e, quindi, non riescono sollecitare domande di finanziamento per progetti che non nascano nel territorio da loro presidiato. Può darsi che, in effetti, ci sia un problema di domanda. Ma esiste già un coordinamento delle fondazioni che potrebbe proprio sollecitare progetti di rilevanza nazionale e chiamare le singole fondazioni a contribuire a questo sforzo comune. Sempre che questa associazione, l´Acri, non serva solo come strumento di pressione, garante della preservazione della propria specie. Dovrebbe, in realtà, contribuire a finanziare progetti “nei settori della ricerca scientifica, dell´istruzione, dell´arte, della sanità, della cultura, della conservazione e valorizzazione dei beni ambientali e paesaggistici, dell´assistenza alle categorie sociali deboli”. Se però dovessero prevalere altre finalità, bisognerà rifondare anche questa fondazione delle fondazioni. Lo diciamo senza alcuna acrimonia.