Insulti e violenze x l’assenza in aula

Repubblica

 Al primo piano, nella sala Berlinguer, si celebra la prima udienza del processo agli assenti del Pd, quelli che non erano in aula al momento del voto sullo scudo fiscale. Intanto in aula, di fronte a decine di deputati attoniti, la parlamentare democratica, mozione Marino, Ileana Argentin, costretta sulla sedia a rotelle da una tetraplegia, denuncia un episodio sconcertante: «Da venerdì, quando ho mancato la votazione sullo scudo fiscale, ho ricevuto minacce e aggressioni verbali e fisiche: non solo sabato alla manifestazione sulla libertà di informazione, ma anche ieri sera, camminando per la strada a piazza Venezia quando la mia carrozzina è stata presa a calci». Parla con la voce rotta dalla commozione, strappa un applauso fragoroso dell’assemblea, fuori dalla buvette se la prende garbatamente anche con Soro per non aver reso pubblico il suo certificato medico, ma lui si risente: «Che c’entro io? Ho detto subito che c’erano dodici malati, non potevo pubblicare la lista». Lei non ci sta a passare per assenteista con oltre l’80% di presenze in aula, mentre «tanta gente si dichiara malata e non lo è», perché «chi lavora in buona fede non merita di essere preso per i capelli» da un gruppo di ragazzotti scalmanati come è successo a lei. Un fattaccio, insomma, che rende bene l’idea di quale siano gli umori della base più estremista verso i «reprobi» che hanno salvato senza volerlo il governo. «Basta farsi un giro sui nostri siti e su Facebook per capire che aria tira», ammette Roberto Giachetti, uno dei membri del direttivo.

La prima udienza alla fine si conclude con la richiesta di espulsione dal partito di Antonio Gaglione, recordman di assenze, già dimessosi dal gruppo Pd e passato al misto, che reagisce facendo sapere che il suo distacco dal partito risale a un anno fa quando denunciò ai vertici del Pd la malagestione della sanità in Puglia prima delle inchieste baresi. E scatta la convocazione per gli altri nove membri del gruppo senza certificato medico che dovranno portare ragioni valide per giustificare il loro comportamento. Tra loro, anche i tre espatriati quel giorno a Madrid su mandato del Pd, Pistelli, Melandri e Lanzillotta; la Binetti impegnata con la Croce Rossa, l’eletto in Cile Fabio Porta, Grassi, Giovanelli, Pompili e Bucchino. Entro due giorni Soro dovrà decidere le eventuali sanzioni, dal semplice richiamo alla sospensione dal gruppo per un mese con la perdita secca di 400 euro al giorno di indennità parlamentare. Gli assenti giustificati, invece, sono salvi ma è chiaro che si sentono presi di mira pure loro. Alcuni come la Madia, sono contriti. «Avevo una visita programmata e avevo chiesto il permesso, l’unica assenza in due anni». Altri come D’Antoni non si scompongono. «Ho una cartella clinica lunga così…», spiega seduto su un divano in Transatlantico. Altri ancora sono mortificati. «Ho sentito al telefono la Codurelli ed era più mortificata che preoccupata per l’infarto che si è quasi beccata venerdì», racconta un suo collega. 

I militanti infuriati che si aspettavano punizioni esemplari subito «senza se e senza ma» dovranno attendere. «Il direttivo non è un tribunale del popolo», dice Soro, il quale venerdì sera aveva offerto le sue dimissioni poi respinte, sembra, da Bersani e Franceschini. Ma sulle sanzioni i dalemiani non premono e anche Bersani è freddino: «Bisogna organizzarsi meglio, darsi più disciplina». «Ma quali sanzioni, pensino a dirigere bene il gruppo», sibila acido Ugo Sposetti. E il torinese Mimmo Lucà non è il solo a sostenere dentro il conclave del Pd che allora sarebbe il caso di sospendere «un pezzo del gruppo dirigente», visto che Franceschini, Bersani e D’Alema, erano assenti al voto di martedì sulle pregiudiziali insieme ad altri 56 deputati. La provocazione cade lì, Soro non la raccoglie, ma poi replica stizzito a D’Alema che sabato aveva puntato il dito contro il funzionamento del gruppo: «Ci fanno la lezione ma i numeri dimostrano che il Pd ha il 79% di presenze in aula, mentre i Ds e il Pci arrivavano al 75%…».