Risposta a Berta (Stampa 29/10/09)

L´analisi dei nodi che secondo Giuseppe Berta il PD piemontese si trova a dover sciogliere assomiglia tanto a una illustrazione a posteriori della piattaforma politica di Dario Franceschini e del suo candidato locale Cesare Damiano. Questo non stupisce, visto che il professor Berta durante la fase congressuale ha partecipato a non pochi appuntamenti elettorali di quella Mozione, e questo inevitabilmente fa sì che le sue parole assomiglino più alle considerazioni di un supporter deluso che non alle analisi di un libero intellettuale.

Credo, innanzitutto, che i 3 milioni di italiani (tra questi quasi 160.000 piemontesi) che hanno partecipato alle primarie, votando e scegliendo, meritino maggior rispetto: non si può esaltare la grande partecipazione e poi trovare da ridire su quanto da loro deciso. Ed è mancare di rispetto agli iscritti e agli elettori affermare che la vittoria di Bersani (e di Morgando) apre la strada a una riedizione del Pci-Pds-Ds. Quello che è sicuro è che il voto del 25 ottobre pone fine agli aspetti deleteri del veltronismo: all´idea di un partito liquido, dove conta solo il leader e la sua corte. I nostri elettori non hanno votato con la testa rivolta al passato, ma hanno optato per un´idea di partito robusto, organizzato, popolare, radicato nel territorio e nella società, che non insegue le sirene del nuovismo né che confonde la propria consistenza politica e culturale con la visibilità sui media. Ci hanno fatto capire che non ci possiamo accontentare di andare ospiti nel salotto della De Filippi, di avere migliaia di amici su Facebook, di inventare nuovi dirigenti attraverso Youtube. La scelta di Bersani è una soluzione di continuità rispetto alla stagione del veltronismo: non l´approdo a una `Cosa 4´ ma il ritorno al progetto originario del PD come fusione e sintesi tra le tradizioni socialista, cattolica e liberale.

E ancora: ma come fanno ad accusare Bersani e Morgando di volere un partito `post-comunista´ e troppo socialdemocratico coloro che volevano consegnare il partito (e i principali incarichi istituzionali prossimamente in gioco) all’asse Damiano-Chiamparino-Fassino, ovvero ricompattare in Piemonte quello che fu il PCI torinese degli anni Settanta. Questo sì che avrebbe significato sancire il fallimento completo del progetto politico del PD.

Trovo singolare il richiamo al `partito del Nord´, visto che quell’idea suggestiva è stata poi sconfessata dal suo stesso promotore, Sergio Chiamparino, che dopo la prima riunione a Milano del Coordinamento degli amministratori nordisti non si è più curato della cosa. Così come è singolare avanzare il timore che la ricerca delle alleanze possa sbiadire gli elementi programmatici del PD, visto che Bersani a livello nazionale e Morgando qui in Piemonte intendono fare del PD il perno di un´alleanza riformista capace di allargare i confini intorno a chiari punti programmatici, quindi non un´alleanza contro (tipo fronte di liberazione dal berlusconismo), ma un´alleanza per un´idea di Paese e di società.

Quando Sergio Chiamparino stava pensando se candidarsi alle primarie per la Segreteria nazionale ho giudicato utile una sua scelta in tal senso. Perché per essere dei leader veri bisogna misurarsi non solo con le pagine dei giornali, ma anche con gli iscritti e gli elettori. Sono certo che Chiamparino, dopo essere stato tra i principali collaboratori di Veltroni e di Franceschini, possa continuare ad essere una risorsa per il PD. Purché non resti prigioniero di una certa vocazione all’incompiutezza che lo ha visto indietreggiare nei momenti decisivi. Il tentennamento non è una virtù dei grandi politici, i quali (ce lo ha insegnato Bobbio), hanno come professione non quella di coltivare i dubbi ma di assumere delle decisioni.

Stefano Esposito