L’INSOSTENIBILE MERCATO DELL’ORO BLU

Ugo Mattei – IlManifesto
La riduzione a merce dell’acqua è stata sostenuta dal pensiero liberale. Da domani un meeting internazionale proverà a discutere una via d’uscita alla sua privatizzazione
Il tema dei beni comuni (ambiente, acqua, paesaggio, risorse naturali, beni culturali, informazioni) e della loro tutela è tornato drammaticamente alla ribalta a seguito dell’approvazione (attraverso il solito sistema della fiducia) del «Decreto Ronchi» nel novembre scorso. Come noto, il governo italiano ha sferrato in quella sede un attacco formidabile alla gestione pubblica del servizio idrico, rendendo sostanzialmente obbligatoria su tutto il territorio nazionale la gestione privata dell’acqua. Naturalmente la privatizzazione in Italia era già possibile (ma almeno non obbligatoria!), e già aveva dato pessima prova di se in realtà quali Arezzo e Agrigento, così come documentato dal bellissimo reportage «Acqua rubata» di Stefano Iacona, andato in onda su Rai 3, e che può essere scaricato dal sito: www.siacquapubblica.it

Il mercato dei servizi
La posizione del governo Italiano e purtroppo di alcuni esponenti del centrosinistra, va in controtendenza radicale rispetto alle più avanzate e responsabili tendenze globali volte a riconoscere l’acqua come un bene comune, non sottoponibile alla logica del mercato, meritevole di protezione giuridica anche nell’interesse delle generazioni future. Per esempio, la recente Costituzione Ecuadoregna, una delle carte costituzionali più avanzate e sensibili alle esigenze ecologiche del pianeta, nata com’è dalla resistenza nei confronti dello scempio ambientali operato dal colosso texano Chevron, documentato in Crude dal videomaker Joe Berlinger, riconosce l’acqua come bene comune addirittura nel suo primo articolo.
Le politiche neoliberali di privatizzazione dell’acqua, che avevano portato alla repressione nel sangue delle proteste, come è accaduto nella cittadina boliviana di Cochabamba contro le multinazionali francesi, cercano di prendersi in Italia la rivincita nei confronti delle loro solenni sconfitte. Non solo infatti i martiri di Cochabamba sono stati determinanti nella cacciata di di Sanchez de Losada che ha aperto la strada a Evo Moreles, ma più di recente Vivendi e Suez (i colossi francesi che dominano il mercato dell’oro blu) hanno subito una pesante battuta d’arresto in casa quando il comune di Parigi, dopo 25 anni, ha ripubblicizzato l’intero servizio idrico affidandole la gestione alla giovane e battagliera assessore Anne Le Strat.
In Italia la questione dell’acqua come bene comune, smaschera in modo estremamente chiaro, i due principali fenomeni di ipocrisia politica che mi pare avvelenino l’attuale fase politica. In primis la conversione «antimercatista» di Giulio Tremonti, che su questa vicenda (come su quella della libera informazione bene comune) dimostra di predicare bene ma razzolare molto male. In secondo luogo, quella di quanti (e purtroppo nel Pd ce ne sono tanti anche fra gli «intellettuali ed economisti d’area») sostengono la percorribilità di una via che declama la proprietà pubblica dell’acqua come bene, ma ne sostiene la privatizzazione come servizio. Questa foglia di fico, copre per esempio la recente astensione del sindaco di Torino Sergio Chiamparino nella risoluzione del Consiglio Comunale che si è espresso (a larga maggioranza) contro la mercificazione dell’acqua. Così argomentando non si tiene conto dell’ovvietà (peraltro da più parti dimostrata) che nel caso di beni a valore aggiunto estremamente basso come l’acqua la gestione è molto più importante del titolo di proprietà per definirne i caratteri pubblici o privati.

Invertire la rotta
Eppure in Italia ci si era mossi con largo anticipo rispetto alla crisi per elaborare un’alternativa tecnicamente avanzatissima nella gestione dei beni pubblici e comuni, capace di operare una effettiva e costruttiva inversione di rotta rispetto alla deriva «mercatista» e privatizzatrice dell’oro blu e degli altri cespiti del patrimonio pubblico svenduti per far cassa. Fin dal 2005 sono circolati fra giuristi ed economisti i risultati di studi condotti al massimo livello possibile nel nostro paese presso l’Accademia Nazionale dei Lincei che raccomandavano (e l’allora Presidente Giovanni Conso era stato fra i più consapevoli dell’urgenza) la necessità di metter mano ad una legislazione per principi capace di governare questi processi per Invertire la rotta (per riprendere il titolo della prima pubblicazione dei lavori lincei uscita nell’estate 2007 per i tipi del Mulino).
Finalmente, dimostrando almeno un minimo di sensibilità per quel dialogo fra politica e cultura che manca interamente all’attuale maggioranza (che fa del becero anti-intellettualismo aziendalistico la bandiera culturale della sua politica accademica), veniva istituita dal Ministero della Giustizia la Commissione per la riforma del diritto dei beni pubblici la cui presidenza è stata affidata a Stefano Rodotà. La Commissione Ministeriale, composta di giuristi ed economisti di notevole autorevolezza e rappresentativi di aree politico-culturali che spaziavano dalla desta alla sinistra, ha lavorato intensamente a partire dal giugno 2007, producendo nel febbraio 2008 un «Disegno di Legge Delega» contenente, fra l’altro, i principi fondamentali di una gestione pubblica, anche nell’ interesse delle generazioni future, dei beni comuni, in primis l’acqua e l’ambiente. (La proposta è stata poi presentata all’Accademia dei Lincei nell’ aprile del 2008).
Caduto il governo presieduto da Romano Prodi, il disegno di legge delega avrebbe fatto la fine di tantissime altre riforme proposte, che giacciono a prender polvere negli uffici legislativi di Via Arenula, se non fosse stata per la lodevole iniziativa del Vicepresidente del Consiglio Regionale piemontese, il democratico Roberto Placido. Lavorado a stretto contatto con un comitato nel frattempo costituitosi a sostegno della «Riforma Rodotà», Placido riusciva a far votare nell’ottobre 2009 all’unanimità dal Parlamento regionale piemontese una proposta di legge delega che recepiva integralmente la proposta Rodotà. Presentato al Senato nel novembre 2009 (alla Conferenza stampa hanno partecipato tutti i gruppi consiliari piemontesi oltre allo stesso Giovanni Conso), il testo della Regione Piemonte iniziava il suo travagliato iter parlamentare presso la Commissione Giustizia. Per ora esso ha incassato una bocciatura dalla Commissione Difesa (preoccupata presumibilmente che si ostacoli la vendita del demanio militare) e un parere favorevole dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia. È di questi giorni l’incorporazione di identico testo in una proposta di legge del gruppo Ad in Senato (primi firmatari Felice Casson e Anna Finocchiaro), mentre alla Camera i deputati torinesi Stefano Esposito e Anna Rossomando stanno cercando di presentarla con uno schieramento politico più ampio e trasversale possibile.

Un dialogo glocal
Nel frattempo, sempre da Torino, è iniziato immediatamente dopo l’approvazione del Decreto Ronchi, il lavoro preparatorio per un referendum contro la privatizzazione dell’acqua affidato ad un apposito comitato referendario (che comprende diversi esponenti della Commissione Rodotà). A partire dall’11 gennaio 2010 il Comitato referendario torinese (www.siacquapubblica.it) siede al tavolo di lavoro comune che si sta tenendo presso il Forum dell’Acqua Pubblica a Roma (www.acquabenecomune.org) e che raccoglie diverse forze politiche (Idv, Sel, Verdi, Federazione Sinistra) e tutti i movimenti locali per la difesa dell’acqua intorno ad un’ipotesi di quesiti referendari preparati dai giuristi Alberto Lucarelli, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà oltre a chi scrive.
Intorno alla riforma dei beni pubblici e all’acqua come bene comune si sta sperimentando uno stile di lavoro politico-legislativo bottom up che partecipa, partendo dal livello locale, ad una nuova presa di coscienza ecologica a livello internazionale. Si tratta semplicemente di costruire un’organizzazione sociale rispettosa dei beni comuni, essenziali per la sopravvivenza equilibrata della nostra specie su questo pianeta e quindi non sottoponibili alla logica del profitto in nessuna sua forma. Si tratta inoltre di praticare un dialogo alto fra la politica più sensibile e l’accademia più avveduta nell’interesse del bene comune e di «buone azioni» civili. In particolare, i giuristi stanno giocando un ruolo importante nello stimolare questo dialogo cercando attuazione istituzionale di riforme che rigettino lo sfruttamento e l’egemonia dell’efficientismo economico, e si fondino piuttosto su una gestione pubblica del patrimonio pubblico rispettosa dei diritti della nostra specie e della natura, di cui l’acqua è parte assolutamente prioritaria.

Le vittime della crescita
Con la messa in campo di un dialogo glocal fra politica e cultura giuridica che sappia cambiare i modelli culturali di riferimento, può infatti emergere un vero e proprio «Diritto al Futuro», un cambiamento paradigmatico, fondativo di una consapevolezza autentica per le necessità del lungo periodo e per la qualità della vita. Tale cultura nuova, rigettando la rincorsa ossessiva alla crescita quantitativa imposta dalla tradizione liberale occidentale, può produrre nuove teorie e rinnovate pratiche contro-egemoniche che devono iniziare da comportamenti individuali più rispettosi del bene comune. Di come fare ciò si discuterà domani a Torino nel quadro di un innovativo convegno internazionale che vedrà, sul fronte politico l’Assessore parigino all’acqua Anne Le Strat e quello torinese all’ambiente Roberto Tricarico, molto impegnato nella lotta contro l’insostenibilità dell’inquinamento automobilistico e che promette impegni concreti per la diffusione della cultura dell’acqua in caraffa. Questi politici, insieme a Roberto Placido promotore del Comitato piemontese, si confronteranno con giuristi italiani e sudamericani impegnati nel far conoscere o nel praticare un «altro modo» di fare diritto più sostenibile e comunitario. Per la cultura giuridica internazionale, infatti, l’acqua ed i beni comuni costituiscono un importante banco di prova della sua capacità di superare impostazioni «occidentalistiche» suicide, legate all’imperativo di uno sviluppo fondato sullo sfruttamento economico della natura. Su questo terreno si sta giocando fra l’altro un’importante partita per l’egemonia culturale che riguarda il diritto a un futuro davvero sostenibile.