Cosa succede nel partito dopo la batosta

CARLO BERTINI – LaStampa
Se dietro il match tra due giovani leoni del Pd come Matteo Renzi e Nicola Zingaretti si cela una notizia, sta nell’evidenza che i giovani democrats, avendo assunto i vizi dei fratelli maggiori, spiccata tendenza alla rissosità e al personalismo, sono pronti a fare il grande passo per la corsa alla leadership.
E se dopo aver visto come si sono «beccati» sul Corsera (rinfacciandosi i peccati di «viltà» e «carrierismo»), si ascolta pure la ricetta consegnata al Riformista da un’altra risorsa come la Serracchiani – «Bersani mi è piaciuto ma il Pd ha un problema di linguaggio» e quindi ora ci vuole una bella «conferenza programmatica» – allora si capisce che gli emergenti non possono più aspettare un altro giro per farsi sotto. Del resto un chiaro avvertimento, che vale per Torino e il Piemonte ma non solo, è arrivato da un quarantenne deputato torinese, Stefano Esposito, «i vecchi si facciano da parte o nel Pd sarà battaglia» ha detto ieri a La Stampa.
E la conferma che il grande passo è imminente arriva da Giuseppe «Pippo» Civati, classe ’75, eletto a Monza come consigliere regionale con 10 mila voti, leader dei «piombini», quelli che a Piombino pianificarono di gareggiare al congresso di ottobre ma che alla fine niente da fare, gran difensore di Bersani in questa fase di elaborazione del lutto per la mancata vittoria: «Ebbene sì alle prossime primarie del partito scenderemo in campo anche noi. Ed è stato un errore non fare una scelta coraggiosa l’anno scorso».
Per carità, non che ci sia un’ambizione per la premiership del Paese, ma di sicuro al prossimo congresso i democrats troveranno sulla scheda i nomi di Giuseppe e di altre giovani promesse, parola di Civati. Il quale però, citando un motto di un novantenne come Saramago, «non bisogna avere fretta, non bisogna perdere tempo», ci tiene a dire la sua di ricetta.
«Nei prossimi mesi intendo occuparmi di due fronti, Grillo e la Lega. Due temi di cui le “nuove proposte di Sanremo” dovrebbero occuparsi. Lo dico senza acrimonia: il popolo viola i nostri dirigenti non lo capiscono perché hanno trent’anni di più di quei ragazzi. E la Lega ha una forza mediatica senza le tv grazie all’efficacia del messaggio. Renzi mi piace proprio per la sua umanità e immediatezza, due virtù rare e guardate che qui al Nord questo problema si sente, eccome». E poi, aggiungo, «dobbiamo dare un segno di discontinuità rispetto ai nostri padri, ma questo litigio tra Renzi e Zingaretti mi sembra un fuoco di paglia, il rischio di rivalità tra noi ci sarà, per ora dobbiamo starne lontani. Facciamo il nostro pezzo di strada, abbiamo tre anni di tempo, chi avrà più capacità sarà il leader del gruppo o del futuro partito».
Che Bersani si senta insidiato da queste giovani promesse non vi è segnale. Anzi raccontano che già da ministro girava l’Italia segnandosi su un taccuino i nomi di quelli più in gamba. Così nascono gli Andrea Orlando, già assessore al bilancio di La Spezia e oggi responsabile giustizia del partito, o Andrea Martella, segretario dei Ds veneziani, tutti «giovani sperimentati» da allevare, come la Catiuscia Marini cooptata in segreteria e oggi governatrice dell’Umbria.
E lo stesso portavoce del leader, Stefano Di Traglia, è un quarantenne che ammette «sì, la nostra generazione si è fermata, accomodandosi dietro i big in panchina in attesa del suo turno. Ma il rischio di prendere i vizi dei fratelli maggiori c’è. Non puoi diventare leader se non fai un gesto di coraggio, mettendoci la faccia. Guardate uno come Salvini, conta più una felpa di tanti discorsi. Insomma ci vuole freschezza per calamitare l’attenzione e poi diciamo la verità: il sistema mediatico non accetta le novità, se proponi alle tv un quarantenne in gamba ti chiedono, “non potete mandarci la Turco o Franceschini?”. Solo se esplodono personaggi come la Serracchiani li chiamano e poi li usano». E nei discorsi di questi «giovani» riecheggiano i casi dei vari Domenici, Chiamparino, Renzi o Zingaretti che si sono fatti le ossa amministrando Comuni e Province prima di salire alla ribalta.
Matteo Orfini, che di anni ne ha trentasei e di D’Alema è il braccio destro, dice che i giovani «non devono chiedere le quote generazionali. Dobbiamo affermarci se abbiamo qualcosa da dire. Zingaretti ad esempio è quello intorno al quale dobbiamo ricostruire la vittoria a Roma e nel Lazio, non per l’età ma perché è il più bravo. Per il resto, il problema non è che nessuno si sia fatto avanti per la leadership del Pd, semplicemente non c’è ancora qualcuno che possa ambire a quel ruolo».