Le sette ore dell’attacco finale a “big Enrico”

BEPPE MINELLO, FEDERICO MONGA – LaStampa

L’attacco finale a Enrico Salza, il presidente del Consiglio di gestione di Intesa-Sanpaolo, uomo forte della Torino degli ultimi decenni altrimenti soprannominato «Sughero» da quel fiero avversario che era «Penna bianca», alias Diego Novelli, si è consumato mercoledì pomeriggio nella stanza con vista giardino al piano terreno della Compagnia di San Paolo.
Protagonisti, oltre al grande avversario Angelo Benessia, anche alcuni salziani doc, non una categoria dello spirito ma un gruppo di potere. C’è stato il processo semi-segreto per convincere i riottosi a impugnare lo stiletto. C’è stato anche un documento che avrebbe potuto salvare Big Enrico e che invece non è arrivato perché è stato tenuto nascosto fino alla fine della riunione, durata sette ore.
Ieri l’ingegnere di piazza San Carlo ha passato mattina e pomeriggio al telefono, a commentare gli eventi con la cerchia dei suoi fedelissimi che sono disponibili a raccontare, «una giornata difficile» solo in forma strettamente anonima. Perché ciò che esce dalle bocche degli ultimi salziani è comprensibilmente fiele. Molti altri invece si sono già ritirati.
Gli strali si concentrano ovviamente su chi, un tempo fedele, l’altroieri ha votato a favore del documento con il quale il presidente Benessia, il grande avversario di Salza, ha ottenuto non uno ma ben due, diciamo, «irrituali» voti, prima sulla necessità di andare oltre – leggi: sostituire il presidente della superbanca – e poi di indicare l’ex-ministro Siniscalco, e in alternativa il docente Beltratti, alla successione.
I più criticati sono la docente Elsa Fornero, l’avvocato Antonio Rossomando e il segretario generale Piero Gastaldo, «tutti da sempre aiutati da big-Enrico», che con il loro voto hanno avvallato la manovra di Benessia. Protagonista, anche per il suo ruolo all’interno della fondazione, Pietro Gastaldo. Appena arrivato in corso Vittorio Emanuele, Benessia aveva in mente di cambiare tutti, compreso il segretario generale. «Poi – racconta un salziano doc – la vicenda dell’obbligata opzione put, fatta però passare come una genialata, su un derivato con gli inglesi di Barclays che ha sì fatto crescere il peso della Compagnia al 10% in Intesa-Sanpaolo ma a un costo esorbitante, li ha riavvicinati per necessità». E l’altroieri, Gastaldo, secondo il racconto di chi c’era, avrebbe svolto il lavoro più pesante. Avrebbe cioè fatto il pubblico ministero in una sorta di processo a Salza, svoltosi per preparare il terreno delle riunione ufficiale, elencando le colpe del grande vecchio alla guida della superbanca. Una cosa che avrebbe facilitato il voto sulla prima mozione: volete ancora Salza o no? L’astensione di Luca Remmert e il voto contrario della fedelissima Giuseppina De Santis non sono bastati a sventare il ribaltone. Forse, se ai consiglieri fosse stata recapitata la dichiarazione di Giuseppe Guzzetti, il presidente della Fondazione Cariplo, con la quale uno dei grandi azionisti di Intesa escludeva che toccasse appunto ai soci dare indicazioni (a differenza di quanto di lì a poco sarebbe avvenuto in Compagnia) sulla scelta del Consiglio di gestione, staremmo a scrivere un altro film. E sarebbe stato ancora Gastaldo, raccontano le gole profonde di corso Vittorio Emanuele, a consigliare di non rendere note quelle parole
Ieri pomeriggio Salza confidava ancora in una ciambella milanese: «Chi l’ha detto che voteranno come indicato da Torino? Nessuno li obbliga». Ma non ci credeva nemmeno lui. E allora, chi gli stava vicino dava la stura alle recriminazioni: «Spariti tutti, tutti che si smarcano. Chissà dove sono finiti i vertici dell’Unione Industriale, che venivano in processione a chiedergli di aiutare le loro aziende? E Coppa, la presidente dell’Ascom?». E il sindaco Chiamparino? «Lui è il principale colpevole: non fosse altro perché ha messo Benessia al vertice della Compagnia e ora si ritrova la banca in mano a Tremonti. Chissà ora come andrà a finire il grattacielo di Renzo Piano? E il bilancio comunale che sono riusciti a chiudere solo grazie all’intervento della banca che ha sbloccato la cartolarizzazione di un bel pacco di immobili?».
Giuliana Tedesco, consigliera comunale e appartenente come l’assessore Altamura o l’ex-vicepresidente della giunta regionale Paolo Peveraro, a quell’area liberal del Pd erede dell’esperienza entusiasmante che fu Alleanza per Torino partorita da Salza vent’anni fa, dà ragione, ed è tutto dire, al deputato della sinistra Pd, Esposito, quando accusa Benessia di essere stato «rapidissimo nel servire i nuovi padroni» dando per scontato che la soluzione Siniscalco sia gradita a Tremonti e quindi alla Lega e quindi a Cota, nuova guida del Piemonte. Forse si ricrederebbero se avessero potuto vedere, poco prima di Natale, l’ex-ministro in paziente attesa fuori dall’ufficio del sindaco Chiamparino. «Certo è che ‘sta storia della difesa della torinesità non mi convince per niente» dice Giuliana Tedesco ricordando, polemicamente, il ruolo di advisor svolto da Benessia «in tutte le fusioni realizzate o tentate dalle partecipate comunali come quella di Gtt con Atm che ha rischiato di farci fagocitare dai milanesi».
I più colpiti appaiono i dirigenti della Camera di Commercio, dal presidente Barberis che ha seguito da Detroit le vicissitudini del grande amico al segretario generale camerale, Bolatto. Dal palazzo che si affaccia su piazzale Valdo Fusi è infatti partita l’avventura di Enrico Salza che divenne presidente della CdC appena trentaduenne. «La cosa che amareggia – dicono amici e collaboratori – è come è stato trattato. E’ legittimo volerlo cambiare, ma non in questo modo: è da tre mesi che viene sottoposto a un processo pubblico. Tutti a prendersela con la fusione con Intesa, ma sapete bene che a trattare è stato Alfonso Iozzo e Salza ci ha messo solo la faccia». Il nome di Iozzo fa accapponare la pelle ancora a tutta l’ex maxi-dirigenza del San Paolo: da Mazzetta a Civalleri, da Chiocca a Scotti. Non Bruno Picca, unico fra i direttori centrali del vecchio San Paolo, portato da Salza nella superbanca. Anche il fedelissimo Picca – a sentire i bene informati – avrebbe tradito. Avrebbe cioè trattato fino all’ultimo per diventare parte del ticket con Siniscalco al posto di Beltratti.