Il pastiche di Chiamparino

Marco Ferrante – Il Riformista

Il Pd si interroga sulla vicenda bancaria torinese. C’è irritazione per il modo con cui il presidente della Compagnia Sanpaolo, Angelo Benessia, si è mosso nei giorni scorsi. Si parla di «subalternità» nei confronti della Lega, come fa Stefano Fassina responsabile economico del partito. È irritato Pierlugi Bersani, dice chi ha parlato con lui. E così Enrico Letta. Dicono che lo stesso Luciano Violante, il quale conosce da molti anni il capo della Compagnia, ritiene che Benessia abbia commesso un errore indicando Domenico Siniscalco per Intesa Sanpaolo. Nella vicenda è inevitabilmente coinvolto anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Il punto politico è il seguente. Un anno e mezzo fa Chiamparino nominò alla guida della Compagnia Sanpaolo l’avvocato Angelo Benessia, uomo vicino al Pd.


Da capo della Fondazione, Benessia, si concentra in una battaglia contro Enrico Salza, uomo di raccordo tra i poteri torinesi, nonché fautore della fusione tra la banca milanese Intesa e la toirnese Sanpaolo e presidente del consiglio di gestione della superbanca che ne nacque. E dopo la sconfitta elettorale del centrosinistra, Benessia decide con una mossa peraltro non prevista dallo statuto di indicare per il vertice di Intesa Sanpaolo – di cui la Compagnia è il primo azionista – Domenico Siniscalco, già direttore generale del Tesoro con Giulio Tremonti e ministro dell’Economia nel terzo governo Berlusconi. E lo fa proprio nel giorno in cui Umberto Bossi dice: «Vogliamo le banche del nord».
Nel partito torinese la scelta non è piaciuta. Siti e cronache locali cominciano a dar conto dei sotterranei malumori cittadini. Molti credono che Benessia abbia agito in modo disordinato da presidente della Compagnia e che la scelta di Siniscalco sia stata politicamente un errore. Roberto Tricarico è Assessore alla casa e all’ambiente della giunta Chiamparino e già candidato alla segreteria regionale del partito per la mozione Marino. Dice al Riformista: «Se fossi stato sindaco non avrei indicato Benessia alla Compagna Sanpaolo, ma avrei preferito Gustavo Zagrebelski. E se fossi stato presidente della fondazione non avrei legato l’indicazione dei vertici di banca Intesa Sanpaolo alle pressioni di Umberto Bossi. Non difendo Enrico Salza. Ma il cambiamento lo si costruisce nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni bancarie che – non dimentichiamo – sono imprese che devono tenere conto delle esigenze dei correntisti».
Ancora più duro è Stefano Esposito, quarant’anni, deputato del Pd, contrario a suo tempo alla nomina di Benessia. Nel maggio del 2009 presentò una interrogazione parlamentare su un’operazione finanziaria della Compagnia a cui il governo non rispose. Dice: «Finora la gestione Benessia è stata fallimentare. Ed è stato suicida il modo in cui il Pd ha gestito tutta questa vicenda. Non sono un amico di Salza, non l’ho mai neppure incontrato, ma penso che abbia avuto un ruolo e un progetto politico per questa città. Adesso la borghesia progressista salziana lo molla e pensa solo agli affari suoi. I consiglieri che hanno votato Siniscalco sono tutti di centrosinistra. E molti dirigenti locali del Pd che privatamente dicono le stesse cose che dico io, pubblicamente tacciono. La questione politica è evidente. Siniscalco è stato ministro di un governo Berlusconi e l’ultima cosa che posso fare è dire che sia una buona soluzione per noi. Mi auguro, peraltro, che Chiamparino non abbia contato niente in questa scelta e che questo sia solo uno strappo della Compagnia».
Che si dice, invece, nel Pd nazionale che oggi riunisce la sua direzione a Roma? La generazione dei leader sessantenni cerca di stare alla larga dalla questione. I postumi del 2005 si sentono ancora. «Abbiamo una banca» pesa come una colpa. Piero Fassino, contattato ieri dal Riformista, ha preferito non parlare della questione Intesa Sanpaolo. Si dice che il segretario, Bersani, potrebbe parlarne oggi in direzione, ma senza enfatizzare i punti di frizione con Chiamparino.
Parlano più volentieri le generazioni entranti. Dice Stefano Fassina: «Nella vicenda torinese abbiamo mostrato subalternità. Se questo è il partito del Nord siamo in una condizione disastrosa, meno incisivi della Lega, nonostante che in Piemonte siamo più forti di loro. Abbiamo preso 440.000 voti contro i 317.000 della Lega. Ma i rappresentanti degli enti locali sono subalterni a Giulio Tremonti. C’è anche un paradosso di merito che rilevo incidentalmente: le istituzioni che rivendicano banche vicine al territorio rischiano di portare al vertice di Intesa Sanpaolo la quintessenza del banchierismo tecnocratico, e cioè uno dei vicepresidenti di Morgan Stanley».
Di subalternità parla anche Matteo Orfini, componente della segreteria, e responsabile cultura del partito: «Credo che si sarebbe dovuto lavorare a un’altra soluzione». Perché il Pd sembra così riluttante a prendere di petto le questioni economiche, i rapporti di potere tra economia e politica? «Credo che ci sia qualcuno che ritiene che occuparsi di poteri economici sia sbagliato: questo è il risultato della timidezza con cui la gran parte del partito reagì alla campagna mediatica contro l’operazione Unipol-Bnl. Quella timidezza fu un errore».
Meno disposto all’autocritica il giudizio di Matteo Colaninno, il quale non se la prende con Benessia, ma con la Lega: «Trovo irresponsabile quello che dice Umberto Bossi sulle banche. E trovo assurda la ritualità che questa fase di ricambio nei poteri finanziari sta assumendo. L’enfasi per le liturgie, le fondazioni, i soci stranieri che esternano e recriminano, le popolari con presidenti che sono lì da vent’anni. Poi, nel merito, credo che Siniscalco abbia tutti i titoli per fare il banchiere». Su una linea analoga Debora Serracchiani, secondo la quale «la politica non deve entrare nelle banche e l’inopportunità della nomina di Siniscalco parte da lì, dall’invadenza della politica in economia».
Una linea che quelli come Stefano Esposito non condividono. «Di economia dobbiamo parlare, la politica non può far finta che non gli interessi economici non esistano, questa sarebbe una imperdonabile ipocrisia. E invece dobbiamo avere più coraggio, e ritrovare il gusto della battaglia politica. E se la Lega dice “vogliamo una banca” dobbiamo rispondere non te la diamo, dobbiamo rivendicare il diritto di occuparci noi delle fondazioni e del rapporto con il territorio, cosa che abbiamo sempre fatto finora, e bene».