lettera a me stesso

Dopo la sconfitta, di misura, del Centro Sinistra alle elezioni regionali, si è avviata la discussione sul prossimo Sindaco di Torino. La scelta che siamo chiamati a fare richiede una grande dose di consapevolezza e di responsabilità da parte di tutti coloro che vogliono dar vita ad un nuovo ciclo di governo, che a partire dagli ottimi risultati delle giunte Castellani-Chiamparino, presenti alla città un progetto di innovazione. Se questa premessa è condivisa si tratta di analizzare se le prime mosse, soprattutto da parte del PD, vadano nella direzione giusta. Vorrei provare ad evidenziare alcuni avvenimenti che la città sta osservando, apparentemente in modo distaccato, che a mio avviso, sono e saranno determinanti nell’individuazione e nella proposta che sarà la base per individuare il nuovo Sindaco e la squadra che lo accompagnerà.

Il primo di questi avvenimenti è ciò che sta avvenendo in casa Fiat; il cambio alla presidenza rappresenta una innovazione ma credo che la vera rivoluzione stia nell’annunciato spin-off dell’auto e nella nascita di un vero gruppo internazionale e globale che sarà quotato, con ogni probabilità, alla Borsa di New York e non a quella di Milano. Non è una critica, semplicemente la presa d’atto che il tema del futuro dell’automobile italiana così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora sarà deciso all’interno di una logica globale, dove Torino potrebbe non essere più determinante. Se a questo aggiungiamo la totale assenza di una politica industriale sull’auto da parte del Governo italiano, a differenza per esempio di Germania e Francia, la necessità di un nuovo approccio sul dossier Fiat mi pare obbligato. Non può più bastare la richiesta generica di garanzie sul futuro di Mirafiori, rischiamo di assistere al suo progressivo ridimensionamento e ad una politica di riduzione del danno nei confronti della parte più debole della catena, operai-impiegati e PMI dell’indotto.

Se a questo aggiungiamo la grande massa di persone che già oggi hanno perso la loro occupazione, l’allarme lanciato da Cota sulla mancanza di risorse, 100 milioni per il 2010, per garantire la CIG, risulta evidente la impellente necessità di riempire di concretezza gli slogan per una Torino internazionale e solidale.

Sempre su questa falsa riga come non riflettere sulla partecipazione di 7000 candidati all’ultimo concorso del Comune di Torino per 10 posti da assegnare.

Fra quei 7000 vi sono straordinarie competenze e probabilmente c’è una parte consistente del futuro della nostra città, le nuove generazioni, che come appare evidente, vengono frustrate e umiliate nella ricerca di un’occupazione che appare più come un miraggio che come una speranza.

Se togliamo anche la speranza a questa generazione, se non troviamo tutti insieme un’idea, le paure e le insicurezze sulle quali il Cento destra ha costruito il proprio consenso non potranno che aumentare e consolidarsi. A noi viene chiesta una prospettiva e una nuova speranza; questo a mio avviso farà la differenza.

E allora, stiamo dando questa sensazione a chi ci osserva? Al momento no. Quello che si vede è un partito piegato dalla sconfitta, dove si affollano candidati alla carica di Sindaco di cui poco si sa e di cui non si conosce un barlume di progetto. Per evitare inutili polemiche, parlo di me prima di tutto, di Tricarico, Gariglio, Placido, Giorgis, Airaudo, Rossomando, Bragantini, Lo Russo, La volta, Boccuzzi ecc. Spero che nessuno si offenda per essere stato citato o dimenticato.

Eppure io sono convinto che queste persone e altre, se venissero vissute come una squadra, che gioca coesa e si apre ad un confronto non formale con la società torinese, potrebbero essere il vero motore di quel cambiamento e di quella innovazione politica e culturale di cui non solo Torino ha un disperato bisogno. Perché questa speranza si trasformi in realtà è necessario un prerequisito, rispettarsi reciprocamente e riconoscersi, scegliendo la strada del confronto e non quella dello sgambetto, sapere che tra noi potrebbe emergere l’uomo o la donna che sarà il prossimo candidato Sindaco, oppure che con il nostro lavoro potremmo individuare una figura che oggi non ci immaginiamo. Questa per me è il primo e fondamentale passo per costruire quel patto generazionale sul quale improntare una nuova stagione per la nostra città.

Io sono interessato a questo percorso, non credo che tra di noi esistono fuoriclasse, sono certo che i nostri concittadini sarebbero interessati ad un confronto con noi. Se invece la strada sarà quella della competizione e delle lotte intestine, oppure l’idea che in qualche sede o salotto chiuso si possano prendere le decisioni, temo che oltre a buttare al vento una straordinaria opportunità per dare ruolo ad una generazione rischiamo di mettere a rischio il proseguimento della straordinaria esperienza di Governo avviata nel 1993.

Naturalmente una nuova generazione politicamente esiste se dà risposte ai problemi nuovi che si affacciano. Torino è alla fine di un ciclo amministrativo. Sono giunti o stanno giungendo a compimento antichi progetti (Piano Regolatore, passante ferroviario, Olimpiadi, valorizzazione e/o cessione del patrimonio comunale) che hanno trasformato in meglio la città, mentre si affacciano nuovi scenari a cui non corrisponde ancora un convincente progetto di governo.

Il progressivo venir meno del ruolo della Fiat, e in genere di tutta l’industria manifatturiera, impone di immaginare un nuovo sviluppo, che abbia al centro ricerca ed alta tecnologia, industria verde, servizi di logistica.

La competizione globale chiede alla città un salto di qualità: è necessario un piano di ammodernamento di reti e infrastrutture, che, coinvolgendo capitali pubblici e privati, salvaguardi criteri di equità territoriale, come garanzia di sviluppo equilibrato.

Le difficoltà finanziarie dei prossimi anni impongono un serio ripensamento del welfare cittadino, che non significa necessariamente una riduzione del livello dei servizi, ma certo una loro diversa organizzazione e gestione.

La dimensione, infine, in cui tutti i problemi andranno affrontati con un coinvolgimento non formale ma sostanziale con i comuni della cintura metropolitana.

Queste considerazioni le rivolgo innanzitutto a me stesso, ma sono l’agenda politica per ciascuno di noi nei prossimi anni. Vorrei che tutti fossimo animati da una speranza e da un sogno; dopo la stagione, anche gloriosa, interpretata dalla generazioni nate prima del 1960, costruire lo spazio perché le generazioni nate dopo allora possano dimostrare di avere gambe e fiato e cervello per governare la cosa pubblica senza temere il confronto.

Grazie per la vostra attenzione.

Roma, 21 aprile 2010