I magnifici Sette

Claudio Cerasa – IlFoglio

I protagonisti di questo piccolo romanzo politico sono un gruppo di intraprendenti ragazzotti democratici che hanno smesso di azzuffarsi tra di loro e che hanno iniziato a spiegare con toni smaliziati come costruire il partito che sognano da una vita. Questa squadra di giovani e intelligenti capi del Partito democratico, ve ne sarete accorti, ci ha conquistati con agili lenzuolate da decine di migliaia di battute, le idee con cui avrebbero intenzione di portare il proprio partito fuori dal terriccio scivoloso in cui sembra essersi cacciato. E bisogna dirlo: finora ci hanno sorpreso. Tra bozze garantiste sulla giustizia che fanno imbestialire i manettari di sinistra e tra scioccanti suggerimenti economici che danno un po’ di ossigeno al malandato partito antitasse, ecco, l’impressione è che siano ingenerose quelle malvagie raffigurazioni giornalistiche che rappresentano il gruppo al comando del maggior partito di opposizione come fosse una massa informe di dirigenti bolliti miracolosamente scampati a una pensione più che meritata. E’ vero: il Pd è ancora ricco di vecchi rancori (vedi il caos nato attorno alle parole offerte da Carlo De Benedetti a Paolo Guzzanti) che contribuiscono a indebolire la percezione che all’esterno si ha del partito. Ma accanto a queste antiche storie di scazzi tra i vecchi volti legati al centrosinistra del passato ci sono anche alcune storie inedite di nuovi capi del Pd che meritano di essere raccontate.

Qui sul Foglio, nell’ultimo mese, abbiamo già ospitato le paginate di Andrea Orlando (la famosa bozza garantista sulla giustizia) e di Stefano Fassina (le proposte per rivoluzionare il fisco), ma andando a curiosare qua e là tra i corridoi della sede del Partito democratico, quella di Sant’Andrea delle Fratte, a pochi passi da piazza di Spagna, abbiamo scoperto che nel Pd c’è davvero qualcosa di nuovo che inizia a prendere forma: e che va ben al di là di ogni “ismo” – ismo come dalemismo, come veltronismo, come franceschinismo e come bersanismo – studiato attentamente fino a oggi. C’entra, in questo discorso, una piccola e finora segreta riunione a cui hanno partecipato sette dirigenti del Pd e c’entra soprattutto un significativo manifesto politico elaborato circa un anno fa da questo gruppetto democratico. Era il tre maggio 2009, quattro giovani esponenti del Partito democratico si ritrovarono al terzo piano della sede del Pd per iniziare a buttare giù una bozza con la quale tentare di rinnovare non più soltanto a parole il partito che anche loro avevano contribuito a fondare quasi tre anni fa. Ne uscirono quattro cartelle di programma controfirmate in un primo momento da cinque parlamentari del Pd: Andrea Orlando, Stefano Esposito, Francesco Boccia, Gianni Cuperlo e Alessandro Maran. In pochi giorni le quattro cartelle diventarono un manifesto (titolo: “Il coraggio di cambiare”) che iniziò a girare tra le caselle di posta elettronica dei dirigenti nazionali e locali del Pd. Una settimana dopo venne firmato da trenta parlamentari e alla fine del mese – tra consiglieri, senatori, deputati e vari amministratori locali – fu sottoscritto da duemila democratici sparpagliati qua e là in giro per l’Italia.

“Siamo noi in primo luogo a non poterci nascondere che, per molto tempo negli ultimi quindici anni, quando governava o quando era all’opposizione, il centrosinistra è stato percepito come subalterno e incapace di governare quei processi di globalizzazione che colpiscono soprattutto i soggetti deboli della società… Il presupposto per dare il via a questo processo è inevitabilmente ridiscutere noi stessi e la nostra cultura… Il modello di alleanza rappresentato dall’Unione, che ci ha permesso a stento di vincere nella precedente tornata elettorale, e di governare con una coalizione frammentata e divisa, non può essere riproposto”. Il documento, lo si capisce bene da questi piccoli estratti, prometteva di essere piuttosto rivoluzionario ma, con il passare dei giorni, di quelle buone intenzioni si persero rapidamente le tracce: i firmatari del manifesto non trovarono un proprio candidato da appoggiare alle primarie del 2009, iniziarono a bisticciare un po’ tra di loro, si distribuirono in ordine sparso tra bersaniani, franceschiniani, mariniani e inconsolabili veltroniani e alla fine smisero di vedersi con regolarità. Questo almeno fino a pochi giorni fa, quando sul telefonino di sette democratici è arrivato un messaggio che si aspettava da mesi: “Ci vediamo domani al partito: siamo noi sette”. “Domani” era lunedì tre maggio e il nome dei “noi sette” corrispondeva ai volti di alcuni democratici che prima degli altri hanno deciso di ricominciare a coltivare quel progetto ambizioso interrotto un anno fa: dare la linea al partito. I nomi? Nicola Zingaretti, Andrea Orlando, Nico Stumpo, Francesco Boccia, Matteo Orfini, Stefano Esposito e Stefano Fassina. L’idea? Molto semplice: prendersi il Pd.

Se il più giovane del gruppo è il responsabile della Cultura del Partito democratico (Matteo Orfini, 36 anni, tosto dalemiano romano appassionato di televisione, di Gramsci e soprattutto di Milan, con tono di voce identico a quello del presidente del Copasir e con un passato da portavoce di Max ai tempi della Farnesina), il più maturo tra questi coraggiosi democratici è certamente il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti (quarantacinque anni, romano, già bettiniano, già dalemiano e oggi bersaniano): da tutti considerato nella squadra come l’unico in grado di poter rivestire un giorno il ruolo di leader. Tra i sette figli del Lingotto – è così che qualcuno tra i più anzianotti dirigenti del Partito democratico ha iniziato a chiamare questi ragazzi – non c’è infatti nessuno che abbia ricoperto finora significativi ruoli di comando nei partiti di appartenenza come invece è capitato a Zingaretti (che prima di fare il presidente della provincia è stato anche segretario della Sinistra giovanile e numero uno della Fgci nazionale). Ed è proprio per questo che pochi giorni prima dell’ufficializzazione della candidatura a segretario del Pd di Bersani, dunque quasi un anno fa, i trenta firmatari del documento dei coraggiosi, prima di decidere quale candidato votare alle primarie, andarono tutti insieme dal presidente della provincia per dirgli quanto segue: “Nicola, se tu ti candidi noi siamo con te”. Zingaretti fu molto onorato della proposta ma non ne fu convinto fino in fondo: “Grazie, ma al momento non me la sento”.

A parte Zingaretti – che comunque oggi sembra avere ambizioni più legate al territorio e in particolare alla poltrona del Campidoglio – tra i più vivaci esponenti democratici che hanno scelto di accelerare il passo e sfatare a poco a poco alcuni vecchi tabù della sinistra ce ne sono due di cui avete già letto qualcosina su questo giornale: sono Andrea Orlando e Stefano Fassina, sono entrambi quarantenni, sono entrambi di scuola comunista, sono entrambi cresciuti prima nel Pds, poi nei Ds e sono due tra i dirigenti più stimati da Pier Luigi Bersani.

Orlando – spezzino con gli occhi azzurri, con la faccia da attore, con una formazione togliattiana, con un ruolo da eterna giovane promessa della politica (a 33 anni è stato segretario provinciale del Pds, a 35 è stato responsabile degli enti locali dei Ds e a 38 portavoce del Pd) e con un passato ribelle nei giovani del Pci (nel 1989, quando a La Spezia lo chiamavano il “comunista di destra”, si dimise da segretario regionale della Fgci ligure accusando l’allora dirigenza giovanile del Partito comunista di avere idee troppo poco riformiste) – oggi è membro della segreteria e responsabile della giustizia del Partito democratico, e la sua nomina ha segnato da subito un significativo punto di svolta all’interno del Pd. Il robusto partito dei magistrati presenti nel centrosinistra (da Lanfranco Tenaglia a Gianrico Carofiglio passando per Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson) non ha infatti mai gradito le posizioni garantiste del migliorista Orlando. E quando il dirigente spezzino ha presentato le sue proposte sulla giustizia su questo giornale il democratico partito dei pm ha colto l’occasione per manifestare il proprio dissenso verso le sue posizioni in modo diciamo vivace (“Spiegatemi – si è chiesto Di Pietro – ma Orlando vuole fare il consulente del premier?”), ma senza in realtà ottenere alcun risultato: dato che, quando il 21 maggio il Partito democratico discuterà durante la sua assemblea nazionale le idee chiave con cui ricostruire il profilo del Pd, in tema di giustizia Bersani ha già detto le cose come stanno: le idee di Orlando sono anche le mie. Punto. Lo stesso il segretario ha fatto – almeno in privato – rispetto alle proposte sul fisco presentate sul Foglio da Stefano Fassina, responsabile dell’Economia del Pd. Fassina – folti capelli neri ben pettinati su un viso squadrato simile a quello del vecchio attore americano Robert Ryan – è forse la figura più atipica del gruppetto di questi sette democratici ma è anche quello che, tra tutti, vanta il miglior rapporto con il segretario – e nel Pd c’è chi lo considera come il migliore, nonché l’unico, democratico di rito bersaniano non accecato dal fascino del dalemismo.

Anche dal punto di visto estetico, Fassina è la figura meno pop di questa squadra: un po’ per il peso del suo passato da economista navigato (dopo essere stato consigliere economico del ministero del Tesoro ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi, ha lavorato per cinque anni a Washington al Fondo monetario internazionale e poi per due anni con Vincenzo Visco al ministero delle Finanze) e un po’ perché Bersani ha confessato più volte di voler investire forte su questo ragazzo (e non c’è occasione in cui il segretario si ritrovi a parlare di economia – che sia in un convegno, durante un’intervista o in una comparsata a un talk show – senza che prima abbia chiesto a Fassina un suo appuntino sull’argomento). Insomma: Fassina – che questa responsabilità la sente eccome – in generale non si perde nelle cose frivole, non ama troppo andare in televisione, non ama il calcio come Andrea Orlando e Andrea Martella (pilastri della Nazionale dei parlamentari capitanata dal democratico Daniele Marantelli, che ha, per sua stessa ammissione, “un gloriosissimo passato nelle giovanili del Varese”), prepara continuamente interminabili dossier di politica economica e passa gran parte del tempo a sgobbare nel suo ufficio del Pd al primo piano di via del Tritone (proprio nello stesso palazzo in cui si trova la sede romana della Cir di Carlo De Benedetti).

Orlando, Fassina e Zingaretti sono i volti più famosi di questa piccola creatura custodita nel grembo del Partito democratico.

Ma la spina dorsale che sostiene la crescita dei figli del Lingotto è formata in realtà da alcuni giovani dirigenti che a un osservatore distratto potrebbero risultare banalmente ingessati nei propri grigi abiti di funzionari di partito. Ma che la realtà dei fatti descrive invece come i veri custodi dei codici segreti con cui mettere in moto il quadrante del Pd. Non che questo funzioni sempre alla perfezione, sia chiaro, ma se un partito disordinato come il Pd riesce a tenere la rotta in mezzo a quegli scogli insidiosi in cui spesso si caccia, beh, in parte il merito è anche di due quarantenni in gamba come Nico Stumpo e Stefano Esposito. Il primo è un roccioso e simpatico dirigente di partito – con occhi piccoli a fessura, testa diligentemente rasata e corporatura così massiccia da renderlo all’apparenza ben più maturo dei suoi quarantuno anni – a cui Bersani ha affidato gran parte della macchina del Pd (e non c’è lista elettorale e non c’è nomina politica che non passi tra le mani severe di Stumpo); il secondo è invece considerato, insieme con Francesco Boccia (quarantenne deputato lettiano con la passione per l’Economia), il collante di questa piccola squadra di democratici. E’ lui che con un sms convoca le riunioni, è lui che in un lampo prepara comunicati ed è soprattutto lui che quando serve raccoglie le firme per sottoscrivere appelli importanti.

L’ultimo, e anche quello più famoso, lo ha presentato lo scorso quattordici aprile a Montecitorio, quando centocinque deputati del Pd hanno firmato un documento in cui esprimevano pieno sostegno alle proposte sulla giustizia di Orlando, violentemente criticate dai dipietristi. “E’ arrivato il momento di offrire un’alternativa credibile e praticabile per una giustizia che sia veramente al servizio del cittadino – si legge in quell’appello che ha fatto il giro dell’Italia – e noi invitiamo su questo tema Di Pietro a non ritenersi custode della verità”. Recentemente questo vivace quarantunenne torinese – figlio di un bidello e di un’ex operaia della Fiat, cresciuto a cavallo tra le sezioni dei giovani comunisti piemontesi e le sedi di un importante casa di produzione discografica italiana (la Trident Agency) che negli anni Novanta organizzava i concerti rock di Pino Daniele e di Lorenzo Jovanotti – ha fatto parlare di sé anche per diverse iniziative controcorrente portate avanti sul territorio. Dopo essere stato protagonista di alcuni dibattiti coraggiosi (che lo hanno visto schierarsi nel 2001 con quegli esponenti di sinistra che non criticarono l’azione delle forze dell’ordine al G8 di Genova e che nell’ottobre del 2005 firmarono un appello per evitare che sulla questione Alta velocità la sinistra si facesse condizionare dai vari Pecoraro Scanio), giusto pochi giorni fa Esposito ha incalzato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino – suo nemico giurato – e il presidente della Compagnia di San Paolo su un tema in particolare: il pasticcio relativo alla nomina del presidente del Consiglio di gestione di Intesa. “Benessia – ha detto senza paura Esposito – tragga le conseguenze del suo disastro, il maggior azionista deve avere un rappresentante più autorevole e credibile. Peccato che il sindaco Chiamparino si sia fatto trascinare nella peggiore vicenda della storia della Compagnia”.

Le storie di questi ragazzi – di Esposito, di Stumpo, di Orlando, di Fassina e degli altri che vedremo alla fine dell’articolo – sono anche una testimonianza utile per decrittare un problema che ultimamente ha segnato in negativo la dialettica interna al Partito democratico. Fino a oggi, infatti, molte delle parole chiave che hanno costituito la vera anima del progetto originario del Pd – pensiamo per esempio alla vocazione maggioritaria e pensiamo per esempio alle vecchie proposte riformiste del Pd su temi come la giustizia, l’economia e il lavoro – sono state a lungo legate alla persona che per prima ha declinato queste materie nel partito: Walter Veltroni. E nel Pd vi è stato così a lungo un grande equivoco frutto di un ragionamento perverso che consisteva nel definire veltroniano chiunque avesse usato le parole del Lingotto (luogo in cui Veltroni illustrò la sua idea di Pd) e anti veltroniano chiunque avesse invece messo in discussione quei concetti. La novità è che i quarantenni di cui parliamo in questa pagina stanno dimostrando che concetti riformisti sul fisco (meno tasse), sul lavoro (pensioni più alte), sulla giustizia (più garantista), sul sistema elettorale (una riforma semipresidenziale, presto ne parleranno ufficialmente) e su molto altro non fanno parte di questa o di quella corrente, ma più semplicemente fanno parte del Dna del Partito democratico.

L’altra grande novità da leggere in controluce dietro le storie di questi dirigenti del Pd è che mentre i grandi dibattono di appassionanti temi di carattere prelibato (“Le primarie dobbiamo farle”, “No, non dobbiamo”, “Sì, dobbiamo”, “No, non dobbiamo”. “Il Pd sta diventando come il Pci”, “No, non è vero”, “Sì, è vero”, “No, non lo è”. “Il Pd deve allearsi con Di Pietro”, “No, non è detto”, “Sì, è detto”, “No, non è detto”, e così via per molti altri grandi temi che incuriosiscono l’elettore democratico più o meno come una tavola rotonda sul cuneo fiscale), dall’altra parte esiste una nuova squadra che promette di essere una delle prime ragionevoli correnti del Pd il cui scopo primario non è quello di attentare alla leadership del segretario ma è quello – comunque ambizioso – di dettare l’agenda al partito.

A questo gruppo di quarantenni va poi aggiunto anche un altro paio di nomi che gravitano costantemente attorno alla nuova orbita democratica. Chioccia di questo team è lo stimato deputato varesino Daniele Marantelli (57 anni, per sei anni segretario della sezione di Varese del Partito comunista e oggi, tra le altre cose, numero dieci della Nazionale di calcio dei parlamentari) che ha spesso partecipato “da infiltrato”, come dice con un sorriso lo stesso Marantelli, alle riunioni del gruppo. Poi ci sono Andrea Martella (40 anni, ex ministro ombra delle Infrastrutture e Trasporti durante la segreteria Veltroni, anche lui con faccia d’attore e anche lui molto considerato dal segretario), Emanuele Fiano (47 anni, ex capogruppo dei Ds a Milano, figlio di un deportato ad Auschwitz e nuovo punto di riferimento di Bersani sul territorio lombardo), Silvia Velo (43 anni, deputato toscano, laurea da chimico farmacista e una vaga somiglianza con Alessandra Mussolini), Dario Ginefra (43 anni, parlamentare pugliese e una laurea in Diritto commerciale sui finanziamenti privati al no profit in Italia) e ci sono sopra tutto due democratici più degli altri in ascesa: Alessandro Maran (quarantenne vicecapogruppo friulano dei deputati del Pd, inventore della fortunata candidatura in Friuli di Riccardo Illy e attaccato sei giorni fa sul Fatto quotidiano da Bruno Tinti dopo aver parlato dello scandalo italiano della detenzione preventiva – vedi il caso Scaglia – su questo giornale) e Catiuscia Marini (neogovernatrice dell’Umbria, responsabile esteri della segreteria del Pd e dirigente di fiducia di Massimo D’Alema di cui la Marini è molto amica).

Certo, si dirà che nel centrosinistra è più o meno da quarant’anni che si cercano quarantenni capaci di promuovere non soltanto a parole un vero cambio generazionale; si dirà che in alcune regioni d’Europa (vedi l’Inghilterra di Cameron, 44 anni, e Clegg, 43 anni) i quarantenni si trovano a occupare già da tempo impegnativi incarichi di livello nazionale; e magari si dirà anche che l’assenza di un vero leader su cui investire in vista di una futura, e possibile, successione a Bersani potrebbe essere un fattore di debolezza del gruppo di coraggiosi democratici. Ma come ci racconta uno di questi giovani dirigenti del Pd, ecco, bisogna avere ancora pazienza, bisogna fare le cose con calma e bisogna aspettare ancora un po’: perché a forza di armeggiare con gli ingranaggi nascosti nei motori dei partiti questi smaliziati quarantenni stanno cominciando a capire non solo come far funzionare la macchina del Pd ma anche come farsi trovare pronti nel caso in cui un giorno dovessero trovarsi davvero tra le mani le chiavi del Partito. I ragazzi lo dicono sottovoce: ma da qui alle prossime elezioni, da qui al 2013, in fondo di tempo per preparare altre sorprese ancora un po’ ce n’è.