Torino, la partita del sindaco Il nodo Fassino nelle scelte pd

Marco Imarisio – CorriereDellaSera

TORINO – Lo stagno non si addice alle contese tra vecchi amici. «Adesso che è tutto fermo, c’ è il rischio che scoppi la guerra fratricida». Chi parla è un dirigente del Pd piemontese, uno dei centomila che negli ultimi mesi non ha fatto mistero del suo interesse per il posto da sindaco che a maggio verrà lasciato libero da Sergio Chiamparino. Tra gli effetti collaterali prodotti dalla sentenza del Tar che ha messo in bilico la poltrona di governatore di Roberto Cota, c’ è anche quello di un nuovo rimescolamento. Sembrava ormai una corsa a due, quella per Palazzo di città, sede del primo cittadino. Roma contro Torino, come al solito. Il nome del possibile salvatore di un centrosinistra ammaccato dall’ esito delle regionali era già pronto. Piero Fassino, caldeggiato da Massimo D’ Alema che nei giorni scorsi avrebbe ironizzato: «Cosa vogliono i torinesi? Un candidato ce l’ hanno già». Benché paracadutato, si tratta di un nome autorevole. Ma qui cominciano i problemi. Gli scossoni del Tar e la conseguente possibilità di nuove elezioni regionali porterebbero Chiamparino al ruolo dello sfidante di Cota. Un cavallo vincente, e in molti ricordano come l’ eventualità di una sua discesa in campo nelle sciagurate – per il centrosinistra – elezioni di marzo fosse stata stoppata dai vertici nazionali del Pd. Ma Chiamparino in Regione, o almeno candidato, sbarrerebbe le porte a Fassino. Nel Pd piemontese la componente cattolica ex Margherita è forte, ben rappresentata dal segretario regionale Gianfranco Morgando. E due ex Pci sulle principali poltrone sarebbero un piatto difficile da digerire. Ecco allora che s’ avanza la mitologica candidatura della società civile, caldeggiata da persone molto influenti in città, compreso Enrico Salza, l’ ex presidente del Gruppo Sanpaolo, che nel ‘ 93 fu sponsor convinto di Valentino Castellani. L’ idea non è disdegnata neppure da Chiamparino, che in questi mesi ha rivendicato il suo ruolo di kingmaker, avviando la creazione di un movimento politico-culturale che nasce con l’ obiettivo della lista civica. A guidarla potrebbe essere l’ architetto Mario Virano, presidente dell’ Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione che ha dimostrato grandi capacità di mediazione. Pochi mesi fa l’ attuale sindaco si era sbilanciato sul suo nome. Ora preferisce andarci piano, per non bruciare la candidatura «torinese» da opporre a Fassino. Il paradosso sta nel fatto che Virano, il quale vanta un fugace passaggio da militante nel Pci, e l’ ex segretario dei Ds sono buoni amici. E lo stesso si può dire di Chiamparino, per molto tempo considerato «gemello» politico di Fassino ma grande estimatore di Virano. Quest’ ultimo è anch’ esso portatore di una controindicazione. Non è amato dai No-Tav, che a Torino hanno radici importanti come dimostrato dalle Regionali. In alternativa, il sindaco pensa a una candidatura che sparigli completamente il tavolo. Quella di Evelina Christillin, presidente del Teatro Stabile, motore del Comitato che organizzò le Olimpiadi invernali del 2006. Anche qui c’ è un dettaglio a complicare la situazione, i dubbi nei suoi confronti di una parte dei quadri del Pd torinese. Altri nomi fanno fatica a emergere. Il rettore del Politecnico Francesco Profumo, gradito a ex Popolari e Torino laica, negli ultimi tempi è passato da una festa del centrosinistra a quelle di sponda avversa, e ci sarebbe il rischio di imboscate al momento del voto. Fremono i giovani, ai cattolici non dispiacerebbe la candidatura di Davide Gariglio, ex presidente del consiglio regionale. E dunque? Stefano Esposito, parlamentare torinese del Pd, è l’ unico a lanciarsi in una previsione: «Non ci mettiamo d’ accordo su nulla. Chiamparino non lascia eredi, ed è difficile che si arrivi a una sintesi all’ interno del Pd piemontese. Quindi, la porta è aperta a una candidatura autorevole come quella di Fassino». Ma l’ eventuale uscita di scena di Chiamparino segnerebbe una sorta di «liberi tutti», con primarie più affollate di un autobus nell’ ora di punta. È una vicenda tutta interna al centrosinistra, perché, lo disse Giulio Tremonti a Torino pochi mesi fa, durante una cena con Umberto Bossi e Cota, «se a Bologna si può perdere bene, a Torino si perde male perché adesso ci illudiamo di poter vincere». Fuori i secondi, tra poco sul ring resteranno i vecchi amici. Da settembre si fa sul serio.