Archive for agosto 2010


Fassino ritorna ma pensa solo alle coccarde

agosto 31st, 2010 — 9:29am

EMANUELA MINUCCI, MAURIZIO TROPEANO – LaStampa

Ciao Piero, vedo che hai fatto carriera». «Sì ho fatto carriera». Piero Fassino è l’unico leader nazionale del Pd che si è messo a disposizione del partito per appiccicare le coccarde alle persone che affollano la festa ai Giardini Reali. Un adesivo in cambio di un’offerta o di una foto. Certo l’ex leader ds gioca in casa ma con chi si ferma a chiacchierare con lui evita di parlare della città e della successione di Chiamparino.

Fassino è il candidato ombra in questo ormai affollatissimo gioco del toto-sindaco ma la gente lo sollecita sui temi nazionali. Un esempio? «Quando tornerete a fare i compagni?» gli domanda un trentenne. La risposta? «Non abbiamo mai smesso». «E Rutelli, più democristiano di Andreotti?». Fassino glissa ma strappa un’offerta al giovane riottoso che poi si fa fotografare. E poi c’è chi gli chiede più sforzi per «mandare a casa Berlusconi» e per dare una «speranza a questo Paese».

Insomma, un Fassino abbottonato sulla città anche se poi si fa fotografare con un canuto signore che gli spiega: «Finalmente conosco di persona un politico onesto». E per essere sicuro che i giornalisti abbiano registrato li chiama a sè. Palazzo Civico è lontano ma perché rinunciare ad un complimento spontaneo di un cittadino? Scene da una Festa che ieri ha avuto bisogno di un vertice per affrontare l’emergenza-coda: troppe persone ai ristoranti, troppe al cinema, troppe dappertutto. La soluzione, per ora, sarà quella di sistemare transenne a zig zag stile aeroporto, «ma se non saranno sufficienti a riordinare la folla – ha spiegato il segretario provinciale Gioacchino Cuntrò – ricorreremo ai numeri come in panetteria».

Sarà merito del bel tempo o della location mozzafiato, ma intanto già ieri alle 17, nella sala Bobbio di piazza Castello, per Antonio Saitta che ragionava sull’utilità delle Province c’erano solo posti in piedi. «Questo pienone dà sul serio la misura del successo», ironizzavano cattivelli i volontari. In effetti, sempre a quell’ora, mentre una bella coda si formava anche davanti al cinema Romano per la proiezione gratuita del «Cosmonauta», l’assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri e il consigliere comunale Enzo La Volta avevano il loro bel da fare con il coccardaggio. Di lì a poco davanti alla frontiera della sottoscrizione si è presentata una coppia che mai ci si sarebbe aspettati: il parlamentare Pd Stefano Esposito con Elena Maccanti, (segretario cittadino della Lega, assessore ai rapporti con il Consiglio vicinissima al presidente Cota) che se ne sono andati a prendere un caffè. «Oggi sono riuscito a portare alla festa lei, il prossimo passo è portarci Cota», ha commentato soddisfatto Esposito dopo essersi fatto una passeggiata in viale primo Maggio con la Maccanti. Lei ha accettato l’invito con grande sportività (ma ha solennemente rifiutato l’adesivo del Pd sulla giacca) e ha precisato: «Io ho accettato l’invito dell’amico parlamentare Esposito a bere un caffè, ma non era mia intenzione fare una visita, tanto meno ufficiale, alla Festa. Alla fine però, visto che il Pd ha letteralmente colonizzato la zona il caffè l’abbiamo preso fra gli stand». Ancora Esposito: «Lei mi ha raccontato della sua Festa del Pdl che si terrà a Torino Esposizioni, spiegando che sarà più contenuta, è stata una piacevole chiacchierata fra colleghi: e il prossimo passo, ribadisco, sarà portare qui Cota». Meno male però che la Maccanti non ha dato un’occhiata al menu della pizzeria che da ieri sera propone la «pizza del riconteggio» da un’idea dei volontari, che spiegano: «Rucola amarognola come Cota. Poi champignon scamorza e pomodoro, i colori dell’Italia e del Pd».

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Nuovo sindaco anche fuori dal Pd

agosto 30th, 2010 — 9:10am

ANDREA ROSSI – LaStampa

Il popolo del Pd, che anche ieri si è riversato in massa ai Giardini Reali, sembra aver le idee chiare. A chi – come quella troupe che s’aggirava a caccia di interviste – chiedeva come vorrebbero il prossimo sindaco di Torino, ieri i più rispondevano con due aggettivi: uno era «giovane», l’altro «competente».

Si riscopre anche l’orgoglio, tra piazza Castello e i Giardini. E forse è un segnale: era da tempo che non si vedeva tanta gente a una festa di partito. «Un’accoglienza così calorosa, come quella tributata sabato a Bersani, non si vedeva da un po’», sorride il segretario provinciale Gioacchino Cuntrò. «Significa che il popolo del centrosinistra ci sostiene nella sfida lanciata per ridare speranza all’Italia». E l’orgoglio, tra gli stand, si fonde con il lavorio sotterraneo che scuote un partito alla ricerca di un successore per Sergio Chiamparino.

I dilemmi non sono pochi né da poco. Una figura della politica o una esterna? E da scegliere come: attraverso un confronto con i partiti alleati o da sottoporre al popolo delle primarie? Se fosse per l’assessore Roberto Tricarico ci sarebbero pochi dubbi: «Bisogna dar voce al nostro popolo, che chiede rinnovamento, vuole poter contare e scegliere», dice. Per ora è l’unico candidato veramente su piazza, l’unico ad aver annunciato che in caso di consultazioni con la base lui ci sarà. Ora rilancia: «Facciamo le primarie. A meno che…».

In quello spiraglio si annida la possibilità che nel partito – e non solo – si trovi una convergenza su un nome. Nessuna debolezza, chiariscono in casa democratica: non siamo al 1993, con i partiti nella morsa di Tangentopoli. Né siamo alla politica vorace da tenere a bada, come sembra suggerire l’ex sindaco Valentino Castellani. «Dovrebbe ricordarsi di quando i gruppi che lo sostenevano presero più voti di lui e furono decisivi per la sua elezione», attacca il deputato Stefano Esposito. «E comunque i partiti ci sono, hanno un ruolo e anche diverse personalità che potrebbero fare il sindaco senza sfigurare. Se si sta sondando anche dentro la società civile è per compiere un’operazione che allarghi il campo».

I nomi «interni» che circolano tra gli stand sono gli stessi: oltre a Tricarico c’è l’ex presidente del Consiglio regionale Davide Gariglio e il consigliere regionale Roberto Placido. Ma lo sguardo corre anche altrove. Il sindaco Chiamparino qualche giorno fa ha messo sul piatto l’ipotesi del direttore del carcere delle Vallette Pietro Buffa, che s’è detto disponibile ma non sembra trovare molte sponde tra i democratici. Molti sguardi restano puntati sul rettore del Politecnico Francesco Profumo, che non si sbottona, attento a preservare il suo ruolo istituzionale. «Gli è stata chiesta una disponibilità», spiega Esposito. «Ora aspettiamo una risposta. Con lui dovrebbero farsi avanti tutti quelli che hanno intenzione di candidarsi. Poi, a quel punto, si valuterà».

Si cerca di scacciare l’immagine di un «salvatore della patria» da pescare fuori dai giochi della politica. «Il partito è vitale, e lo dimostra la nostra gente che si è riversata in massa sulla Festa», spiega il coordinatore della segreteria regionale Stefano Lorusso. «Ed è anche vitale al suo interno, capace di esprimere persone di valore. Il nostro compito, in questo momento, è cercare la migliore personalità per Torino, sia dentro che fuori i partiti, esplorare a 360 gradi alla ricerca della soluzione di più alto profilo. E farlo insieme con i nostri alleati».

Finora il dibattito si è svolto quasi soltanto all’interno del Pd, cosa che non ha mancato di creare qualche frizione dentro il centrosinistra. Errore da non ripetere: «I nostri alleati hanno pari dignità», ammonisce Esposito, «il percorso va condiviso insieme con loro».

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Lettera di Pier Luigi Bersani a Repubblica

agosto 26th, 2010 — 11:28am

Caro direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l´Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell´Europa. Nello stesso tempo l´impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l´indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all´impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com´è nell´usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all´ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all´assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.

A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l´Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell´alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell´opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l´iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.

Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l´impossibilità di mandare avanti l´attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L´elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all´analfabetismo o alla sfacciata malafede. E´ l´esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!

Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall´analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un´alleanza democratica per una legislatura costituente. Un´alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell´emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un´altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.

Per dare l´impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l´impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all´altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l´esperienza dell´Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l´Italia e per l´Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.

Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l´autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E´ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.

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FESTA DEMOCRATICA NAZIONALE – TORINO

agosto 25th, 2010 — 5:43pm

La Festa Democratica nazionale 2010 del Pd si svolgerà quest’anno a Torino e vogliamo che sia un grande evento popolare. L’appuntamento sarà dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e, per questa ragione, abbiamo scelto come slogan della Festa: “L’Italia si riunisce a Torino”, città indissolubilmente legata al processo di unificazione italiana. Unità d’Italia che, come ha richiamato più volte il Presidente Napolitano, ha bisogno di essere non solo difesa ma ricostruita a partire da una nuova reciprocità tra il Nord e il Sud del Paese. La Festa Democratica vuole ripartire, quindi, dalla coesione e dall’identità nazionale per aprirsi consapevolmente al futuro. Torino è però anche la città industriale che, nel corso del tempo, ha saputo modificarsi profondamente trovando dentro di sé le risorse e la capacità per diventare un laboratorio di idee e creatività. Questo patrimonio è fondamentale in un paese come l’Italia che ha bisogno di puntare su energie e speranze nuove per rispondere in questo modo alla crisi economica. Abbiamo bisogno di tutelare e far crescere valori comuni e un nuovo civismo per trasformare l’Italia senza perdere la nostra identità. E’ intorno a questi temi che intendiamo aprirci al confronto con i cittadini e con le altre forze politiche affinché ci sia un dibattito vero e proficuo alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva. Questo è il nostro modo di intendere la politica: apertura, confronto e, soprattutto, capacità e volontà di guardare le persone all’altezza degli occhi.

Pier Luigi Bersani

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Dal Pd:”Siamo pazzi? Fini non è un nostro alleato”

agosto 23rd, 2010 — 4:59pm

Claudio Cerasa – IlFoglio

Ho parlato stamattina al telefono con un bravo deputato del Partito democratico che almeno per quanto mi riguarda dice spesso cose condivisibili: Stefano Esposito. Con Esposito, abbiamo commentato rapidamente quanto successo in questo giorni sul palcoscenico politico nazionale – problemi del Pd, problemi del Cav, problemi di Fini, e tutto il resto – e ne è venuta fuori una conversazione interessante che, con il suo consenso, riporto volentieri su questo blog. Il pretesto della conversazione è l’intervista choc rilasciata domenica scorsa da Dario Franceschini a Repubblica, con la proposta dell’ex segretario di lavorare per un’alleanza costituzionale il cui trait d’union non è tanto un progetto politico ma il “chi ci sta”. Ma poi si parla anche d’altro, con Esposito. “Stiamo commettendo errori molto gravi in questi giorni, ne sono certo. Il centrodestra si trova nel momento massimo della sua rottura e noi non riusciamo ad approfittarne. Sono dell’idea che dovremmo occuparci esclusivamente di come battere alle elezioni Pdl e Lega elezioni che potrebbero tranquillamente arrivare a dicembre: basta che Berlusconi rompa entro la fine di settembre e i tempi ci sono – e invece ci stiamo occupando troppo, noi del Pd, di quanto sta facendo Gianfranco Fini. Fini sta portando avanti una legittima battaglia politica ma chi immagina, anche solo lontanamente, che Fini possa essere un alleato del Partito democratico commette un errore gravissimo. La lettura immediata che un elettore dà di questa possibile alleanza ventilata in questi giorni anche da autorevoli esponenti del nostro partito, come Franceschini, è molto semplice: ma guarda questi qui che si rimettono tutti insieme contro quello. Hanno ragione. Il Pd sbaglia se continua a lanciare messaggi contraddittori ai suoi elettori. Dobbiamo dire chiaro e tondo che vogliamo vincere le prossime elezioni e dobbiamo smetterla invece di santificare i Fini e i Bocchino, che santi non sono e che fino a propria contraria restano nostri avversari. Bersani secondo me dovrebbe intestarsi questa battaglia: una battaglia per spiegare agli italiani, bene e con chiarezza, che lui si sta davvero candidando alla premiership del paese, e non a fare giochini. Può farlo Bersani, può salvare la nostra baracca, può coinvolgere nel suo progetto anche Vendola (a condizione che Vendola capisca che più che fare il leader del centrosinistra dovrebbe tentare di mettere insieme la sinistra, alleandosi con noi, e poi pensare a tutto il resto) ma insomma dobbiamo metterci in testa che abbiamo una grande occasione. Perché un’occasione come questa, in cui si può andare a votare con la possibilità concreta che si vincano le elezioni, qui, signori, non ci capita più”.

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“Un errore, cerchiamo di rimediare entro sabato”

agosto 22nd, 2010 — 10:37am

ALESSANDRO MONDO – LaStampa

«Evitiamo di trasformare in un casus belli una tempesta in un bicchier d’acqua. Parliamoci chiaro. Se Tremonti, Calderoli e Maroni sono interessati a discutere, il nostro invito è sempre valido. Se invece si sentono in difficoltà perché la loro maggioranza è in crisi, allora non c’è bisogno di nascondersi dietro il mancato invito a Cota». Piero Fassino – ex-segretario Ds, pluministro, notabile Pd e inviato speciale Ue per la Birmania – si appella al buonsenso di tutti per stemperare la polemica che ha preso in contropiede la Festa nazionale del Pd a Torino. Il che non gli impedisce di mettere qualche punto fermo.

Cota alla Festa: sì o no?

«Sono sempre stato favorevole a invitare alle nostre Feste anche esponenti dei partiti avversi, dunque non avrei avuto obiezioni nemmeno su Roberto Cota. Anzi: la sua partecipazione poteva rappresentare un’occasione utile di confronto. Spero che prima di sabato si trovi il modo di superare questa incomprensione».

A costo di legittimare il ruolo di Cota, politico e istituzionale, nonostante i ricorsi pendenti?

«Non è compito di una Festa di partito esprimersi sulla legittimità del voto. Questo spetta al Tar e al Consiglio di Stato, tant’è che un eventuale invito a Cota non interromperebbe certo l’iter dei ricorsi».

Il Tar, per l’appunto, ha disposto il riconteggio dei voti.

«Vedremo. Oggi Cota governa il Piemonte, ma ricordo che prima guidava il gruppo della Lega alla Camera: resta un esponente politico significativo di quel partito. Premesso questo, tutti devono assumersi le proprie responsabilità».

In che senso?

«Mi è parsa francamente esagerata e strumentale la decisione dei ministri di rigettare l’invito. Se c’è una cosa che i cittadini chiedono è un clima meno rissoso, in questo senso tutte le occasioni di confronto dovrebbero essere considerate dai politici utili e importanti».

Questo è il punto: i ministri a cui si appella hanno dato forfait proprio per solidarietà verso Cota.

«Non intendo contribuire alle polemiche estive, mi auguro che nei prossimi giorni gli organizzatori della Festa trovino il modo di superare questo incidente».

Sta di fatto che è venuta meno una lunga tradizione di ospitalità e di apertura al dialogo, una costante delle vostre feste di partito.

«Anche quando le polemiche erano più calde non abbiamo mai esitato a invitare i nostri avversari: lo abbiamo dimostrato con gli inviti ai ministri del governo; partecipazioni analoghe sono previste anche nelle altre principali Feste del Pd. Per onestà bisogna ricordare che raramente la controparte ha mostrato la stessa nostra attenzione. Non solo. Se guardo alla dialettica politica degli ultimi mesi chi si è sottratto al confronto in Parlamento, ricorrendo ripetutamente alla fiducia e ai decreti blindati, è stata la maggioranza».

E adesso?

«Ripeto: spero che la situazione si risolva e mi auguro che il dibattito sul mancato invito a Cota sia un’occasione per aiutare tutti a uscire dai loro fortini».

Sarà, ma lo stesso Chiamparino, bocciando la decisione degli organizzatori, ha lanciato l’allarme sulla credibilità del Pd in vista delle prossime elezioni.

«Non trarrei una valutazione sullo stato generale del Pd partendo da un episodio marginale. In ogni caso, le sollecitazioni di Chiamparino a mettere al centro della politica del nostro partito i problemi della società italiana sono utili e vanno accolte».

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II Pd: Cota non invitato per tutelarlo

agosto 22nd, 2010 — 10:36am

Un equivoco. Peggio: la strumentalizzazione di una valutazione «fatta serenamente» e priva di dietrologie. A quasi una settimana dal «caso Torino», con riferimento alla mancato invito di Roberto Cota alla Festa nazionale del Pd sotto la Mole, il partito prende di petto la questione. Non più a Torino ma da Roma: la volontà di lasciarsi l’incidente alle spalle si sposa a uno scatto d’orgoglio verso le defezioni in massa dei ministri di Lega e Pdl.

Il che dimostra almeno due cose: a suo tempo ci fu una riflessione sull’opportunità di invitare il governatore del Piemonte, in base a motivazioni diverse rispetto a quelle poi finite sui giornali; valutazioni che lo stesso Bersani – chiamato da Cota, evidentemente sconcertato per l’esclusione -, spiegò all’interessato. Equilibri precari, travolti dalla presa di posizione di Maroni, Calderoli e Tremonti a difesa del governatore. Ieri anche il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, accogliendo l’appello del senatore Enzo Ghigo, ha dato forfait alla kermesse torinese del Pd.

E’ stato quel comunicato a far precipitare la situazione, precludendo la possibilità di una mediazione e spingendo il Pd a uno scatto d’orgoglio. «Su Cota non ci sono mai stati veti o questioni di legittimità – spiega Stefano Di Traglia, portavoce di Bersani -. La decisione di non invitarlo rispondeva alla necessità di evitare polemiche, eventuali contestazioni. Paradossalmente, è stata una scelta per tutelarlo. Per evitare imbarazzi». Nessun ostracismo, insomma. Non a caso, si apprende che Bersani invitò personalmente alla Festa i ministri di Lega e Pdl. Quanto a Cota, «chiamò il segretario per chiedere spiegazioni». E le ottenne? «Sì, le ottenne».

Poi la levata di scudi dei tre ministri, preceduta dal «j’accuse» del governatore, e il gelo. «Il tono di quella lettera è inaccettabile – aggiunge Di Traglia -. Nessuno può venire a casa nostra pretendendo di forzare la mano e dirci cosa dobbiamo fare».

Ricostruzione avallata da Filippo Penati: «Fino a prova contraria la legittimità di Cota è fuori discussione, era solo per evitare polemiche. Prima che i tre ministri prendessero posizione, lo stesso Bersani si stava adoperando per cercare una soluzione». Detto questo, «quanti oggi ci accusano non hanno le carte in regola per impartire lezioni di democrazia». La memoria di Penati torna alla fiaccolata organizzata a Torino da Pdl e Lega «contro il sovvertimento del voto»: «Sono stati loro i primi a forzare la mano, tirando in ballo i ricorsi».

Resta lo stillicidio delle reazioni. Ieri anche Luciano Violante ha censurato la scelta di escludere Cota. «Quanto è bello fare il responsabile della Festa nazionale del Pd – replica sarcastico Lino Paganelli su Facebook -. È come essere l’allenatore della Nazionale: ci sono almeno altri sessanta milioni di italiani che ti dicono qual era la formazione».

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Grande fuga dalla festa “Senza Cota non veniamo”

agosto 20th, 2010 — 9:54am

Andrea Rossi – LaStampa

Adesso il rischio è che si ritrovino a discutere tra di loro, al massimo con gli alleati di sempre, perché la festa nazionale del Pd, che si aprirà il 28 agosto a Torino, sta perdendo un pezzo dopo l’altro. Ieri, nel giro di cinque minuti, ha lasciato per strada quasi mezzo governo. Tre ministri, che già avevano risposto all’invito, confermando la presenza ai dibattiti, hanno fatto marcia indietro. Arrivederci e grazie: non veniamo più, inutile mettersi a discutere con chi non ha rispetto per la democrazia e le istituzioni. Parola di Roberto Maroni, Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, ministri dell’Interno, dell’Economia e della Semplificazione, colonne dell’esecutivo, a maggior ragione ora che l’alleanza Berlusconi-Fini è andata in frantumi e l’unico collante della maggioranza è l’asse tra Lega e Pdl.

A rinsaldare il fronte comune – e anche la vulgata che vede nel ministro dell’Economia il vero anello di congiunzione con i leghisti – i tre ministri (tutti in Cadore, con Bossi, per festeggiare il compleanno di Tremonti) ieri hanno firmato un comunicato con cui annunciano il dietro front. «Visto l’atteggiamento non democratico degli organizzatori della festa del Pd, che non accettano il voto popolare e neppure rispettano le istituzioni, rinunciamo a partecipare. Non è pensabile che il governatore Cota, eletto e in carica, non sia stato invitato al contrario di altri rappresentanti istituzionali». Oggi, chissà, altri esponenti del centro destra potrebbero voltare le spalle ai democratici.

È l’epitaffio su una polemica innescata tre giorni fa, che ha creato un cortocircuito politico tra Pd e Lega, proprio nel giorno in cui Umberto Bossi copriva d’elogi il sindaco di Torino Sergio Chiamparino: il Pd non invita Cota alla festa nazionale e Andrea Benedino, uno dei responsabili organizzativi della festa, spiega che altrimenti «lo si sarebbe legittimato alla guida del Piemonte prima del riconteggio dei voti disposto dal Tar». Due giorni di silenzi, imbarazzi e anche qualche forte critica, dentro il partito, ma nessuna censura ufficiale.

E dire che prima di intervenire il governatore del Piemonte Roberto Cota ha aspettato due giorni. Ha atteso – inutilmente – un segnale: una smentita, almeno una presa di distanze. Niente. Quarantotto ore dopo è partito all’attacco: «Non invitarmi la dice lunga su un certo concetto di democrazia». Sperava, almeno a quel punto, in una retromarcia. Ma l’allusione del segretario regionale Morgando alle regionali «falsate da gravi irregolarità» l’ha mandato su tutte le furie. E ha indispettito a tal punto lo stato maggiore leghista da indurre Maroni e Calderoli, e poi anche Tremonti, a schierarsi a fianco del presidente del Piemonte: «Quello del Pd è un atteggiamento antidemocratico e irresponsabile dal punto di vista istituzionale».

Ora che la frittata è fatta, in casa Pd le posizioni continuano a restare divergenti. Il deputato Stefano Esposito, l’unico nei giorni scorsi a dirsi apertamente contrario al mancato invito di Cota, attacca a testa bassa: «Il Pd piemontese mi sembra la succursale del Tar. Continuare a mettere in discussione Cota è un errore gravissimo, che rischiamo di pagare alle Comunali del prossimo anno». E Giorgio Merlo parla di «occasione mancata, che rischia di farci trovare di fronte a una festa dimezzata». Sul fronte opposto, il responsabile nazionale della festa Lino Paganelli, denuncia «l’atteggiamento pretestuoso dei tre ministri per sottrarsi al confronto. Ci piacerebbe sapere se anche la Lega nelle sue feste intende aprire il dibattito a esponenti del Pd e quanti sono gli eletti o i dirigenti finora invitati». Nel centrodestra, invece, si godono il marasma seminato nel campo avverso e rincarano la dose: «Tremonti, Maroni e Calderoli hanno fatto bene», dice il vicecoordinatore regionale del Pdl Agostino Ghiglia. «Anzi, sarebbe giusto se nessun esponente del Pdl andasse». Nei giorni scorsi era arrivato l’ok del presidente del Senato Schifani, del ministro al Welfare Sacconi e del viceministro allo Sviluppo economico Paolo Romani. Chissà se seguiranno il consiglio di Ghiglia.

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“Il Pd non invita Cota? Neppure noi alla festa”

agosto 20th, 2010 — 9:51am

Andrea Rossi – LaStampa

Il Pd è «antidemocratico e non rispetta le istituzioni». Dieci righe zeppe di veleno per dire che alla festa nazionale dei democratici, a Torino, un bel pezzo di governo non si farà vedere. Avevano già detto «sì», il ministro dell’Interno Roberto Maroni, quello della Semplificazione Roberto Calderoli e quello dell’Economia Giulio Tremonti. Ieri hanno fatto dietro-front e annunciato che non ci saranno, chiudendo una polemica innescata da Andrea Benedino, responsabile torinese dell’organizzazione: «Non abbiamo invitato Cota altrimenti l’avremmo legittimato alla guida del Piemonte senza attendere il riconteggio dei voti delle regionali deciso dal Tar». Parole non smentite da nessun dirigente locale né nazionale.

È vero, il Tar ha disposto di ricontare i voti di alcune liste che hanno sostenuto Roberto Cota, ma il Consiglio di Stato ha stabilito che, nel frattempo, è pienamente legittimato a governare. E lui non ci sta a recitare la parte del governatore dimezzato. Per due giorni ha atteso in silenzio una smentita ufficiale dai vertici del Pd. Al terzo giorno – dopo che i leghisti in blocco avevano tenuto la bocca cucita – è partita la controffensiva. Prima lo stesso Cota: «Ringrazio gli organizzatori per non avermi invitato. Con tutti gli impegni che ho non sarebbe stato facile trovare una data libera. Comunque il loro comportamento la dice lunga su un certo concetto di democrazia».

Al quartier generale del Carroccio hanno lasciato passare ancora un giorno, sperando in un segnale distensivo, visti gli spiragli lasciati aperti da Cota: «Questa situazione è uno strascico di vicende del Pd torinese. Non penso sia farina del sacco di Bersani». Poi hanno letto le dichiarazioni del portavoce del segretario – «vorremmo sapere quanti nostri dirigenti sono stati invitati a feste della Lega» – e quelle del leader piemontese Gianfranco Morgando – «le regionali sono state falsate da gravi irregolarità» – e sono andati su tutte le furie. Da Lorenzago, in Cadore, dove lo stato maggiore leghista ha raggiunto Tremonti per festeggiarne il compleanno, i ministri leghisti Maroni e Calderoli hanno annunciato il forfait. Con loro anche il titolare dell’Economia, a rinsaldare il rapporto privilegiato con la Lega. «Visto l’atteggiamento non democratico di chi non accetta il voto popolare e neppure rispetta le istituzioni, rinunciamo a partecipare. Non è pensabile che Cota, eletto e in carica, non sia stato invitato al contrario di altri rappresentanti istituzionali», si legge nel comunicato. «Si vuole far credere che esista una mancanza di legittimazione e funzionalità alla presidenza della Regione – aggiungono i tre ministri -. È irresponsabile dal punto di vista istituzionale. La posizione degli organizzatori denota un’idea della politica legata al palazzo e alle poltrone, anziché alle idee, che non ci trova d’accordo».

La festa nazionale del Pd, che si aprirà il 28 agosto, perde così buona parte degli ospiti del centrodestra. Anche il ministro Sacconi, il sottosegretario Romani e persino il presidente del Senato Schifani potrebbero farsi da parte. «Un atteggiamento pretestuoso per sottrarsi al confronto», lo definisce il responsabile della Festa Lino Paganelli, mentre Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani, ricorda: «Nel 2008, alla prima festa nazionale del Pdl, a Milano, io, che allora ero presidente della Provincia, non fui invitato». Ma tra i democratici è forte il malumore di chi considera il mancato invito a Cota un autogol. «Sembriamo una succursale del Tar», lamenta il deputato Stefano Esposito. Ancora più duro il sindaco di Torino Sergio Chiamparino: «Tanto per cambiare non sono d’accordo con il mio partito. Se la politica non torna al centro dell’azione del Pd, e qualcuno pensa che i tribunali possano fare le veci della politica, rischiamo di mettere in pericolo le prossime scadenze elettorali».

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Festa Pd, Lega e Tremonti non vanno “Snobbate Cota, siete antidemocratici”

agosto 20th, 2010 — 9:48am

MARCO TRABUCCO – Repubblica

TORINO – «Non volete Cota? Allora non veniamo anche noi». Così i ministri Giulio Tremonti, Roberto Maroni e Roberto Calderoli hanno annunciato ieri, con un comunicato congiunto, il loro forfait alla festa nazionale del Pd che si terrà a Torino dal 28 agosto al 12 settembre. Motivo delle defezione è il mancato invito alla kermesse del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota. Un no legato ai ricorsi presentati dal centrosinistra che ipotizzano irregolarità nelle liste che hanno sostenuto Cota nelle elezioni regionali di marzo, quando l´esponente del Carroccio aveva battuto Mercedes Bresso di un soffio: 9 mila voti. Il Tar ha già disposto un parziale riconteggio delle schede e, in attesa di quello, avevano spiegato gli organizzatori della festa, «abbiamo deciso di non invitare Cota perché oggetto di quei ricorsi e per evitare reciproci imbarazzi e contestazioni». Concetto ripetuto ieri anche dal capo della segreteria di Bersani, Filippo Penati che ha aggiunto: «Nel 2008, ero presidente della Provincia di Milano e il Pdl non mi invitò alla sua festa, ma non feci comunicati su atteggiamenti antidemocratici».

Cota ne aveva fatto uno, piccato, l´altro ieri. E Calderoli, Maroni e Tremonti l´hanno seguito, solidali: «A fronte dell´atteggiamento non democratico degli organizzatori della festa che non accettano il voto popolare e non rispettano le istituzioni, rinunciamo a partecipare alla manifestazione – scrivono – Non è pensabile che Cota, eletto dal popolo e in carica, non sia stato invitato quando sono stati invitati altri rappresentanti istituzionali. Si vuole far credere che esista una mancanza di legittimazione in una istituzione importante come la Presidenza della Regione».

Lino Paganelli, responsabile della kermesse torinese replica: «Mi sembra che la nota dei tre ministri sia un pretesto per sottrarsi al confronto. Le nostre feste sono sempre aperte alla discussione fra culture diverse. Ci piacerebbe sapere, invece, se anche la Lega nelle sue intende aprire il dibattito ad esponenti del Pd e quanti ne ha finora invitati». Anche tra i Democratici però l´esclusione di Cota crea polemiche. L´avevano criticata i parlamentari piemontesi Stefano Esposito e Giorgio Merlo e il capogruppo regionale Aldo Reschigna. Ieri l´ha fatto il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che avrebbe dovuto avere alla festa un incontro con Maroni. «Non sono d´accordo perché il valore di queste manifestazione è tutto nel confronto tra idee. Non serve farle solo con i tifosi. In più – aggiunge – fino a una diversa decisione della magistratura Cota è un presidente del tutto legittimo. Se proprio si voleva escluderlo, si sarebbe dovuta trovare una motivazione più valida: ad esempio circoscrivere gli inviti all´area dei possibili avversari di Berlusconi».

Tremonti a Torino avrebbe dovuto confrontarsi con Massimo D´Alema, mentre per Calderoli era previsto un dibattito con Vasco Errani. Dopo il forfait dei tre ministri sarà probabilmente solo il presidente del Senato, Renato Schifani, a rappresentare il centrodestra. Si ripeterà, insomma, la situazione dello scorso anno quando a Genova arrivarono solo gli «istituzionali» Schifani e Gianfranco Fini. Allora il casus belli che provocò il forfait del centrodestra fu la vicenda D´Addario e una dichiarazione con cui Paganelli («Il Pd organizza feste e non festini») aveva spiegato il mancato invito di Berlusconi.

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