“Il Pd non invita Cota? Neppure noi alla festa”

Andrea Rossi – LaStampa

Il Pd è «antidemocratico e non rispetta le istituzioni». Dieci righe zeppe di veleno per dire che alla festa nazionale dei democratici, a Torino, un bel pezzo di governo non si farà vedere. Avevano già detto «sì», il ministro dell’Interno Roberto Maroni, quello della Semplificazione Roberto Calderoli e quello dell’Economia Giulio Tremonti. Ieri hanno fatto dietro-front e annunciato che non ci saranno, chiudendo una polemica innescata da Andrea Benedino, responsabile torinese dell’organizzazione: «Non abbiamo invitato Cota altrimenti l’avremmo legittimato alla guida del Piemonte senza attendere il riconteggio dei voti delle regionali deciso dal Tar». Parole non smentite da nessun dirigente locale né nazionale.

È vero, il Tar ha disposto di ricontare i voti di alcune liste che hanno sostenuto Roberto Cota, ma il Consiglio di Stato ha stabilito che, nel frattempo, è pienamente legittimato a governare. E lui non ci sta a recitare la parte del governatore dimezzato. Per due giorni ha atteso in silenzio una smentita ufficiale dai vertici del Pd. Al terzo giorno – dopo che i leghisti in blocco avevano tenuto la bocca cucita – è partita la controffensiva. Prima lo stesso Cota: «Ringrazio gli organizzatori per non avermi invitato. Con tutti gli impegni che ho non sarebbe stato facile trovare una data libera. Comunque il loro comportamento la dice lunga su un certo concetto di democrazia».

Al quartier generale del Carroccio hanno lasciato passare ancora un giorno, sperando in un segnale distensivo, visti gli spiragli lasciati aperti da Cota: «Questa situazione è uno strascico di vicende del Pd torinese. Non penso sia farina del sacco di Bersani». Poi hanno letto le dichiarazioni del portavoce del segretario – «vorremmo sapere quanti nostri dirigenti sono stati invitati a feste della Lega» – e quelle del leader piemontese Gianfranco Morgando – «le regionali sono state falsate da gravi irregolarità» – e sono andati su tutte le furie. Da Lorenzago, in Cadore, dove lo stato maggiore leghista ha raggiunto Tremonti per festeggiarne il compleanno, i ministri leghisti Maroni e Calderoli hanno annunciato il forfait. Con loro anche il titolare dell’Economia, a rinsaldare il rapporto privilegiato con la Lega. «Visto l’atteggiamento non democratico di chi non accetta il voto popolare e neppure rispetta le istituzioni, rinunciamo a partecipare. Non è pensabile che Cota, eletto e in carica, non sia stato invitato al contrario di altri rappresentanti istituzionali», si legge nel comunicato. «Si vuole far credere che esista una mancanza di legittimazione e funzionalità alla presidenza della Regione – aggiungono i tre ministri -. È irresponsabile dal punto di vista istituzionale. La posizione degli organizzatori denota un’idea della politica legata al palazzo e alle poltrone, anziché alle idee, che non ci trova d’accordo».

La festa nazionale del Pd, che si aprirà il 28 agosto, perde così buona parte degli ospiti del centrodestra. Anche il ministro Sacconi, il sottosegretario Romani e persino il presidente del Senato Schifani potrebbero farsi da parte. «Un atteggiamento pretestuoso per sottrarsi al confronto», lo definisce il responsabile della Festa Lino Paganelli, mentre Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani, ricorda: «Nel 2008, alla prima festa nazionale del Pdl, a Milano, io, che allora ero presidente della Provincia, non fui invitato». Ma tra i democratici è forte il malumore di chi considera il mancato invito a Cota un autogol. «Sembriamo una succursale del Tar», lamenta il deputato Stefano Esposito. Ancora più duro il sindaco di Torino Sergio Chiamparino: «Tanto per cambiare non sono d’accordo con il mio partito. Se la politica non torna al centro dell’azione del Pd, e qualcuno pensa che i tribunali possano fare le veci della politica, rischiamo di mettere in pericolo le prossime scadenze elettorali».