Grande fuga dalla festa “Senza Cota non veniamo”

Andrea Rossi – LaStampa

Adesso il rischio è che si ritrovino a discutere tra di loro, al massimo con gli alleati di sempre, perché la festa nazionale del Pd, che si aprirà il 28 agosto a Torino, sta perdendo un pezzo dopo l’altro. Ieri, nel giro di cinque minuti, ha lasciato per strada quasi mezzo governo. Tre ministri, che già avevano risposto all’invito, confermando la presenza ai dibattiti, hanno fatto marcia indietro. Arrivederci e grazie: non veniamo più, inutile mettersi a discutere con chi non ha rispetto per la democrazia e le istituzioni. Parola di Roberto Maroni, Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, ministri dell’Interno, dell’Economia e della Semplificazione, colonne dell’esecutivo, a maggior ragione ora che l’alleanza Berlusconi-Fini è andata in frantumi e l’unico collante della maggioranza è l’asse tra Lega e Pdl.

A rinsaldare il fronte comune – e anche la vulgata che vede nel ministro dell’Economia il vero anello di congiunzione con i leghisti – i tre ministri (tutti in Cadore, con Bossi, per festeggiare il compleanno di Tremonti) ieri hanno firmato un comunicato con cui annunciano il dietro front. «Visto l’atteggiamento non democratico degli organizzatori della festa del Pd, che non accettano il voto popolare e neppure rispettano le istituzioni, rinunciamo a partecipare. Non è pensabile che il governatore Cota, eletto e in carica, non sia stato invitato al contrario di altri rappresentanti istituzionali». Oggi, chissà, altri esponenti del centro destra potrebbero voltare le spalle ai democratici.

È l’epitaffio su una polemica innescata tre giorni fa, che ha creato un cortocircuito politico tra Pd e Lega, proprio nel giorno in cui Umberto Bossi copriva d’elogi il sindaco di Torino Sergio Chiamparino: il Pd non invita Cota alla festa nazionale e Andrea Benedino, uno dei responsabili organizzativi della festa, spiega che altrimenti «lo si sarebbe legittimato alla guida del Piemonte prima del riconteggio dei voti disposto dal Tar». Due giorni di silenzi, imbarazzi e anche qualche forte critica, dentro il partito, ma nessuna censura ufficiale.

E dire che prima di intervenire il governatore del Piemonte Roberto Cota ha aspettato due giorni. Ha atteso – inutilmente – un segnale: una smentita, almeno una presa di distanze. Niente. Quarantotto ore dopo è partito all’attacco: «Non invitarmi la dice lunga su un certo concetto di democrazia». Sperava, almeno a quel punto, in una retromarcia. Ma l’allusione del segretario regionale Morgando alle regionali «falsate da gravi irregolarità» l’ha mandato su tutte le furie. E ha indispettito a tal punto lo stato maggiore leghista da indurre Maroni e Calderoli, e poi anche Tremonti, a schierarsi a fianco del presidente del Piemonte: «Quello del Pd è un atteggiamento antidemocratico e irresponsabile dal punto di vista istituzionale».

Ora che la frittata è fatta, in casa Pd le posizioni continuano a restare divergenti. Il deputato Stefano Esposito, l’unico nei giorni scorsi a dirsi apertamente contrario al mancato invito di Cota, attacca a testa bassa: «Il Pd piemontese mi sembra la succursale del Tar. Continuare a mettere in discussione Cota è un errore gravissimo, che rischiamo di pagare alle Comunali del prossimo anno». E Giorgio Merlo parla di «occasione mancata, che rischia di farci trovare di fronte a una festa dimezzata». Sul fronte opposto, il responsabile nazionale della festa Lino Paganelli, denuncia «l’atteggiamento pretestuoso dei tre ministri per sottrarsi al confronto. Ci piacerebbe sapere se anche la Lega nelle sue feste intende aprire il dibattito a esponenti del Pd e quanti sono gli eletti o i dirigenti finora invitati». Nel centrodestra, invece, si godono il marasma seminato nel campo avverso e rincarano la dose: «Tremonti, Maroni e Calderoli hanno fatto bene», dice il vicecoordinatore regionale del Pdl Agostino Ghiglia. «Anzi, sarebbe giusto se nessun esponente del Pdl andasse». Nei giorni scorsi era arrivato l’ok del presidente del Senato Schifani, del ministro al Welfare Sacconi e del viceministro allo Sviluppo economico Paolo Romani. Chissà se seguiranno il consiglio di Ghiglia.