Se vincono le gelosie finiamo come Bologna

MAURIZIO TROPEANO – LaStampa

Nessuna corsa solitaria e nemmeno la volontà di blitz romani per imporre questo o quel candidato. Gianfranco Morgando, alla vigilia dell’assemblea regionale che si svolgerà domani alla festa nazionale del Pd, respinge al mittente le accuse del coordinatore della segretaria provinciale, Giancarlo Quagliotti, e spiega: «In un momento politico così delicato il problema non è dividersi sul tema della primarie, cioè se fare o non fare la consultazione tra i cittadini, ma lavorare per trovare il massimo dell’unità del partito e della coalizione, prima sul programma di governo e poi sulla scelta del candidato alla successione di Chiamparino».

Quel che preoccupa Morgando è il rischio di una frammentazione del partito e di una guerra interna sulle candidature che «può avere effetti nefasti così come è successo a Bologna dove le divisioni del centrosinistra hanno permesso al centrodestra di conquistare la città con Giorgio Guazzaloca». Fantapolitica? Può darsi ma se è vero quel che affermano due parlamentari come Giorgio Merlo e Anna Rossomando allora si capisce perché le preoccupazioni del segretario regionale siano concrete.

I due deputati, infatti, lanciano l’allarme perché le «legittime, e crescenti ambizioni personali dei singoli devono essere precedute da un serio progetto sul futuro della città dei diversi candidati alle primarie». E ancora: «La logica delle autocandidature è certamente positiva, ma richiede di essere governata dal Pd e dalla stessa coalizione di centro sinistra».

I «giovani turchi» hanno presentato un documento per chiedere agli organismi di partito di convocare le primarie. Soluzione prevista dallo Statuto anche se qualcuno nel partito ha fatto rilevare la contraddizione di alcuni dei firmatari, in particolare di Claudio Lubatti e Malvina Brandajs, membri della segreteria provinciale. E poi sarebbe facile immaginare la guerra che si aprirebbe sulla raccolta delle firme.

Non è un caso che Quagliotti si dica convinto che «alle primarie per la scelta del sindaco di Torino devono partecipare solo gli iscritti della città. Il diritto di sottoscrivere le candidature». Un ragionamento politico che di fatto escluderebbe automaticamente gli iscritti di Settimo, Collegno e via dicendo. Lo statuto, però, parla di un livello provinciale di partecipazione: ma per dirla con l’assessore provinciale Umberto D’Ottavio, ex sindaco di Collegno «se qualcuno del partito di Torino venisse nella mia città per dirmi chi deve fare il sindaco lo caccerei a pedate».

E non è solo una questione di metodo. Confini più o meno ampi di sottoscrizione delle candidature portano a ridisegnare i rapporti di forza tra i diversi candidati e anche all’interno delle varie componenti. Il rischio, insomma è quello di trasformare la consultazione popolare in una guerra tra aree politiche o per dirla con Merlo e Rossomando tra «le legittime e crescenti ambizioni personali dei singoli».

L’assemblea regionale di domani, dunque, servirà per capire quali sono i margini per trovare la più ampia unità possibile a livello locale una condizione necessaria per avere la possibilità di incidere sulle candidatura che per forza di cose dovrà tener conto anche del valore politico nazionale delle prossime comunali.