Sì alle primarie Ma nel Pd si mastica amaro

ALESSANDRO MONDO – LaStampa

Sette cartelle per dare la linea al partito in vista delle elezioni comunali e sdoganare, senza troppo entusiasmo, le primarie per scegliere il candidato sindaco.

A due condizioni. Le primarie, intese come primarie di coalizione e relegate nell’ultimo capoverso della relazione letta da Gianfranco Morgando all’assemblea regionale del Pd, non dovranno essere «un feticcio». La seconda precisazione è conseguenza della prima: piaccia o meno, il gruppo dirigente del partito non rinuncerà «all’esercizio della responsabilità politica di ricercare soluzioni condivise». Concetto ribadito al termine del discorso: «Accanto alle primarie c’è spazio per il lavoro dei gruppi dirigenti, oltre alle candidature bisogna ragionare anche sui contenuti».

Su questo punto il segretario regionale – accusato di gestire in proprio la partita – è stato chiaro. Nel giorno in cui apre alla richiesta dei «giovani turchi» del Pd, l’appello per le primarie ha raggiunto un migliaio di firme, mette i proverbiali puntini sulle «i»: «Il segretario non si arroga diritti, non intende prevaricare». Pausa. «Ma sarebbe ben strano se non sentisse il dovere di discutere questioni così importanti con il segretario nazionale e di ascoltarne le opinioni». Una replica anche alle critiche» di Giancarlo Quagliotti, coordinatore della segreteria regionale.

Avanti con le primarie, allora – che improvvisamente ieri tutti davano come un fatto scontato – senza trasformarle in una mannaia. Peggio: in una guerra tra bande. I congressi provinciali saranno convocati entro ottobre, l’appuntamento è per fine anno.

Immediate le reazioni. Soddisfatto Lubatti, primo promotore dell’appello. Nel ribadire il concetto – «non possiamo rischiare che il candidato sia scelto in qualche trattoria romana» – Tricarico ha perorato il ricambio della classe dirigente: «Nel 2011 non farò più l’assessore». Gariglio, «pur non amando le primarie», considera ancora peggiore la scelta verticistica dei candidati. E mentre si tura il naso, si fa avanti: «Il problema vero è che manca il percorso per arrivare alla consultazione, io ho delle cose da dire». Per Corgiat e per Merlo, «le primarie non si discutono». Anche così, il primo è convinto che «difficilmente il candidato sarà scelto in quel contesto». «Il che non dovrebbe essere bollato come un tradimento verso il partito», mette le mani avanti il secondo. Esposito, sottolineando «il ruolo anche politico svolto dal Politecnico negli ultimi anni», ha evocato Profumo, il convitato di pietra dell’assemblea: «Scusate ma… qualcuno gli ha chiesto formalmente se ci sta?». Quanto alla candidatura, «chi ha ambizioni si faccia sotto o ci penserà Roma». La scelta dell’uomo giusto passerà anche dal contributo di Chiamparino, invitato a battere un colpo. Altamura e Ardito auspicano l’unità del partito.

Reazioni diverse all’intervento di Morgando, che ha toccato diversi altri temi. In primis, i limiti del Pd: l’abbandono del progetto del «partito del Nord» in contrapposizione alla Lega, che potrebbe ripartire proprio da Torino; la rissosità interna; l’incapacità di attrarre consensi nonostante gli scivoloni della destra; la cronica difficoltà a sfondare fuori dal capoluogo e dalla cintura». Ma anche la strategia delle alleanze, lavorando a una coalizione più ampia, e la preoccupazione per i ricorsi elettorali: «fondati» eppure troppo lunghi per garantire la governabilità della Regione. Tanto più che a Cota, «preme soprattutto la politica romana. Quanto a Fiat, l’apprezzamento del piano-Marchionne non prescinde dal giudizio negativo sul caso dei lavoratori di Melfi: «Quello dell’azienda è un braccio di ferro sproporzionato».