La vera tragedia? Ci siamo abituati a queste notizie

Maria Zegarelli – l’Unità

È come se una scossa elettrica attraversasse le poltrone rosse del Teatro Romano. Qui ci sono i lavoratori e le lavoratrici arrivati da tutte le regioni del paese per parlare di occupazione e politiche industriali con i responsabili regionali Pd del settore, con Cesare Damiano, Stefano Fassina, Emilio Cabaglio, Tiziano Treu. La notizia la dà Stefano Esposito, il moderatore. Sono morti tre operai a Capua, in Campania, mentre pulivano una cisterna nella ditta farmaceutica Pierrel. Sono morti, altri tre, l’esercito bianco che si spegne neanche fosse in guerra. Sconcerto, rabbia, un momento di raccoglimento. E le reazioni, come quella di Giuseppe Caristia, carrellista alla Rivalta Marelli: «Cosa provo? Una grande incazzatura, perché le misure di sicurezza nei luoghi di lavoro dovrebbero essere la priorità e invece è la prima voce che si taglia. Il problema non è soltanto legislativo: è culturale. Come può un ministro, come Giulio Tremonti, sostenere che certi diritti sono un lusso? E come è possibile che molto spesso proprio noi lavoratori viviamo queste misure come degli intralci?». Dino Orru, è in pensione dopo aver passato tutta la vita a Mirafiori, quando non c’era Marchionne e l’accordo di Pomigliano sarebbe stato impensabile. «Provoca una rabbia profonda sentire che tre operai muoiono e contemporaneamente assistere tutti i giorni – dice – al tentativo di far passare la logica secondo cui la riduzione dei costi d’impresa comporta inevitabilmente un taglio dei fondi destinati alla sicurezza. Ma lo sanno che i costi della mancata sicurezza ammontano a 30 miliardi di euro?». Federico Mirabelli, lavorava in una ditta di componentistica a Livorno: è in cassa integrazione da due anni, sua moglie è una precaria della scuola, hanno due figli. Scuote la testa quando sente l’ultimo bollettino di guerra che arriva da Capua. «Sa quale è il rischio? Che ci si abitui anche a notizie come questa, perché accadono spesso, troppo spesso. Mi chiedo cosa aspetta la gente comune, quella che ogni giorno va a lavorare, a ribellarsi». Elisabetta Fois, 32 anni, stringe tra le mani il suo casco giallo, quello dei minatori del Sulcis. «Lo riconosci da questo piccolo aggancio, proprio qui davanti, serve per la torcia». Viene dalla Sardegna, lavora nel reparto ricerche e sviluppo della Carbo Sulcis Spa, dove dice c’è un’enorme spada di Damocle che pende sul futuro della società. «Il 31 dicembre 2011 scade la legge proroga 129/2010 che sta permettendo alle imprese locali di restare aperte». In Sardegna il lavoro è una delle più grandi emergenze ed è a rischio la stessa tenuta sociale. A 32 anni, come a 50, non lo accetti che c’è chi il lavoro non lo trova o rischia di perderlo e chi ce l’ha ne muore. «Ormai per molte aziende la sicurezza è un costo, un lusso appunto, come ha detto qualche illustre uomo di governo». L’incontro di questa mattina è un susseguirsi di interventi, lavoratori del Nord e del Sud, stessi problemi: precarietà, mancanza di investimenti e di risorse. Mancanza di politiche industriali e addirittura di un ministro per lo Sviluppo, in un paese dove la crisi miete vittime ogni giorno. L’ex ministro Damiano avverte: «Non possiamo permetterci di abbassare la guardia e la tragedia di Capua ne è la drammatica conferma». Qui nessuno nega che sia necessario cambiare le regole del mercato del lavoro che la globalizzazione rende ormai inevitabile, ma – dice Giuseppe della Fiom, «questo non significa assecondare quello che viene dall’alto, quando hai il coltello puntato alla gola. Pomigliano è la mia fabbrica, quella sulla quale vivono quasi 20mila persone. La classe operaia italiana è intelligente, non permetteremo mai di farci calpestare perché nelle nostre vene scorre il sangue della resistenza». Stefano Fassina, responsabile Lavoro del Pd, lasciando la sala chiede al ministro Sacconi di riferirei in Parlamento, sui fatti di Capua: «Le condizioni di sicurezza sul lavoro vengono disattese senza rispetto per la dignità delle persone, in un contesto in cui la legalità e le regole fondamentali vengono attaccate come inibizioni alla crescita». Nella sala Norberto Bobbio c’è uno spazio dedicato a chi vuole «metterci la faccia». Ti fai una foto con il computer, scrivi una frase, la stampi e poi l’appendi. Ce ne sono a migliaia. Qualcuno ha attaccato solo un biglietto. Con sei parole: «Non si può morire di lavoro».