Nota di risposta al fondo dell’assessore Alfieri su LaStampa di oggi

ottobre 3rd, 2010

L’assessore Alfieri, nel maldestro tentativo di difendere gli sprechi della sua gestione culturale, forse avrebbe dovuto attendere ancora ventiquattore. In questo modo, gli sarebbe accaduto di leggere le parole di Alessandro Baricco che, parlando a Torino proprio riguardo ai costi della cultura, ci ha spiegato che essa ha bisogno di trovare, “nel profitto, il suo vero motore”.

Basterebbe dunque questa breve frase di Baricco per liquidare dieci anni di gestione alfieriana della cultura pubblica torinese. Lo stesso Alfieri, però, affidando a qualche suo consulente culturale il compito di scrivergli un testo ridondante di citazioni (da Rossini a Goebbels), usa i toni arroganti della rivendicazione dei propri errori e dei propri sprechi, con la stessa protervia con la quale lo stalinismo difendeva gli insuccessi dei suoi piani quinquennali. Una cultura, quella stalinista, che rientra nelle memorie politiche di Alfieri (è vero, questo bisogna ammetterlo) più di quella di Goebbels.

E mettendo dunque da parte le due identità peggiori del “Secolo Breve” ormai trascorso, la vera accusa che va invece mossa all’assessore comunale alla Cultura è piuttosto quella di ragionare, nel 2010, come i pessimi ministri dell’Economia dei governi del Caf, durante gli ultimi mesi di vita della Prima Repubblica. Quelli che, davanti alle contestazioni del tracollo economico italiano, replicavano tentando di ridurre di qualche numero le cifre dei loro sperperi. Così, come un doroteo, fa anche Alfieri. Infatti, ci spiega, la sola stesura del progetto irrealizzabile per la Biblioteca del Bellini non sarebbe costata venti milioni di euro, ma “solo” dodici milioni. Lo spettacolo olimpico in cinque parti di Luca Ronconi, invece, avrebbe pesato sui bilanci pubblici “solo” per un importo di sette milioni di euro e non di dieci.

Il problema è che l’assessore dovrebbe chiedere, a chi gli scrive le lettere e i discorsi, di usare la lingua italiana in forma corretta e dunque di chiamare quelle spese (anche nell’ammontare più “favorevole” ad Alfieri) con il loro vero nome: “sprechi”. Aggiungendo subito dopo quanti acquisti di libri e quante stagioni teatrali dello Stabile si sarebbero potuti finanziare con tutti quei milioni di euro. </span>

Ma la “normalità” della cultura, lo sappiamo, non vince i Premi Ubu e, soprattutto, non gonfia a dismisura il narcisismo patologico degli assessori.

PS Il premio UBU è il più grande riconoscimento di teatro in Italia…

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