Il Sud visto da Nord Operai leghisti figli di meridionali

Gigi di Fiore – IlMattino

TORINO (12 ottobre) – «Caproide. Sì, proprio così l’ha chiamato: caproide». Michelina Codella, radiologa ospedaliera con genitori di Calitri, elenca i suoi esempi di atteggiamenti anti-meridionali. Nella Torino, città del nord dalla più alta concentrazione di gente del sud emigrata negli ultimi cinquant’anni, i cartelli «non si fitta ai terroni» sono un ricordo. Ma certe prevenzioni restano, conferma Michelina.

E cita quel termine dispregiativo che ha sentito gettare in faccia ad un collega calabrese. Poi spiega: «La verità è che tutti si dicono non prevenuti. Poi, se a sbagliare sul lavoro, come può capitare a tutti, è uno originario del sud, escono fuori certe definizioni».

Torino città delle celebrazioni per i 150 anni di unità nazionale, ma anche capoluogo di una regione che ha eletto presidente il leghista Roberto Cota. Se è vero che, tra i piemontesi, ci sono quasi un milione di elettori con origini meridionali, il calcolo è presto fatto: nelle percentuali tra il quindici e il venti per cento di voti alla Lega ci sono anche molte schede segnate da calabresi, campani o siciliani.

Basta spostarsi a Mirafiori, per rendersene conto. Giuseppe è un operaio Fiat dalle origini calabresi. Ha votato Lega, lui è «padano»: nato a Torino da padre di Riace e mamma di Reggio. Vive a Santena, a sud di Torino, il paese dalla più alta concentrazione di famiglie di origine calabrese. Ha le idee chiare: «Non credo che la Lega sia anti-meridionale. Piuttosto, quando torno giù a trovare dei parenti, mi chiedo ma come fanno a vivere qui. L’idea del posto fisso, di un santo che li aiuti. E noi, qui, a buttare il sangue in fabbrica».

Il successo della Lega in Piemonte pesca nell’anti-meridionalismo di ritorno: i figli degli emigrati che si rivoltano contro i padri, calpestando radici e identità. E poi c’è la crisi economica. Stefano Esposito, famiglia di origini napoletane ma nato come tutti i suoi fratelli a Torino, è un deputato del Partito democratico torinese e, con impegno, segue decine di vertenze di lavoro in Piemonte.

La sua analisi è impietosa: «La Lega ha una sede nella zona difficile di San Salvario, noi del Pd nel centro elegante. È tutta qui la lettura sui consensi leghisti: loro vivono, come si dice, sul marciapiede cavalcando stati d’animo e paure in periodi di crisi economica». Centomila lavoratori in cassa integrazione, l’otto per cento di disoccupati in più nell’ultimo anno: è il Piemonte oggi. Chiudono le aziende e si frantuma la cultura operaia, cemento ideologico dei consensi a sinistra.

«Con chi devo prendermela – dice Giorgio Esposito, che lavora in un’azienda di Biella in cassa integrazione – Ero piccolo quando mio padre venne qui da Acerra. Oggi rischio il lavoro e loro, giù, ingrassano alle nostre spalle. A noi nessun aiuto, a loro soldi e leggi straordinarie. Siamo forse figli di nessuno?».

Sergio Chiamparino è il sindaco di Torino giunto al termine del suo secondo mandato. Da uomo pragmatico, ha le sue spiegazioni: «Questa è una città che ha accolto tutti in tanti anni. Oggi sembra vivere una transizione, anche culturale. Il primo choc fu negli anni Novanta, quando la Lega conquistò Novi Ligure e cominciò a insediarsi nel Biellese. Persino Cossato, piccole Comune dalla tradizione di sinistra che ha radici nella resistenza, di recente ha preferito la Lega. Chiudono le aziende a Biella, a Ivrea – sottolinea Chiamparino – vengono meno le idee-forza ideologiche della sinistra. La Lega ne ha cavalcate altre, tutte fondate sulle paure».

Nella sede istituzionale di via Poggio, il manifesto con i volti dell’ex governatore campano Bassolino e del sindaco di Napoli Iervolino è accompagnato dalla scritta «RIFIUTIamoli tutti». I politici e l’idea del sud visti da qui: spazzatura e demagogia. Giorgia Rapello, sei anni fa ventottenne consigliere comunale di Castiglione torinese, riceve gente che schiuma rabbia contro gli immigrati. Il segretario-deputato Stefano Allasia non c’è, ma nella sezione si raccolgono i dati recenti degli iscritti alla Lega torinese: quattromila sostenitori e mille militanti.

C’è prevenzione anti-meridionale, nella città dove la riapertura del museo Lombroso, con il cranio del contadino meridionale «predisposto» a fare il brigante, fece scattare a maggio una marcia di protesta con quattrocento persone venute dal Sud? Qui, nelle battute, o nei discorsi, si capisce che lo stereotipo del meridionale è un misto diviso tra il Pulcinella, il camorrista e il furbo. Uno stereotipo cavalcato con intelligente ironia da Piero Chiambretti nelle sue due pizzerie a Torino dove, tra decine di manifesti kitsch, si avverte che «solo qui si mangia l’unica pizza verace autorizzata dai napoletani».

I terroni al nord folgorati dal verbo leghista? Tra le province di Asti, Biella, Vercelli, Verbania, Novara e Verbania, le percentuali della Lega sfiorano il venti per cento. Dice Costanza Castellano, origini pugliesi, da anni residente in provincia di Alessandria: «I miei fratelli votano convinti per la Lega. Non capisco cosa c’entri la nostra identità con i leghisti. Ma quando parlo di creare qui un Partito del sud – conclude – mi ridono in faccia quasi a compatirmi».