Le proposte de PD a sostegno del comparto edile

Dagli Stati generali delle imprese è arrivato un appello molto chiaro:
«Durante tutti questi mesi, di fronte all’insufficiente politica industriale a sostegno del settore, imprese, sindacati, cooperative, artigiani e tutti gli attori della lunga filiera dell’edilizia hanno denunciato più volte – a livello nazionale e su tutto il territorio – lo stato di grande difficoltà del settore, ricercando un costante dialogo con il governo e le amministrazioni pubbliche, sollecitando un confronto, avanzando proposte concrete che hanno incontrato spesso il favore bipartisan delle forze politiche. A questa azione, responsabile e propositiva, del mondo dell’edilizia non ha ancora corrisposto un’efficace azione del Governo, né sul piano dei provvedimenti adottati e delle risorse disponibili, né su quello del coinvolgimento completo degli attori degli Stati Generali, visto che il tavolo interministeriale dell’edilizia, che era stato insediato a Palazzo Chigi nel luglio 2009, si è finora riunito una volta sola. Non possiamo protrarre ulteriormente un’attesa che ha già fatto molte vittime in termini di perdita di posti di lavoro e di competitività del Paese»
Queste le nostre considerazioni
Nel corso di questa legislatura abbiamo proposto nei numerosi provvedimenti definiti “anticrisi” oltre che nelle manovre finanziarie discusse, emendamenti ed ordini del giorno che indicassero chiaramente le necessità manifestate dal comparto edile e che rispondessero con soluzioni anche graduali alla urgente situazione di crisi che si è prodotta nell’intero Paese. Le risposte del Governo e della maggioranza sonostate negative.
Molteplici e variegate sono le misure attraverso le quali sostenere il comparto sia in relazione ad investimenti e risorse sia in relazione a procedure amministrative e di semplificazione normativa, siaattraverso norme fiscali.
Le risposte di maggioranza e Governo sono inadeguate, insufficienti ed hanno prodotto effetti molto gravisul sistema complessivo.
Dal 2000 ad oggi una grande trasformazione del mercato dell’edilizia ha portato la quota delle opere pubbliche di importo superiore al milione di euro dall’1% al 36% del totale. Ciò significa che le risorse della Legge obiettivo sono state sottratte a tutto il mercato che si è indebolito in totale del 20%:
Il Programma delle infrastrutture strategiche comprende 348 opere per un valore complessivo di 358miliardi di euro. Poche, tra queste risultano effettivamente “avviate” (e quindi con progetto preliminare oprogetto definitivo e quadro finanziario approvati): il valore complessivo delle “avviate” è di 131 miliardi, non più del 37% del costo dell’intero programma. Esiguo il numero delle opere ultimate: al 30 aprile 2010 risultano ultimate o prossime ad esserlo solo 63 opere per un costo complessivo di 32,8 miliardi, il12,6% dell’intero Programma per numero di progetti e il 10% per costo.
Quanto all’evoluzione del mercato generale dei lavori pubblici, un’indicazione importante arriva dal numerodelle gare bandite.
L’andamento delle gare negli ultimi anni è rappresentato da una curva in costante calo: dal 2002 al 2009: si è  infatti passati da 35.484 a 18.633 bandi (-47,5%), il livello minimo degli appalti pubblici dal 1995 aoggi. I dati dei primi cinque mesi dell’anno in corso mostrano un ulteriore ridimensionamento rispetto allo stesso periodo del 2009 (-2,7%). Il commento del Cresme, che ha curato il 5° rapporto sulla LeggeObiettivo è molto significativo: “l’evoluzione delle nuove grandi opere sembra essersi arrestata, nonsolo a motivo di una “pausa fisiologica” dopo le ingenti risorse investite negli anni passati, ma peruna crescente difficoltà a reperire risorse finanziarie pubbliche. Le uniche grandi infrastrutture in buona salute sembrano essere quelle delle concessionarie autostradali finanziate con i capitali privati.
Il centrodestra ha costantemente sottolineato l’efficacia della Legge-Obiettivo nel semplificare e accelerare iprocedimenti amministrativi e nel ridurre i tempi di realizzazione delle opere. Ma in realtà la legge obiettivo non ha prodotto né accelerazioni né semplificazioni delle procedure per realizzare le infrastrutture.
Già uno studio del 2005 dell’Associazione Nazionale Costruttori (ANCE) ha sottolineato come i percorsi procedurali disposti dalla Legge Obiettivo siano addirittura più lunghi e complessi delle procedure ordinarie.Secondo l’ANCE, se un’opera dovesse essere realizzata secondo i tempi medi necessari alle proceduredefinite dalla Legge Obiettivo si arriverebbe a 2.920 giorni; oltre 900 giorni in più dei 2.010 giorni necessariper seguire le procedure richieste per le opere ordinarie (cioè 5,5 anni).
Cosa ha fatto di recente il Governo per accelerare la realizzazione delle opere? Per “velocizzare leprocedure esecutive dei progetti del quadro strategico nazionale e le disposizioni processualiamministrative” con il decreto 185/2008 ha previsto la nomina di commissari straordinari, con poteri dimonitoraggio e di impulso.
La velocità delle procedure a scapito della trasparenza, del rispetto delle norme ordinarie e dellaconcorrenza l’abbiamo registrata esclusivamente nel campo spesso impropriamente esteso dellaProtezione civile: per far fronte all’emergenza, che ha riguardato, nel tempo, il Passante di Mestre come ilG8, il Giubileo come l’Expo 2015, il terremoto d’Abruzzo, l’emergenza rifiuti Campania, Palermo, Calabria,gli eventi alluvionali, sono state adottate dal 2000 al 2010 oltre 800 ordinanze per una spesa totale di circa 17 mld.
Per non parlare delle S.P.A istituite presso i diversi Ministeri che sottraggono al mercato trasparente la fetta più importante dei pochissimi investimenti di questo Governo .
Contenziosi, corruzione, Patto di stabilità sulle Amministrazioni locali frenano ogni possibile azioneper risollevare la moltitudine di imprese medio piccole che operano nel settore.
Inutili sono state: nomine di commissari straordinari per accelerare altre opere (gli stessi auditi in Parlamento lamentano carenza di risorse per realizzarle);
Inutile e improduttiva è stata la pseudo-semplificazione di procedure (vedi arbitrati e direttiva ricorsi,ma soprattutto procedure straordinarie e poco trasparenti che oggi pregiudicano concorrenza tra leimprese, trasparenza del sistema pubblico, controllo della spesa).
Nell’ambito della discussione della legge di stabilità alla Camera, il Governo ha presentato in Commissione bilancio alla Camera, all’interno del maxiemendamento alcuni articoli di carattere ordinamentale contenentiipotesi di modifica del codice appalti limitanti la trasparenza e volti ad annullare alcune restrizioni. .Ladichiarazione di inammissibilità richiesta anche dal nostro gruppo ha evitato ulteriori passaggi chefavorissero un numero ristretto di soggetti. Rimane la meraviglia rispetto ad atteggiamenti che niente hannoa che vedere con l’interesse diffuso delle imprese ma che cercano di individuare riserve e possibili vied’uscita dall’applicazione delle norme.
Intanto la complessità della normativa ordinaria, quella su cui si confrontano migliaia di piccole e medie imprese fa proliferare il contenzioso, rallenta la realizzazione delle infrastrutture, non vedecontrolli efficaci mette in difficoltà la Pubblica Amministrazione.
La struttura di fatto asimmetrica del mercato ha favorito alcune grandi imprese, traslato sulle PMI la compressione dei margini (massimo ribasso), tenuto rigidi i costi di accesso al mercato.
Fin dall’approvazione della manovra finanziaria 2010 è apparso chiaro che gli effetti della crisi anzichériflettersi su tagli alla spesa corrente, si sarebbero concentrati in una riduzione delle spese in conto capitale(di oltre 8 miliardi).
La finanziaria per il 2011 non modifica questo trend, con ulteriori 7 miliardi di riduzione. (Tant’’è che nella relazione alla decisione di finanza pubblica il Governo parla di una riduzione del 38% degli investimenti inconto capitale nell’ambito delle infrastrutture).
Non sono cresciute neppure le erogazioni delle risorse già stanziate: le amministrazioni statali non sono diventate più efficienti nelle procedure di spesa; non è aumentato il livello delle spese rispettoai precedenti esercizi finanziari, né è cresciuto il volume dei pagamenti.
Se si confronta la serie storica dal 2008 al 2011 degli stanziamenti previsti per Infrastrutture pubbliche e logistica e quelle per la casa e le politiche urbanistiche, emerge che, dopo il 2009, le risorse disponibiliper queste finalità si sono ridotte drasticamente; la variazione più consistente è proprio quella prevista per il2011 sconta una riduzione di due miliardi di euro rispetto a giugno 2010); le risorse destinate a “Casa eassetto urbanistico” passano da uno stanziamento di 2.176 milioni di euro nel 2009 a 238 milioni di euro nelbilancio di previsione 2011.
Sono tanti i programmi importanti che il Governo ha tagliato in modo incisivo:

  • i “Sistemi idrici, idraulici ed elettrici” hanno solo 30 milioni di euro di risorse, il 30% in meno rispetto a quanto previsto solo sei mesi fa; le Politiche abitative, urbane e territoriali nel 2011 avranno il 34% in meno di rispetto a quanto stanziato nel 2010.
  • il programma “Opere strategiche, edilizia statale e interventi per calamità” dove ci sono le risorse per investimenti in opere strategiche “di preminente interesse nazionale nonché per opere dicaptazione ed adduzione di risorse idriche” – registra un incremento irrilevante, il 2,7% in terminipercentuali rispetto a quanto previsto in giugno.
  • le risorse per edilizia abitativa e politiche territoriali destinate in prevalenza alle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo sono appena sufficienti a coprire gli oneri quantificati dal “vecchio” decreto39/2009 (il primo decreto dopo il terremoto di aprile 2009) oneri che si sono rivelati ben più elevati neimesi successivi.
  • i “Programmi di edilizia sperimentale agevolata in locazione a canone concertato” dispongono di poco più di 40 milioni di euro; il Fondo per l’attuazione del “Piano casa” ha uno stanziamentoirrilevante, per soli 4,1 milioni di euro.

Il Governo sembra non avere percezione delle emergenze e tanto meno la forza politica di individuare davvero le opere prioritarie che potrebbero rispondere alle esigenze della collettività esoprattutto rilanciare l’economia. Opere che vanno dalla messa in sicurezza del territorio agli interventi dibonifica dei siti industriali, dal miglioramento e potenziamento del trasporto ferroviario (merci e passeggeri),anche e soprattutto sulle linee ad alta frequentazione, agli investimenti per il trasporto pubblico nelle areeurbane, dalle opere idriche alle autostrade del mare.
E’ mancata una visione strategica della politica delle infrastrutture: già il DPEF 2010 evidenziava come il trasporto incide per oltre il 40 per cento sulla bilancia energetica, lasciando intendere che sarebbe necessario modificare il sistema di mobilità.
Ma nessuna iniziativa viene intrapresa per risolvere lo squilibrio modale, per incentivare lo spostamento dei vettori non a pieno carico, per risolvere i problemi di congestione e di saturazione di molti assi viari oassicurare un trasporto pubblico efficiente nelle aree urbane. Questo si tradurrebbe in opere e lavoro dimiglioramento e riqualificazione delle infrastrutture esistenti.
Abbiamo segnalato fin dalla Manovra del Luglio 2010 la gravità della misura che ha completamente azzerato gli stanziamenti pari oltre 1,5 miliardi a favore dell’Anas (investimenti disposti dal governo Prodi) indirizzandoli a favore della società Ponte sullo stretto di Messina.
Per porre rimedio alla mancanza di fondi destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria della viabilità di tutto il territorio nazionale di cui Anas ha la competenza il Governo ha introdotto il pedaggiamento dei raccordi autostradali e l’aumento delle tariffe sulle tratte esistenti provocando uncontenzioso con gli utenti e, di fatto, alzando le tasse. Gli effetti sulla manutenzione ordinaria estraordinaria delle infrastrutture di competenza Anas nei territori saranno molto evidenti e purtroppo ilritardo sulla messa in sicurezza della viabilità esistente è destinato ad aumentare. E’ utile sottolineare chel’effetto immediato sarà quello di deprimere lavoro ed occupazione per migliaia di imprese.
Grave è, inoltre, l’assenza di qualsiasi azione di respiro pluriennale rivolta. a concordare con tutti i concessionari di pubblici servizi, a partire da Ferrovie dello Stato, Anas, Telecom, ecc., a ridurre le distanze tra i cittadini e le diverse aree del Paese ed a eliminare il gap tra zone forti e zone strutturalmentemeno organizzate ma non per questo di minor valore. Non esistono nei contratti di programma investimentisignificativi che rispondano ad esigenze di riequilibrio territoriale
Per evidenziare le contraddizioni e la perdita di orientamento della maggioranza ma anche la scarsa lungimiranza rispetto a nuove possibili forme di investimenti merita ricordare che il Governo, a proposito diresponsabilità dei Territori e di organizzazione federale, ha abrogato, nel decreto-legge anti-infrazioni il federalismo infrastrutturale, togliendo la possibilità alle regioni di costituire società con l’Anas per larealizzazione di autostrade, sul modello della Pedemontana o del Passante di Mestre che peraltro sono fattisalvi dal decreto. Il tutto senza mettere in chiaro le competenze dell’ente regolatore e dei concessionari.
Ogni azione che fino ad oggi ha caratterizzato il governo Berlusconi ha perseguito una logica tesa a depotenziare controlli e verifiche soprattutto circa gli obblighi di rendicontazione degli investimenti e deicosti. Con il decreto legge n. 162 del 2008 è stato infatti abrogato l’obbligo dell’Anas di destinare una quotadelle risorse derivanti dalle concessionarie alle attività di controllo e vigilanza. Il decreto-legge 207/2008ha quindi eliminato l’obbligo per le concessionarie autostradali – introdotto dalla legge finanziaria2007 – di effettuare gare d’appalto per tutti i lavori, autorizzando affidamenti diretti per il 60% dei medesimi. E’ divenuta poi prassi consolidata l’approvazione delle convenzioni per mezzo di decreti-legge, saltando tutti i controlli amministrativi e parlamentari. Oggi tutto ciò produce allarme in un comparto,quello dell’edilizia che vede le proprie imprese in grave crisi e c’è un appello alla Società autostradeaffinché parte degli investimenti possano coinvolgere imprese esterne escludendo la gestione in house giàdenunciata dall’Autorità per la concorrenza.
Quanto al programma per le piccole opere preannunciato dal Governo ed inserito nell’Allegato infrastrutture dello scorso anno, comprendente di opere di edilizia pubblica immediatamente cantierabili, la dotazione iniziale par a 800 milioni di euro è stata dimezzata ed il programma non è ancora statoapprovato. La delibera CIPE del 18 Nov 2010 non destina risorse al piano delle piccole opere comepromesso più volte dal Ministro Matteoli. E’ ormai chiaro che nessuna attenzione concreta è statariservata alle istanze delle imprese che molto contavano sul possibile riavvio di un piano diffuso sututto il territorio nazionale.
Per quanto riguarda l’edilizia scolastica poi nessuno sa quando i soldi saranno effettivamente spesi. Gliunici soldi spesi per l’edilizia scolastica sono quelli che ha stanziato il primo governo Prodi nel 1996 e chesono poi confluiti nella Legge obiettivo. Il terzo piano stralcio preannunciato dal governo è stato sospeso.Del miliardo di euro promesso nel 2008 – sottratto ai fondi Fas che sono diventati il bancomat del governo –sono stati assegnati, a quasi due anni di distanza, solo 358 milioni.
I fondi per le infrastrutture sono stati attinti dal FAS penalizzando il Sud e non rispettando il vincolo di destinazione dell’85% delle risorse per il Mezzogiorno. Il piano per il Sud annunciato lo scorso anno aluglio è stato varato nell’ultimo Consiglio dei Ministri ma non contiene misure operative immediate
Il divario infrastrutturale tra nord e sud aumenta: i Governi del centrodestra hanno operato un netto ridimensionamento delle risorse per investimenti destinate al mezzogiorno, in particolare delle risorsedel Fondo Aree Sottoutilizzate, vincolato, nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale, alla realizzazione dipolitiche per il sud effettivamente “addizionali” rispetto alle risorse ordinarie. Tuttora gli interventi approvatirisultano concentrati, in termini di “peso” finanziario, nel centro-nord; una perequazione “alla rovescia” cheaccresce anziché ridurre il divario infrastrutturale: ad esempio, nel Programma delle infrastrutturestrategiche (PIS) che in 10 anni, ha raggiunto un valore di circa 231 miliardi di euro, solo 84 miliardi dieuro, ovvero poco più del 36%, sono impegnate per infrastrutture nel Mezzogiorno. In definitiva, lapolitica del Governo di definanziamento sistematico dei programmi per infrastrutture (in controtendenzarispetto agli altri paesi europei che hanno invece puntato “tutto” sui programmi di investimento in funzione anticiclica) ha lasciato aperta la “Questione settentrionale” (con le regioni del nord che esprimono unadomanda di accessibilità e mobilità – per persone e merci –non soddisfatta da un’offerta infrastrutturale cheha tuttora gravissimi deficit qualitativi e quantitativi, relativi sia alle connessioni con le «reti lunghe» -Corridoi europei, rotte aeree, rotte marittime ecc – sia alla mobilità interna dei territori regionali e dei sistemiurbani) e ha inasprito la “Questione meridionale”.
Ulteriori fondi sottratti al Sud e, in particolare, ai fondi Fas riguardano il finanziamento dell’abolizione dell’ICIsulle case di lusso (per i meno abbienti ci aveva già pensato il governo Prodi) per un totale di 3 miliardi dieuro; Alitalia, per un valore stimato di oltre 7 miliardi; le risorse per la cassa integrazione; gli aiuti per i comuni amici in dissesto finanziario: Palermo (430 mil/euro), Catania (140), Roma (500); la copertura deglioneri per l’incremento del finanziamento del Servizio sanitario nazionale, per 1,4 miliardi di euro.
Infine, per Expo 2015 abbiamo assistito ad un continuo ridimensionamento dei progetti infrastrutturali e a livello territoriale esistono ancora molte incertezze sia sul piano del reperimento delle risorse sia sul modellogestionale. Opere importanti come alcune linee della Metropolitana rischiano di essere stralciate per lacarenza di fondi e la ristrettezza dei tempi così come alcune delle principali arterie di collegamento inseritenel piano come la Pedemontana lombarda e la Bre BeMi non trovano la copertura completa in quotapubblica.
Esiste come denunciano ormai migliaia di imprese e di Amministrazioni un problema di effettiva erogazione delle risorse destinate alle infrastrutture: a fronte di un programma di circa 13 miliardi dieuro gli stanziamenti effettivi a partire da questa legislatura ammontano a poche decine di milioni di euro. L’Allegato infrastrutture di quest’anno non riporta più l’elenco dei “tiraggi di cassa” dello scorso anno, e ilCipe assegna risorse vere solo al Mose, lasciando il Sud privo degli stanziamenti per le infrastrutture.
Il Piano casa più volte annunciato, che ha bloccato le risorse del Piano casa del governo Prodi per tre anni con la promessa di nuove abitazioni, intanto, non è ancora partito: rispondendo ad una interrogazione il governo ha chiarito che il Piano prevede come prima linea di intervento la costituzione di un sistemaintegrato nazionale e locale di fondi immobiliari per l’acquisizione e la realizzazione di immobili per l’edilizia residenziale ovvero la promozione di strumenti finanziari immobiliari innovativi, con la partecipazione disoggetti pubblici e/o privati, per la valorizzazione dell’offerta abitativa in locazione. In parole povere, si trattadi una operazione finanziaria che ancora non è neanche iniziata. Di quando si comincerà a costruire casenon si parla nemmeno!
Noi fin dal dicembre 2008 abbiamo presentato e approvato in parlamento risoluzione per una politica organica della casa impegnando il governo, tra l’altro, a:

  • realizzare politiche abitative a favore delle fasce più deboli;
  • incrementare, di conseguenza, il «Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione» e il «Fondo di solidarietà per i mutui per l’acquisto della prima casa», come strumenti dibase per il riequilibrio delle distorsioni esistenti nel settore abitativo;
  • incentivare, in tale ambito, le iniziative di recupero e ristrutturazione urbanistica ed edilizia, anche con benefici economici in grado di abbattere i costi legati alla bonifica delle aree dismesse da trasformare eristrutturare, con l’obiettivo, tra l’altro, di alleggerire la mobilità nei centri urbani, evitando di ampliareulteriormente l’estensione delle periferie;
  • promuovere la qualità architettonica e i livelli di innovazione tecnologica del prodotto edilizio rivolto alle famiglie, con incentivi per le iniziative volte a favorire il risparmio energetico e la sostenibilitàambientale.

Ulteriori nostre proposte riguardano:

  1. la riforma degli strumenti di edilizia residenziale pubblica, con l’introduzione di modelli innovativi di collaborazione tra pubblico e privato, puntando all’accreditamento degli operatori dell’alloggio sociale ead una fiscalità di vantaggio che incentivi la promozione di nuovi strumenti finanziari finalizzati ad aumentare l’offerta di alloggi in locazione a canone moderato, nonché la graduale estensione delladetraibilità delle locazioni a tutte le tipologie contrattuali (cd. cedolare secca), a partire dai contratti dilocazione a canone concordato ai sensi dell’art. 2 della l.431/98, innalzandone il limite massimo;
  2. una detrazione straordinaria IRPEF sull’acquisto o la ristrutturazione di alloggi da aggiungere alle misure vigenti (36 per cento per costruzioni e 55 per efficientamento energetico)
  3. un aumento da euro 4.000 a 6.000 euro dell’importo massimo su cui calcolare la detrazione relativa ad interessi ed oneri accessori dei mutui prima casa nonché ad aumentare dal 19 al 23 per cento -aliquota Irpef prevista per il primo scaglione di reddito – la percentuale degli oneri ammessa in detrazione dall’imposta lorda; tale percentuale si applicherà agli interessi passivi e relativi oneriaccessori in dipendenza di mutui contratti per l’acquisto e la costruzione della prima casa garantiti da ipoteca su immobili;
  4. un incentivo per le iniziative di recupero e ristrutturazione urbanistica ed edilizia, anche con benefici economici in grado di ridurre ulteriore consumo di suolo pubblico e privato;
  5. adeguate risorse per la messa in sicurezza di edifici pubblici, a partire dalle scuole e dagli ospedali fino all’edilizia carceraria, nonché per la sicurezza dei cantieri pubblici e privati e la tutela della salute dei lavoratori.

Straordinaria occasione anche per il comparto delle costruzioni è collegata alla rivoluzione di quellagreen economy che sta trainando le economie degli altri Paesi europei.
Pensiamo al successo dell’eco-incentivo del 55% in edilizia ( introdotto dal Governo Prodi nella finanziaria 2007). E’ stato utilizzato da 843.000 famiglie, ha prodotto 11,1 miliardi di euro di fatturato,attivato oltre 50.000 posti di lavoro all’anno nell’edilizia e nell’indotto.

La nostra battaglia per il mantenimento dell’ecoincentivo per il prossimo triennio nella discussione dellalegge di stabilità alla Camera ha fatto sì che il credito di imposta rimanga ma spalmato in 10 anni anziché 5
Da questa esperienza abbiamo proposto al Governo di utilizzare il meccanismo del 55% anche per l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio esistente. Purtroppo la risposta è stata negativa
Efficientamento energetico e messa in sicurezza sismica del patrimonio edilizio esistente sia pubblico che privato rappresentano una straordinaria occasione di valorizzazione e conservazionedel patrimonio edilizio oltre che una efficace risposta allo sproporzionato aumento del consumo di suolo
Passando dalle infrastrutture alle politiche per il territorio, oltre a sottrarre 3 miliardi di euro di fondi FAS destinati dal governo Prodi alla bonifica e al ripristino dei siti industriali inquinati, il governo Berlusconiha ridotto fino al 70% i finanziamenti ordinari per la difesa del suolo destinando successivamente unmiliardo di euro a valere sui fondi FAS che però non ricostituiscono neanche lo stanziamento originario edovranno in parte essere utilizzati anche per le gravissime emergenze alluvionali accadute in Veneto,Toscana, Liguria, Calabria, Campania e Friuli
Ulteriori risorse dovranno essere destinate ai programmi per la difesa del suolo e il dissesto idrogeologico (consentendo alle imprese di accedere alle gare per il miliardo attribuito al Ministerodell’ambiente dalla finanziaria 2010 nel rispetto dei criteri di trasparenza e concorrenza), per il rischio sismico (utilizzando il Fondo per la prevenzione istituito dal decreto-legge 39/2009) nonché per investimenti nella rete idrica (attraverso una corretta applicazione della riforma dei servizi pubblici locali). Abbiamo più volte nel corso del 2010 richiamato il Ministro dell’ambiente alla definizione dello schema diripartizione dei fondi per le Regioni che deve essere approvato dal Cipe, ma ad oggi il Ministero riferisceche sono stati siglati 8 accordi di programma.
Diatribe con il ministero delle Finanze, incapacità ed inefficienza del Ministero dell’ambiente hanno bloccatoper tutto l’anno 2010 l’erogazione dei fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio. Nella difficilissima situazione provocata dai disastri naturali dell’ultimo anno le Istituzioni locali e le Regionihanno lavorato da sole con il credito di moltissime imprese che oggi rischiano il fallimento per responsabilità di uno Stato centrale che non fa il suo dovere e non eroga il dovuto come da impegni presi in ordinanze della Presidenza del Consiglio, decretazioni di urgenza, legge finanziaria.
Il patto di stabilità, come regolato dalla manovra estiva, impone un drastico taglio della spesa delleautonomie, con conseguenze rilevanti sui programmi per la realizzazione di infrastrutture ed operepubbliche e sulla redditività delle imprese fornitrici e subfornitrici degli enti locali. Gli enti locali e territorialinon possono pagare, anche con le risorse disponibili in cassa, perché le regole del patto impongono ilcontenimento anche delle erogazioni per impegni assunti prima della manovra estiva. Gli enti che nonhanno potuto ottenere rinegoziazione dei termini di pagamento o dilazioni sono costretti a pagare, ancheper evitare gli interessi di mora per ritardato pagamento su fatture emesse e il conseguente danno erariale.
Una nostra proposta è stata quella di escludere dal vincolo del patto di stabilità le spese proprie di Comuni,Province e Regioni impiegate in lavori di messa in sicurezza del territorio dopo i disastri ambientali chehanno richiesto la dichiarazione di Emergenza dal Consiglio dei Ministri. La risposta è stata negativa.
La pubblica amministrazione non paga i crediti degli imprenditori che realizzano le opere e dei fornitori.
In questi mesi, ad un anno di distanza le Regioni colpite dai danni alluvionali del Nov-dic 2009, non hanno ancora ricevuto le risorse dovute dallo Stato centrale.

Nel corso dell’esame della legge di stabilità, il gruppo PD della Camera ha proposto che, nel rispetto delleindicazioni della proposta di Direttiva relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali approvatain prima lettura dal Parlamento Europeo in data 20 ottobre 2010, i comuni possano, nei limiti di una spesacomplessiva per l’intero comparto di 1.000 milioni di euro, escludere dal saldo rilevante ai fini del patto distabilità interno relativo all’esercizio finanziario 2011, i pagamenti effettuati nei limiti delle disponibilità dicassa e a fronte di impegni regolarmente assunti, per spese di investimento relative a fatture di piccole emedie imprese per opere pubbliche eseguite, il cui termine di pagamento, contrattualmente stabilito, siascaduto da oltre due mesi alla data di entrata in vigore della legge di stabilità (1° gennaio 2010).
Riteniamo inoltre che occorra con urgenza definire un piano per il rimborso dei crediti arretrati dovuti da enti pubblici, in particolare verso le piccole e medie imprese, entro il 31 dicembre 2012, con indicazione dellerisorse necessarie.
Nel contempo, appare necessario adeguare i sistemi informatici delle pubbliche amministrazioni, per l’accettazione di fatture elettroniche come equivalenti a quelle su supporto cartaceo e porre in essere tuttele iniziative necessarie a sviluppare un contesto giuridico ed economico che favorisca la puntualità deipagamenti nelle transazioni commerciali
Quanto alle proposte dirette a semplificare e stabilizzare il sistema di realizzazione delle opere pubbliche, occorre innanzitutto semplificare il Codice, dando centralità alla progettazione e agli aspetti tecnici e lasciando sullo sfondo solo i principi generali sulla procedura (trasparenza e legalità) e sull’efficacia el’economicità dell’intervento (programmazione della spesa, informazione e consenso, equilibrio degliinteressi coinvolti tra pubblico e privato). Occorre poi potenziare il sistema di vigilanza ex post, che oggi silimita alla fase di affidamento ma non fa controlli sulla gestione dei contratti.
Parallelamente occorrerebbe intervenire sul riequilibrio della concorrenza: oggi vi è concorrenza sleale siada parte di coloro che non rispettano le regole che da parte delle amministrazioni che applicano leprocedure di emergenza – o secretate – anche in situazioni ordinarie (vedi Protezione civile per grandi eventi,Ministero difesa attraverso Difesa spa, Beni culturali attraverso ARCUS, Ministero dell’Ambiente attraversoSogesid, Ministero della Giustizia attraverso il piano carceri). Insomma ciascun Ministero sottrae le risorse esoprattutto la gestione ed il controllo alla trasparenza ed alle regole del mercato.
Il tema della qualificazione deve andare di pari passo con la lotta all’illegalità. I criteri reputazionali sono in contrasto con l’avvalimento e il subappalto diffuso: serve un sistema di prequalifiche e rotazione, con unavalutazione dei risultati che abbia effetti sull’accesso alle gare successive
Il gruppo del Pd ha sostenuto con decisione l’inserimento dell’articolo che norma la tracciabilità dei flussi finanziari negli appalti nel Piano straordinario contro le mafie, proposto dal Governo. Una misura checostituirà un utile supporto alle migliaia di imprese oneste che nella legalità operano e che rischiano divedere alterati la concorrenza leale ed il mercato.
Tra le misure di semplificazione, si segnala, in particolare, la riduzione del numero delle stazioni appaltanti,cui va attribuita la piena responsabilità per quanto attiene a progetto ed atti tecnici, con una chiara divisionedelle responsabilità tra progettazione ed esecuzione. Per quest’ultima, si segnalano 4 principi generali:tempi certi di inizio e fine lavori; scaro ricorso al subappalto; varianti solo se migliorative; attenta politicacontrattuale delle stazioni appaltanti per premiare l’esecuzione ottimale dell’opera.
Non può farsi a meno di evidenziare la necessità di un intervento per ridurre i tempi dei pagamenti daparte della PA, secondo quanto recentemente approvato in una direttiva europea, da coordinare con unamodifica normativa sulla tematica del Patto di stabilità.