Primarie di coalizione il Pd medita l’addio

ANDREA ROSSI, MAURIZIO TROPEANO – LaStampa

A.A.A. iscritti cercasi. Mentre i suoi dirigenti continuano a scambiarsi sonori sganassoni, incuranti della sconfitta alle regionali, il Pd lascia per strada in meno di un anno quasi la metà dei suoi iscritti in città. Ora ne ha appena 3.500, il triplo di Sinistra e Libertà, che però alle regionali si è fermata al 2 per cento, contro il 25 dei democratici. Un problema politico e di radicamento, che però rischia di non entrare nell’agenda politica del partito, troppo impegnato a valutare gli effetti del drastico calo dei tesserati sulle primarie.

Già, perché meno iscritti significa meno firme necessarie per candidarsi. La soglia si dimezza: 700 anziché 1400, come ventilato nei giorni scorsi, e questo apre la strada alla moltiplicazione dei papabili regalando chances a tutti: da Giorgio Ardito a Mauro Marino, da Davide Gariglio a Roberto Tricarico a Roberto Placido. E adesso il tentativo di semplificare la rosa dei candidati diventa sempre più difficile da realizzare: ora che lo «spauracchio 1.400» è finito nel cassetto, sono più ringalluzziti che mai e di tirarsi indietro – magari per cedere il passo a Piero Fassino – non sembrano volerne sapere.

Da ieri i dirigenti dei Democratici si trovano a convivere con una brutta sensazione – il pesante calo di iscritti – e con il dubbio di aver perso il contatto con la propria gente. Come mai, nonostante i record della festa nazionale e la massiccia partecipazione alle varie primarie, gli iscritti calano? Alla fine dello scorso anno a Torino erano 4.500. Nel 2010 se ne sono aggiunti mille. Peccato che dei 4.500 in 2.000 non abbiano rinnovato la tessera, e l’uscita dei centristi, confluiti nell’Api, non può aver inciso più di tanto. Insomma, il saldo negativo è pesante: oggi, in città, i democratici contano non più di 3.500 iscritti, cinquecento in più dei tesserati dei Ds nel 2007 ma senza quelli della Margherita, che poteva vantare migliaia di adesioni.

Paola Bragantini, segretaria provinciale del partito, però, ha una spiegazione del calo: la tessera biennale e il congresso nazionale dell’anno scorso che alla fine sancì la vittoria di Bersani. E aggiunge: «Uno degli impegni della mia segreteria è quello di lavorare per allargare la nostra base dando impegni precisi ad ogni circolo. In ogni caso si tratta di tesserati veri e da qui è necessario partire». Sarà pur vero, ma qualcuno ha iniziato a chiedersi se una persona che raccoglie 700 firme all’interno del Pd può candidarsi a guidare una città di oltre 900 mila abitanti. Senza dimenticare che il dimezzamento delle adesioni rafforza quelle associazioni che hanno mantenuto una rigida organizzazione, come IdeaTo, area laico-socialista vicina al consigliere comunale Stefano Gallo e al padre Salvatore. Oppure Sinistra in Rete. Bragantini stoppa subito le polemiche: «Nel partito non ci sono iscritti di serie A e di serie B».

Non è un caso se i maggiorenti democratici sono alla ricerca di un’exit strategy. Il guaio è che – tanto per cambiare – ognuno ha la sua via di fuga: qualcuno vorrebbe cancellare le primarie, altri le invocano ancor più di prima. Il deputato Stefano Esposito getta sul tavolo una proposta netta: dire addio alle primarie di coalizione, visto che nessuno le vuole, a patto anche di perdere per strada SeL, e concentrarsi eventualmente su consultazioni interne al Pd, con firme raccolte tra i cittadini e certificate dal partito. Soluzione che non dispiacerebbe a Roberto Tricarico, se non fosse per l’accantonamento degli alleati: «Bisogna dare la parola ai cittadini e riprendere gli argomenti della lettera del rettore Profumo».

Una linea che alla fine della segreteria sembra diventare prevalente. Toccherà alla Bragantini verificare la possibilità di applicarla anche se non nasconde i suoi dubbi sull’opportunità di scaricare i vendoliani.