Nel Pd è caos sulle primarie

Andrea Rossi – LaStampa

Contrordine compagni. A meno di ventiquattr’ore dalla calata su Torino del responsabile Enti locali del Pd Davide Zoggia, con tanto di via libera alla raccolta delle firme per le primarie tra i cittadini anziché tra i soli iscritti al partito, da Roma arriva la bocciatura del responsabile dell’Organizzazione Nico Stumpo. Lo stesso che, meno di un mese fa, aveva stoppato la bozza di regolamento partorita dalla segreteria piemontese: adesioni di almeno il 20 per cento dei tesserati o dell’uno per cento dei torinesi aventi diritto al voto (circa 700 mila). Ora si riparte da capo, con lo stesso dubbio di ieri: e se nessuno dei candidati potesse disporre delle 700 firme sui 3500 iscritti torinesi necessarie per validare la candidatura? Rischio tutt’altro che campato in aria, non a caso Zoggia ha aperto ai cittadini (una soluzione, proposta dal deputato Stefano Esposito, vorrebbe fissare l’asticella a 7 mila firme) che tuttavia pare non convincere del tutto il responsabile organizzativo nazionale dei democratici.

Un bel rebus, che ha spinto i vertici del Pd torinese a chiedere a Roma un atto di chiarezza, così da arrivare all’assemblea di domani con un quadro di regole certe per poi decidere una volta per tutte.

Il caos non accenna a diradarsi. Mentre i democratici attendono che Piero Fassino, dopo l’ampio giro di consultazioni delle scorse settimane, sciolga la sua riserva, il leader regionale Gianfranco Morgando mette in guardia dai pericoli sempre più incombenti: «Sono molto preoccupato perché sta prevalendo la competizione interna. È urgente che si cominci a parlare di contenuti. Finora ce ne siamo disinteressati. La sensazione è quella di un partito che si avvita intorno a meccanismi di scelta». Gli replica a stretto giro di posta uno dei candidati, Davide Gariglio: «Io vorrei tanto parlare di idee, ma non mi lasciano. Siamo imprigionati in un dibattito surreale sulle regole, e ho l’impressione che qualcuno sia interessato a non farlo finire mai, in attesa che piombi un’imposizione dall’alto».

Il nervosismo cresce, e non solo dentro il partito. Il travaglio dei democratici rischia di complicare anche la costruzione della coalizione. C’è chi vorrebbe abbandonare le primarie di coalizione – dipietristi e Moderati non le reclamano, SeL invece ha fiutato l’occasione di incuneare un suo candidato tra i tre o quattro del Pd e sfruttarne le divisioni – anche a costo di rompere l’alleanza con Vendola. Morgando frena e al tempo stesso rilancia: «Non ci sono ragioni per sfasciare l’alleanza con SeL, Idv e Moderati. Però il Pd dovrebbe in maniera autonoma, senza subire veti da nessuno, avviare un dialogo con il nascente terzo polo, verificare se esistono gli spazi per un lavoro comune».

Il guaio è che il terzo polo, almeno per ora, non sembra interessato. Udc, finiani e Api stanno lavorando a una soluzione autonoma. E intanto ai margini del Pd la fibrillazione cresce. Il segretario provinciale di Sinistra e Libertà Antonio Ferrentino lancia un avvertimento: «Noi aspettiamo l’esito dell’assemblea dei democratici di domani. Ci dicano cosa vogliono fare, primarie di coalizione o solo di partito, altrimenti usciamo dall’alleanza e ci presentiamo alle elezioni da soli». La strategia dei vendoliani – a loro volta fortemente divisi sul nome del candidato da schierare – punta a uscire dall’impasse sfidando l’alleato più forte: «Riconosciamo al Pd la guida della coalizione, ma non il potere assoluto», ripete Ferrentino.

Da giorni, ormai, il caso Torino è sul tavolo dei vertici nazionali di tutti i partiti del centrosinistra. E con il passare dei giorni monta un certo rammarico per il naufragio della candidatura del rettore del Politecnico Francesco Profumo. La prima a dirlo, mercoledì sera, è stata Paola Bragantini, segretaria provinciale: «Il suo nome è stato archiviato con troppa fretta». Ieri è toccato a Morgando: «Molti giudizi sprezzanti su quel tentativo dimostrano oggi la loro infondatezza».