Sindaco-Fiom, match senza vincitori

ANDREA ROSSI – LaStampa

È come un match di pugilato: corretto ma senza esclusione di colpi. Dura mezz’ora, alterna frasi in italiano e altre in dialetto, toni aspri e confidenze. È un dialogo serrato, tra persone che per molto tempo sono andate a braccetto, hanno percorso un lungo tratto di strada insieme e ora scoprono di non conoscersi più. «Sindaco, mi hai deluso», dice alla fine un’operaia avvolta nella sciarpa rossa della Fiom. E lui: «Lo sapevo», come a certificare che ormai i metalmeccanici della Cgil e Sergio Chiamparino appartengono a mondi diversi.

Quattro del pomeriggio, buvette di Palazzo Civico. Ci sono otto lavoratori di Mirafiori, tutti iscritti alla Fiom, che si aggirano nei dintorni della Sala Rossa dove sta per iniziare il Consiglio comunale. Sono entrati accompagnati da Antonio Ferrante, consigliere di Rifondazione Comunista e operaio alla Fiat. Hanno chiesto di poter parlare al Consiglio: vogliono spiegare le ragioni del «no» all’accordo, cercare una sponda nelle istituzioni. «La distanza tra il Palazzo e quel che accade fuori non è mai stata così profonda», dicono. «La politica in questi giorni farnetica su un accordo di cui non conosce i punti». Non avranno udienza: la conferenza dei capigruppo di Palazzo Civico respinge la loro richiesta.

Hanno portato il testo dell’accordo siglato da Fiat con tutte le sigle sindacali eccetto la Fiom. E lo consegnano al sindaco quando, a Consiglio in corso, Sergio Chiamparino si allontana per andare a incontrarli. È un confronto serrato, a tratti duro, nei toni e nelle parole. Al sindaco i delegati Fiom rimproverano le parole dei giorni scorsi, il «sì» all’intesa. Lui ribatte sicuro: «La Fiom ha sbagliato a tirarsi indietro. Secondo me avrebbe dovuto firmare e poi, nei diciotto mesi che precedono l’entrata in vigore dell’accordo, trattare sulle modifiche ai punti più controversi». Gli operai non ne vogliono sapere: «Il testo parla chiaro: una volta siglato non c’è spazio di manovra». Chiamparino: «Non si può dire sempre di no». E i delegati Fiom: «Non si può nemmeno sempre dire di sì. Lavorare in fabbrica è duro, non è come giocare a carte». L’allusione alle partite con Sergio Marchionne fa scattare il sindaco: «Se volete che non parli più di Fiat non vi accontenterò. Credo sia giusto che io esprima il mio parere».

Alla fine del faccia a faccia nessuno ha ceduto di un millimetro. Gli operai se ne vanno, le scorie del match di Palazzo Civico restano incollate ai partiti, soprattutto al Pd. I democratici si sono opposti – insieme con Api, Udc e Futuro e libertà – all’audizione dei lavoratori. Favorevoli, invece, Sinistra e libertà, Rifondazione, Pdl, Lega, Moderati e La Destra. «In conferenza capigruppo non ci è stato spiegato chi erano questi lavoratori, né se appartenevano a qualche organizzazione sindacale», spiega il capogruppo Andrea Giorgis. «Abbiamo detto che li avremmo ricevuti, ma non in Sala Rossa, visto che il presidente del Consiglio comunale non ci ha saputo spiegare chi erano». Una decisione che ha creato irritazione dentro il partito, scatenando la dichiarazione al vetriolo del deputato Stefano Esposito: «È una posizione lunare. Noi pretendiamo che i lavoratori vengano sempre ascoltati dalle istituzioni».