Allarme donne: “Sono più povere e più precarie”

Marina Cassi – LaStampa
Segregate. La parola è forte, ma fotografa una realtà che la crisi ha aggravato. Le donne – secondo una ricerca della Provincia -, oltre a fare più fatica a trovare un lavoro, lo trovano più brutto e più precario rispetto agli uomini. Nel vorticoso e disordinato mercato le donne hanno sottoscritto, nel solo secondo semestre del 2010, oltre 97 mila contratti di avviamento, il 54% del totale.
Ma per loro il tanto agognato, e quasi estinto, tempo indeterminato – sinonimo ancora per tutti di stabilità e sicurezza – resta appannaggio maschile: lo hanno ottenuto quasi 11 mila maschi e solo 8400 donne, il 43% del totale. Andava un po’ meglio prima della crisi, ma adesso – mentre le donne sono maggioranza negli «avviamenti» al lavoro- diventano minoranza in quelli verso lavori «buoni».
Nei contratti interinali – che all’inizio della crisi hanno penalizzato i maschi – entrambi i generi pagano lo scotto alla recessione: le giornate medie sono passate dalle 37 del 2008 alle 22 attuali.
Forse il settore più amichevole è quello del lavoro parasubordinato che coinvolge titoli di studio e qualifiche medio-alti e che è molto utilizzato soprattutto nella pubblica amministrazione. Ha resistito meglio al vento di crisi e le donne avviate, anche nel triennio nero 2008-2010, sono state la maggioranza, il 56 per cento. Ma non è tutto oro quel che luccica: infatti è il tempo di durata del contratto parasubordinato a calare di più per le donne che per gli uomini. Erano 263 giorni nel 2008: sono scesi a 192, mentre per i maschi si è passati da 273 a 230 giorni.
E le donne perdono terreno anche nel contratto che da sempre è il loro regno: quello parttime, spesso avversato dalle imprese, che consente di tenere insieme lavoro e famiglia. Le «avviate» sono ancora il 68% del totale, ma per i part-time a tempo indeterminato le donne sono scese dal 72% di inizio 2008 al 62% del 2010.
Così – come commenta l’assessore al Lavoro della Provincia Carlo Chiama – «si tratta di un dato negativo, perché è uno dei pochi strumenti di conciliazione con la maternità che sta diventando più precario».
E poi ci sono i lavori veri e propri: quelli che, precarie o stabili, le donne fanno ogni giorno. Il 91 per centi degli «avviamenti» all’assistenza famigliare è di donne, come l’80% delle «avviate» nella sanità e assistenza sociale, l’82% nell’istruzione, il 58% nell’alberghiero e ristorazione, il 62% nelle attività immobiliari. Ma sono solo il 35% nell’Ict e editoria e il 44% nei beni culturali.
L’assessore Chiama non ha dubbi: «Le donne fanno lavori peggiori e guadagnano meno. Si può parlare di segregazione in attività, come quelle dell’assistenza, che altri non vogliono fare». E analizza: «Nel mercato del lavoro italiano c’è uno spreco: le donne come è noto sono le più brave a scuola, le migliori laureate, ma quando si arriva al lavoro sono segregate. L’unico settore in cui non accade è la pubblica amministrazione, a cui si accede per concorso, e in quel caso il merito vince».
Aggiunge: «Stupisce anche l’immobilismo totale rispetto a nuove modalità che potrebbero aiutare l’occupazione femminile come il telelavoro. Dove viene sperimentato, come a Tilab, si è registrato un aumento della produttività. Ma allora perché non si estende?».

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