LETTERA APERTA DI CHIAMPARINO E ESPOSITO SUI FATTI DELLA VALLE DI SUSA.

Quanto avvenuto ieri in Valle di Susa era prevedibile e se non ci troviamo a fare i conti con un bilancio più drammatico è solo grazie al senso di responsabilità con cui le forze dell’ordine hanno affrontato la situazione, pagando un salato conto in termini di feriti e contusi.
E’ incomprensibile come un treno (di questo stiamo parlando, non di un mostro, ma di una linea ferroviaria), possa scatenare una contestazione così cieca e fanatica. Nessuno degli argomenti cari ai No Tav sono sufficienti a giustificare un’autentica guerriglia con tanto di bombe carte e sassi.
L’aggressione al cantiere era stata annunciata e preparata. Da mesi coloro che si autoconsiderano i portavoce o i rappresentanti del movimento No Tav parlavano di ‘truppe’ da far scendere in campo per combattere la ‘battaglia di tutte le battaglie’. Si è utilizzata una fraseologia insurrezionalista e si sono creati posti di blocco per impedire l’accesso alla ‘Repubblica autonoma’ della Maddalena, come se questa fosse una zona ‘santuario’, al di fuori di tutte le leggi, tranne quelle che aggradano ai valsusini. Alla vigilia della manifestazione di domenica presso il Consiglio regionale del Piemonte è stata indetta una conferenza stampa dai Grillini con la partecipazione di Alberto Perino, Lele Rizzo e i vari esponenti dei centri sociali, tutti concordi nel dire che la parola d’ordine era ‘assedio’ del cantiere.
Pertanto, solo un’anima bella (o una persona in mala fede) può dirsi stupito di quanto avvenuto. Si è voluto far suonare la tromba di battaglia e i professionisti dell’antagonismo hanno prontamente risposto all’appello. Battaglia doveva essere, e battaglia è stata.
Dopo i fatti di domenica non regge più la finzione di un movimento No Tav composto da pacifici valligiani e dalle loro famiglie. Come ha ben detto Mario Virano i guastatori non erano infiltrati, ma invitati. Alberto Perino con le sue farneticanti dichiarazioni (‘abbiamo reagito alle provocazioni della polizia’) ha messo il cappello sulle violenze, Lele Rizzo e i suoi amici dei centro sociali (tra i quali diversi pregiudicati per atti violenti) hanno fatto in Valle tutto quello che hanno voluto senza mai venire allontanati, anzi, venendo considerati come interlocutori dagli stessi amministratori.
Quegli amministratori che ora riconoscono di non essere più in grado di controllare le frange violente, ma sui quali grava la responsabilità di quanto accaduto perché loro compito non è solo difendere gli interessi del territorio ma servire lo Stato che rappresentano, le sue leggi e i suoi principi. Non si può essere sindaci contro lo Stato. Finiti tutti gli alibi, gli amministratori devono fare chiarezza e dire se stanno con la legalità o contro di essa.
E non ci si può neppure nascondere dietro alla reiterata invocazione di dialogo e di confronto. Che non deve mai venire meno, purché si accetti di discutere sul merito del progetto e sulle sue criticità, riconoscendo che si tratta di un qualcosa di ben diverso da quello iniziale del 2005. Non si può far finta che non sia esistito il lavoro dell’Osservatorio né che non vi sia tutto il tempo per discutere le richieste dei territori in un apposito tavolo istituzionale che coinvolga la Comunità montana e i Comuni interessati. Con chi accetta questa impostazione sarà possibile e doveroso dialogare, mentre ogni confronto resta oramai precluso non solo con i violenti ma con tutti coloro che ai violenti forniscono le parole d’ordine e che hanno come obiettivo non la contestazione dei cantieri e della TAV ma l’impedimento degli stessi.
Infine, esiste un problema serio per il Partito Democratico, ed è quello relativo agli alleati.
E’ urgente un sussulto da parte del PD, di tutta la politica riformista e della società civile che in essa si riconosce, per costruire un programma di governo serio e credibile di cui la Tav è una metafora concreta. Le posizioni assunte da Vendola e da alcuni esponenti dell’Italia dei Valori non sono coerenti con quella che sarà la piattaforma programmatica con cui il PD cercherà di vincere le prossime elezioni.
Occorre capire, e in tempi rapidi, quali tra gli attuali alleati sono compatibili con un’idea di cultura di governo e quali no. E, soprattutto, occorre capire se legalità e senso dello Stato fanno parte dei principi condivisi senza se e senza ma da una coalizione riformista e progressista.