E le uscite da radical riaprono il caso Vendola Chiamparino scuote il Pd

Fabio Martini – LaStampa

E’ uno dei dirigenti più misurati del Pd, ma su Nichi Vendola si esprime senza mezzi termini: «E’ possibile che ogniqualvolta vede un movimento, Vendola esprima puntualmente un riflesso da estremista, che nulla a che vedere con il rigore di una sinistra critica? E’ possibile che basti un po’ di odore da polvere da sparo per eccitare tutta un’area politica?». Le due domande volutamente provocatorie di Giorgio Tonini, già presidente della Fuci, tra i capofila dell’area liberal del Pd, vanno al cuore di una delle questioni politiche lasciate in eredità dalle due giornate di scontro consumate in Val di Susa. Dando per scontata la generale condanna dei violenti, nella discussione pubblica che attraversa il Pd sta cominciando ad emergere una questione sin qui rimossa: l’opposizione può permettersi di avere al suo interno forze che simpatizzino per qualunque movimentismo antagonista, anche quello che blocca i lavori di un cantiere legale? Dopo l’atteggiamento conflittuale rispetto a tutti i governi dell’Ulivo, Nichi Vendola e i suoi hanno mai ripensato a quella stagione in termini anche autocritici?

L’eterna questione di una credibile coalizione alternativa al centrodestra è problema che Sergio Chiamparino stavolta solleva senza chiaroscuri in una lettera aperta, scritta assieme a Stefano Esposito. Dopo aver sostenuto che «è incomprensibile come un treno, non un mostro, possa scatenare una contestazione così cieca e fanatica», l’ex sindaco di Torino invoca «un sussulto da parte del Pd, perché le posizioni assunte da Vendola e da alcuni esponenti dell’Idv» rendono urgente capire «in tempi rapidi quali tra gli attuali alleati siano compatibili con un’idea di cultura di governo e quali no» e «se la legalità e il senso dello Stato facciano parte dei principii condivisi senza se e senza ma». Certo, Pier Luigi Bersani è stato lapidario nella condanna degli incidenti e nella rivendicazione del valore della legalità ma, come sua abitudine, ha evitato di esprimere giudizi troppo impegnativi sull’atteggiamento di suoi possibili alleati.

Sostiene Beppe Fioroni, tra i leader della minoranza del Pd: «La Tav non è questione da libertà di coscienza, perché il rispetto della legalità è qualcosa che viene prima della politica. Se non si è netti, si sa come vanno queste cose: dall’area della contiguità, si passa alla connivenza e da questa alla correità». Morale dell’ex ministro della Pubblica istruzione: «Non basta continuare a ripetere: non rifaremo l’Unione: il Pd deve acquisire maggiore consapevolezza di sé, imporre dei paletti, sapendo che chi non si allea con noi, rischia di non entrare in Parlamento». E proprio nei giorni scorsi, il principale (involontario) artefice della uscita della sinistra radicale dall’attuale Parlamento, Fausto Bertinotti, ha liquidato il recente accordo sottoscritto dalla Cgil con Cisl, Uil e Confindustria, con parole fiammeggianti: «una gabbia», un accordo «sconvolgente» che trasforma i sindacati «in cinghia di trasmissione per estendere condizioni peggiorative» tra i lavoratori. Parole che hanno indotto Stefano Menichini, direttore di Europa , a pubblicare un editoriale («E’ bene che Pd e Sel restino cose diverse»), nel quale si risponde così al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che aveva auspicato una fusione tra Pd e Sel: «Faccia maturare i tempi il compagno presidente della Toscana e soprattutto faccia maturare Vendola al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni invece che essere blandito e corteggiato». Un refrain replicato da Europa questa mattina, con un editoriale dal titolo: «Troppe acrobazie sui No Tav».

E così, nel Pd ma soprattutto nelle aree di opinione vicine al partito, nelle ultime ore si è decisamente riacceso, con spunti nuovi, il dibattito sull’alleanza con Vendola e con Sel. Il numero di «Qdr magazine» il settimanale online dell’area riformista di Enrico Morando, un tempo vicina a Giorgio Napolitano, oggi pubblica un acuminato intervento del direttore Antonio Funiciello: «Il problema di Vendola è che è sempre Vendola. Non è cambiato in nulla da quel Nichi, che al seguito di un manipolo di rivoluzionari con la erre moscia, riuscì ad abbattere il primo governo Prodi» e negli anni «Vendola continua, perché nessuno gli chiede conto delle contraddizioni di cui è costellato il poetico cielo della sua narrazione». Conclusione rivolta a Bersani: «Lo diceva Gaber: non temo Berlusconi in sé, ma il Berlusconi che è in me. Continuiamo a farci prendere in giro da Vendola, perché non riusciamo a fare i conti col Vendola che è in noi».