Riapre il cantiere diventato trincea come in guerra

Maurizio Tropeano – LaStampa
Pasta gratinata con carne o verdure. Pollo arrosto. Insalata mista o verdure al forno. All’ora di pranzo, nella mensa allestita sotto un tendone bianco nel piazzale della Maddalena, gli operai e i titolari delle ditte che hanno iniziato i lavori di quello che diventerà il cantiere del cunicolo esplorativo della Torino-Lione si scambiano le impressioni del giorno dopo. Tutti hanno visto le immagini in tv e chiedono informazioni. Tutti hanno fatto il tifo per le forze dell’ordine. I reduci raccontano il loro punto di vista di lavoratori assediati. Tra di loro c’è anche l’operaio ferito al braccio destro da una pietra: «Mutua? No, ho bisogno di lavorare».

Prima di salire sulla scavatrice e riprendere il suo turno si ferma a raccontare la sua storia. Non una delle tante vicende di cantiere, ma un racconto di guerra: «Sono stato minacciato mentre ricucivo le reti di filo spinato nel bosco che loro avevano appena tagliato. Mi hanno visto. Che fai? Lavoro. Stai attento che io ti conosco». Poi il ritorno alla base. L’attesa e l’avvistamento di quelli «incappucciati» e poi un attacco improvviso, la pietra che lo colpisce, i lacrimogeni. «Sono trent’anni che lavoro qui, ho lavorato sull’autostrada e sulla ferrovia e adesso perché non posso più lavorare?».

La risposta arriva da un suo collega. Ricorda con rimpianto la «vita tranquilla di paese prima dell’avvio del cantiere». Il prima è un «paese dove tutti si salutano, si parlano». Il dopo «è un mondo dove se ti incontrano per strada si girano dall’altra parte. Si sta arrivando ad una situazione come in Bosnia, di guerra civile». Per fortuna qui non si spara, ma non è normale vedere l’imponente schieramento di forze dell’ordine lungo le recinzioni a difesa di un cantiere appena abbozzato. E fa effetto vedere montare grate protettive sulle scavatrici: «Bisogna metterle su tutti i lati, sono queste che ieri hanno salvato il poliziotto», spiega un geometra mostrando i vetri rotti e la macchina imbrattata di vernice colpite ieri nel piazzale.

E fa ancora più effetto vedere tre uomini della scientifica che fanno l’inventario degli oggetti recuperati nei boschi: due barattoli contenenti ammoniaca, due zaini con dentro fumogeni e funi d’arrampicata legate a dei rostri di ferro, caschi, una maschera antigas, lo scontrino del Brico e un portafoglio con tutti i documenti dentro.

La giornata di ieri è servita per ricostruire le recinzioni aperte dalle forze dell’ordine e per agevolare l’avvio della fase due della preparazione del cantiere vero e proprio. Ltf, la società responsabile dei lavori, ci tiene a far sapere che non è stata abbattuta alcuna recinzione. Ieri per favorire le manovre dei mezzi di trasporto è stato deciso di asfaltare la parte iniziale della discesa verso l’area del cantiere.

Si lavora in uno stato di allerta permanente. Si guardano i sentieri che scendono dalla montagna e quelli a valle. Lì verso le 14,30 è bruciato un camper del movimento parcheggiato sotto la recinzione in un’area di proprietà privata. I No Tav incolpano gli operai della ditta Italcoge di aver dato la vettura alle fiamme. Il titolare, Ferdinando Lazzaro, replica: «Impossibile, quando i lavoratori escono dal cantiere sono scortati dalle forze di polizia. Figuriamoci se avrebbero potuto allontanarsi e andare a incendiare un camper. E poi nessuno di noi avrebbe interesse a compiere un atto del genere».

Difficile capire che cosa è successo. Operai e forze dell’ordine, però, hanno apprezzato la visita della segretaria del Pd, Paola Bragantini, e dell’onorevole Stefano Esposito: «Siamo qui per capire, ringraziare ed esprimere solidarietà a chi sta in prima linea».