Sciopero sì, sciopero no. La piazza (e la Cgil) chiamano i democratici a una nuova prova

Sara Bianchi – Sole24ore

«Noi siamo e saremo presenti in tutte le manifestazioni e in tutte le mobilitazioni fatte da forze che criticano la manovra». Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito della sciopero generale indetto dalla Cgil per il 6 settembre è stato chiaro. Ma a 24 ore dalle sue parole la situazione dentro il partito, su questo tema, non sembra cambiata.

Anzi il fronte contrario allo sciopero pare irrobustirsi. Su una cosa, però sono tutti d’accordo: la richiesta a Cgil, Cisl e Uil del massimo impegno per ricostruire le condizioni dell’unitá sindacale.

Sul fronte del no hanno aperto la strada, qualche giorno fa, gli ex popolari, Giuseppe Fioroni in testa ma anche Franco Marini. «È uno sciopero assurdo, sbagliatissimo, controproducente, indetto da un solo sindacato e che divide i sindacati. Bisogna opporvisi», aveva detto l’ex ministro della pubblica Istruzione. «Speravo in un impegno per tenere salda quell’unità d’azione recuperata nell’accordo dei tre sindacati il 28 giugno scorso. Era stata una scelta importante, che così rischia di saltare», rincarava l’ex leader Cisl.

Poi sono usciti alla scoperto i quarantenni (da non confondere con i rottamatori). Che hanno organizzato, dentro il partito, una raccolta di firme antisciopero (‘non ora’). Tra loro il tesoriere Antonio Misiani e il deputato torinese Stefano Esposito. Contrario allo sciopero anche il responsabile economico democratico, Stefano Fassina.

Prova a mediare la senatrice Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato. Che ribadisce come i partiti debbano «rispettare l’autonomia dei sindacati, ma noi dobbiamo lavorare per tenere insieme le forze sociali».

La pensa allo stesso modo l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Il quale, dato che sui temi della manovra «c’é un’oggettiva convergenza di opinioni con il partito», non vede perché «i dirigenti del Pd non debbano partecipare». Questo, dice Damiano, non significa che «aderiamo a degli scioperi, noi possiamo partecipare a delle manifestazioni». Anche Andrea de Maria, responsabile nazionale nuove forme di organizzazione e comunicazione del partito, è per il sì alla manifestazione con la Cgil. Ma il Pd «come forza politica, é giusto che non aderisca». La non adesione ufficiale dei democratici però, percisa, é ben altra cosa però da una contrarietà allo sciopero.

Ribadisce il suo no alla manifestazione Giorgio Merlo, vice presidente della Commissione Vigilanza Rai. Che considera lo sciopero della Cgil «controproducente». Perché «il Pd è un partito riformista e di governo. E, di conseguenza, tutte le scelte massimaliste o estremiste sono irricevibili, al di là della provenienza politica o sindacale».

Guardando la questione da un punto di vista puramente politico, se Merlo sottolinea come «la convergenza sul no allo sciopero di esponenti che provengono dagli ex Ds e dalla ex Margherita» sia «la migliore conferma che il Pd è veramente un soggetto nuovo e non più ancorato alle vecchie logiche». Franco Monaco infila invece un dubbio: «la fregola di mettere a verbale un dissenso dalla decisione della Cgil – dice il senatore – è speculare al vecchio collateralismo, indizio di una subalternità alla rovescia. Autonomia é autonomia e comporta vero, reciproco rispetto. Non ce lo ordina il dottore di sentenziare su decisioni altrui». Se prevarrà, come pare, l’equidistanza Bersani dovrà poi vedersela con uno dei suoi alleati, Antonio di Pietro. Per il quale «la posizione di attesa del Pd é un’istigazione al suicidio politico».