I rischi sono sempre più alti Ogni weekend una battaglia

«Tutte le volte che si parte per il servizio nel cantiere Ltf, c’è il rischio di non tornare a casa». La rabbia di poliziotti, carabinieri e finanziari impegnati nel presidio inter-forze di Chiomonte sta per superare il livello di guardia. Mentre Eugenio Bravo, dirigente nazionale del Siulp, attacca («La polizia deve risolvere il problema Tav con i mezzi della polizia, la mediazione tocca ai politici. Noi dobbiamo impedire che poche centinaia di violenti tengano in scacco lo Stato. Ci devono consentire di agire, senza se e senza ma»), parla il consigliere nazionale del Sap, Massimo Montebove.

Montebove, c’è soltanto rabbia o anche un certo disagio dopo due mesi di tensioni e innumerevoli scontri attorno al cantiere?

«È ormai a tutti evidente che alcuni attivisti No Tav, sicuramente un’esigua minoranza, per carità, hanno trasformato ogni weekend di lotta contro la Tav in un raveparty, dove l’unica regola è quella di far male a chi difende il cantiere. Lanciando pietre di due, tre chili, utilizzando biglie e fionde, e prima ancora molotov e tutto il resto degli arsenali sequestrati. Vogliono tentare di uccidere. Ormai è chiaro».

Perché ne è così sicuro?

«I report dei nostri uomini che sono sul campo non lasciano dubbi. Questi fanatici non cercano neanche più un pretesto, rarissimamente c’è il fronteggiamento, anzi, quando c’è, vuol dire che anche dalla parte avversaria c’è un minimo di coordinamento. Al contrario gruppi di incappucciati si presentano ai cancelli e iniziano il lancio di pietre e tutto il resto. Se sino ad ora non c’è scappato il morto o il ferito grave, è solo un miracolo. Ma quanto potrà durare ancora il miracolo?».

Che si può fare, adesso?

«Non indebolire i presidi, rinforzare la presenza e il ruolo dell’Esercito, modificare le regole d’ingaggio, consentire ai nostri uomini di uscire dai cancelli per andarli a catturare. E poi arresti, sentenze rapide, e tanto carcere. Le leggi ci sono, basta applicarle».