La trincea bersaniana sul referendum non regge più

Alessandra Sardoni – IlFoglio

Dopo le firme eccellenti di Romano Prodi a Bologna e di Walter Veltroni al Pantheon a Roma, il referendum abrogativo della legge elettorale Calderoli, l’operazione parisian-dipietrista nata in sordina ma in ascesa quanto ad ambizioni mediatiche, raccoglie questa mattina un endorsement paradossalmente più spiazzante e simbolico delle strettoie nelle quali si muove il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: la bersanian-dalemiana Livia Turco, nella geografia interna delle leggi elettorali collocata naturaliter sul fronte del modello tedesco, si dichiara pronta a seguire l’esempio prodiano. Firmerà, annuncia oggi dalle colonne di Europa, il quotidiano che giusto ventiquattro ore prima aveva decretato la sconfitta dei proporzionalisti e imboccato con decisione la via referendaria e maggioritaria del Mattarellum.

La scelta della Turco è il segno laterale, ma definitivo, di un rompete le righe di difficile gestione che ha avuto i suoi alfieri in Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, diventati non a caso il bersaglio delle critiche soprattutto dei dalemiani e dell’altro quotidiano di famiglia, l’Unità. I due capigruppo hanno espresso le loro simpatie per il referendum e invitato Bersani a schierare il partito stracciando – dicono i “proporzionalisti” – il compromesso proposto dal segretario (e votato da tutti) all’ultima direzione del partito a luglio: un disarmo bilaterale dei due referendum, quello pro proporzionale lanciato da Stefano Passigli e quello di Parisi. “Franceschini e la Finocchiaro dovevano essere i garanti della linea unitaria. E Parisi è stato scorretto, ha perfino rilasciato interviste con il simbolo del vecchio asinello, i democratici d’antan”, accusa Matteo Orfini, dalemiano responsabile dell’informazione, più che ostile al Mattarellum che, dice al Foglio, ha le stesse controindicazioni della legge attuale, “crea coalizioni coatte”. “Se passa – continua – anche i portavoce dei firmatari devono fare primarie di collegio per entrare in Parlamento”. Orfini ritiene che sia compito di Bersani fare qualcosa.

“Il segretario deve far rispettare le decisioni della direzione – spiega Orfini – quello di Franceschini è un atto contro di lui”.

La polemica nei confronti del capogruppo è più forte perfino di quella contro Veltroni che, dicono i proporzionalisti, aveva rinunciato alla firma prima di cambiare idea dopo l’intervento di Prodi. L’ex premier è stato il passaggio chiave, il traino. Ha incoraggiato allo strappo la presidente del partito, Rosy Bindi, messo in difficoltà con il segretario il suo vice Enrico Letta (nonché Marco Follini) e in sofferenza la politica delle alleanze con l’Udc, creando una condizione di “isolamento politico”, come lamenta più d’uno in attesa che si esprima Massimo D’Alema, ancora in vacanza. L’attivismo prodiano, osserva qualcuno, diventa sempre più ingombrante. Personalità tradizionalmente fedeli alla linea del segretario, come Vannino Chiti, vicepresidente del Senato o Piero Fassino, hanno abbracciato il referendum trainati sì da Prodi, ma anche dall’argomento “dare la sveglia al Parlamento”, dall’idea cioè che il successo dei referendum sull’acqua e il nucleare possa riportare in auge lo strumento e offrire spazi di iniziativa ridotti dalla crisi economica.

Ma sulla modalità di gestione che Bersani dovrebbe scegliere rispetto alla grana referendum, i proporzionalisti non hanno una posizione univoca. Tira la corda nella direzione opposta rispetto a Matteo Orfini Stefano Esposito, quarantenne dinamico, tra i promotori del documento antisciopero della Cgil e molto critico del ritorno al Mattarellum: Esposito ha diramato su Facebook l’invito a firmare per eliminare per ora quello che ritiene il male maggiore, il Porcellum. “Ero fermo alla proposta di legge decisa in direzione, ma se i capigruppo sono così scettici sulle chance del Parlamento di riuscire nell’obiettivo allora meglio il referendum che tanto è abrogativo, poi si vedrà”. Fossi Bersani, dice al Foglio Esposito, “firmerei, schiererei il partito”. Non è insomma piaciuta a tutti la trincea, annunciata due giorni fa dal segretario, del referendum come extrema ratio: “Ormai è scattato il conto alla rovescia, l’extrema ratio è alle nostre spalle”, replica Arturo Parisi che reputa difficile un appoggio last minute di Bersani al referendum perché, dice al Foglio, “il segretario non può arrivare per ultimo”. A Parisi la partita referendaria ha restituito il buonumore. Buonumore a prescindere dall’esito della raccolta firme e dall’ammissibilità: “Come è noto, non è la fiducia nella vittoria a farmi scegliere le battaglie”.