San Donato, 170 profughi nel limbo della burocrazia

RAPHAËL ZANOTTI – LaStampa

Nelle cucine Tahib e Tolop, i due cuochi sudanesi, spignattano per riuscire a far mangiare i 170 ospiti della struttura. Anche oggi. Fuori, le donne nigeriane hanno appena fatto il bucato e stendono sullo sfiatatoio dei parcheggi sotterranei, inutilizzati e vuoti. Nel seminterrato c’è lezione di italiano. Nei corridoi sciamano bimbe con treccine e un gruppo di piccoli pakistani sorridenti. Dall’ascensore esce un signore di 82 anni, gilet e cravatta. Il eCavaliere, come lo chiamano qui, pare appartenga all’Ordine di Malta e sia stato proprietario della pasticceria Rommelli. In camera ha una sua foto con la regina Elena di Grecia. Ma quella camera, il Cavaliere, non riesce a pagarsela. Sfrattato e in bolletta, oggi vive qui in via Aquila 21 insieme a libici, palestinesi, marocchini, siriani, nigeriani.

San Donato ha un cuore multietnico, chiassoso e solidale. E forse non sa di averlo. Si chiama Life Lab, struttura nata per il social housing che di recente si è aperta all’emergenza accogliendo profughi provenienti da Lampedusa. Etnie diverse, Paesi distanti, il 60% musulmano, il resto cristiano, eppure: mai un litigio, mai una polemica. Quattro mesi, e il quartiere quasi non se n’è accorto.

Il problema è che per loro, questo, è un limbo. Tutti hanno fatto richiesta di asilo il 15 giugno scorso, ma dovranno aspettare l’aprile 2012 prima di avere una risposta dal ministero dell’Interno. «E poi?» si domanda Silvana Perrone, responsabile della struttura gestita dalla cooperativa L’Isola di Ariel. Lo chiede agli onorevoli del Pd Stefano Esposito, Anna Rossomando e Antonio Boccuzzi che ieri, insieme al presidente della Circoscrizione 4 Claudio Cerrato, hanno visitato la struttura. «Quel che ci preoccupa – dice la Perrone è cosa succederà tra qualche mese quando cominceranno ad arrivare i primi dinieghi».

Non tutti, qui, vengono da Paesi in guerra, non tutti otterranno lo status di rifugiato. Molti diventeranno clandestini. Non potranno lavorare. Non potranno restare. «Eppure – dice ancora la Perrone – queste persone sanno lavorare, hanno un mestiere».

Dimenticati? Per ora la prefettura paga, 40 euro al giorno per profugo. Ma questi soldi non bastano. «Da Comune, Provincia e Regione non riceviamo nulla fa sapere la Perrone – Venti giorni fa ho ottenuto dall’Unicredit l’apertura di una linea di credito per 100.000 euro, ma quei soldi sono già finiti».

Ogni giorno se ne vanno 100 chili di pane, 40 di carne, 10 di zucchero, 15 barattoli di marmellata. Gli onorevoli prendono nota e promettono che torneranno. «È indegno che in Italia si debba aspettare così tanto – sostiene Esposito – Il governo non ha organizzato proprio un bel niente». «E il privato sopperisce alle mancanze dello Stato» gli fa eco la Perrone. Eh, già, perché – curiosa soluzione – il caseggiato di Life Lab è di una società immobiliare che, da privato, chiede un affitto: 30.000 euro al mese, 15.000 euro per il gas, 3000 per la luce.

La Caritas e il Banco Alimentare danno una mano. Un po’ il quartiere aiuta. Problemi di vicinato non ce ne sono. «Paradossalmente – racconta la Perrone – i problemi sono arrivati da qualche famiglia di romeni che chiedono come mai facciamo tutto questo solo per loro». La risposta è nei segni sulle braccia, sulle gambe e sul corpo di Gjirma Hifome, un grosso ragazzone di 27 anni. Sono morsi. I suoi compagni di viaggio lo hanno azzannato durante la traversata. «Ero soldato in Eritrea – racconta – Pattugliavo il confine con l’Etiopia. Una notte sono passato di là». Poi è iniziato il grande viaggio: Etiopia, Sudan, il Sahara (27 giorni nel deserto). Quindi la Libia, il carcere, il riscatto pagato dalla famiglia. La traversata da Tripoli? Il barcone era partito con 73 adulti e due bambini. Senz’acqua e cibo, a bordo è scoppiata una guerra. Sono sopravvissuti in nove. La moglie di Gjrma non ce l’ha fatta. Lui mostra le cicatrici. I compagni mostrano le loro e tutti ridono. Hanno storie simili: donne stuprate, padri che hanno tenuto in braccio i propri bimbi morti per due giorni prima di lasciarli. Ma ridono. Sono qui, vivi, eppure nel limbo.