La fabbrica del lavoro si è dimezzata

Stefano Parola – Repubblica

C´era una volta nel Torinese un mercato del lavoro mediocre, che sapeva garantire poco più di 220 mila nuovi contratti (precari inclusi) nel primo semestre del 2009. Poi è arrivata la grande crisi e quel mercato è scivolato giù: nei primi sei mesi dell´anno successivo le assunzioni sono state soltanto 173 mila. Il fatto è che se nel periodo successivo la produzione delle aziende ha avuto una sorta di rimbalzo (pur contenuto) verso l´alto, il numero di nuovi posti creati è rimasto là in fondo. I dati dell´Osservatorio provinciale sul mercato del lavoro parlano di 187 mila avviamenti nella prima metà di quest´anno. Insomma, sintetizza l´assessore provinciale al Lavoro Carlo Chiama, «c´è una leggera crescita, ma non siamo riusciti a tornare alla situazione già poco confortante che avevamo prima della crisi». Rispetto ad allora, infatti, l´economia torinese produce 33 mila posti in meno.

Dati preoccupanti, che lo diventano ancor di più se analizzati con attenzione. Il mercato del lavoro torinese è sbilanciato verso le uscite: tre anni fa il rapporto tra avviamenti e cessazioni a tempo indeterminato era a 1,05, ora è fermo a 0,85. Significa che ci sono più uscite che entrate.

È la stessa qualità del lavoro a peggiorare. Prima della crisi i contratti a tempo indeterminato costituivano il 22% delle assunzioni, oggi la quota è scesa al 17%. Pure i lavori a termine finiscono prima: se nella metà iniziale del 2008 un´occupazione di questo tipo durava in media 225 giorni, un anno più tardi nello stesso periodo la cifra è scesa a 178 e quest´anno si attesta sui 189, 36 giorni in meno dei livelli pre-crisi. E ancora, negli ultimi tre anni la durata dei contratti di somministrazione è passata da 37 a 28 giorni.

Ma c´è un numero che più di tutti fa capire quanto il mercato del lavoro torinese sia depresso: 57 milioni. È il volume di lavoro attivato in provincia nei primi sei mesi di quest´anno ed è dato dalla somma delle giornate create dagli avviamenti registrati in quel periodo. Tre anni fa superava i 100 milioni.

«Significa che la capacità di creare lavoro si è quasi dimezzata. E per di più la durata dei contratti a tempo determinato tende a diminuire», fa notare Carlo Chiama. E la colpa, dice l´assessore al Lavoro, è anche del suo omologo nazionale: «Sacconi pensa che licenziare aiuti a far andar meglio le cose. Semmai è vero il contrario, andrebbe fatta una politica inversa, che crei nuovo lavoro. Ci vogliono politiche come la riduzione del cuneo fiscale, la detassazione degli utili per le imprese che creano posti. Ma soprattutto serve una riforma degli ammortizzatori sociali».

Perché se da un lato le aziende non assumono, dall´altro la situazione per molti lavoratori in bilico è incandescente: «La cassa integrazione in deroga – spiega Chiama –non è ancora stata rifinanziata per il 2012. Per il nostro territorio significherebbe lasciare 15 mila persone a spasso, da reinserire in un mercato del lavoro dimezzato. Serve un ragionamento su come migliorare questo ammortizzatore, ma senza risorse il problema diventerà enorme».