Posti precari e di bassa qualità Senza interventi non si riparte

LaStampa

Carlo Chiama, assessore al Lavoro della Provincia, non ha dubbi: «O se ne occupa la politica o il lavoro è destinato a non ripartire ancora per molto tempo».

Qual è la situazione nel Torinese?

«Grave: la cassa integrazione è ancora molto elevata e il mancato rifinanziamento, finora, di quella in deroga rischia di lasciare 10 mila persone senza reddito. Ma i problemi non sono solo questi».

Che altro?

«C’è un dato drammatico: sta mutando anche la qualità dell’occupazione. Nella crisi si sono persi posti di lavoro non ancora recuperati e quelli nuovi non sono al livello di prima. La precarizzazione porta a un deterioramento della qualità complessiva del sistema».

In che senso?

«Faccio un esempio: nel settore di punta della robotica tra gli assunti ci sono più giovani, più qualificati, più pagati e soprattutto più stabili. Vorrà dure qualcosa o no?».

Il problema è la precarietà, quindi?

«Certo: come si fa a immaginare che ci siano persone il cui lavoro ogni 23 giorni finisce e che aspettano magari per due mesi un altro contratto?».

Che fare?

«Mi sembrano poco utili i sussidi a chi assume: di solito li prende chi avrebbe assunto comunque. Credo che debba cambiare il fatto che se uno investe nell’industria paga il 50% di tasse e se lo fa nelle rendite il 20. È evidente dove finiscono i soldi. Poi c’è un altro problema tutto torinese».

Quale?

«Nel medio periodo nulla a Torino può sostituire la Fiat. Non esiste alternativa, è evidente che le aziende che se ne vanno vengono sostituite da niente».

C’è qualche riforma che lei propone?

«Servono politiche industriali di sostegno dell’industria, è ovvio. E poi una riforma degli ammortizzatori sociali: chi perde il lavoro deve ricevere, come accade negli Stati Uniti, un sussidio che nei primi mesi è pari al salario e poi va a calare. Ovviamente con l’obbligo di accettare proposte di reimpiego. Dobbiamo incominciare sul serio a percorrere questa strada per evitare conflitti ed emarginazione sociale».