CON GLI ESTREMISTI NON SI DIALOGA, LI SI COMBATTE. AIRAUDO RIPETE GLI ERRORI DEGLI ANNI SETTANTA

Negli anni Settanta non distribuivo volantini tra le fila della sinistra, parlamentare o extraparlamentare, ma guardavo Goldrake in televisione. Pertanto, o Giorgio Airaudo mi confonde con qualcun altro o deve aver preso un abbaglio di natura anagrafica, perché non ero certo io allora a diffondere il pensiero partorito dalla sua già fulgida mente.

Ciò detto, mi commuove la sua preoccupazione educativa verso i giovani attratti dall’illegalità e dalla violenza, ma, purtroppo, Airaudo non è Don Bosco e gli antagonisti non sono ragazzi problematici da recuperare mettendoli in oratorio. Sono teppisti ed eversori, che trascorrono il loro tempo a prepararsi ad azioni violente, dal ‘tiro al poliziotto’ a Chiomonte all’assalto ai blindati in quel di Roma. Tra di loro ci sono personaggi ben noti alle cronache perché pluridenunciati e che continuano a circolare liberamente e a fare danni. Pertanto, anziché preoccuparsi di continuare a dialogare con i centri sociali e i gruppi a loro affini, sarebbe bene prendere in maniera non generica le distanze da queste realtà, delle quali Askatasuna è parte integrante e non minoritaria, da coloro che come Lele Rizzo si autodefiniscono “autonomi come nel 1977” e da chi, come Alberto Perino, rilascia interviste e dichiarazioni che sono autentiche istigazioni alla violenza. Ma per farlo bisogna avere chiaro il concetto di ‘legalità’, senza capovolgere la realtà dei fatti come fanno i Marco Revelli di turno e tutti coloro che trent’anni dopo continuano a pensare allo Stato come un nemico da abbattere.

E se Airaudo pretende di dare acute lezioni di sociologia e storiografia sugli anni Settanta, mi permetto, con umiltà, di ricordare che le violenze di allora non furono colpa della politica che avrebbe lasciato ‘andare alla deriva quei giovani’, ma dei figli della borghesia che decisero di perseguire un piano folle, impugnando le pistole e ammazzando anche i sindacalisti. Se il progetto terroristico in Italia è stato sconfitto, è grazie alla fermezza della politica tutta, con un fondamentale ruolo dell’allora Pci, che scelse di non dialogare, blandire e tollerare i violenti ma di combatterli.

Oggi chi è erede di quella tradizione politica continua a combattere gli estremisti e lascia ai fautori del dialogo ‘senza se e senza ma’ la piena responsabilità dell’eventuale deriva violenta del movimento No Tav e affini. Un’ultima domanda, invece, la rivolgo agli amministratori valsusini del mio partito: Lele Rizzo e Alberto Perino, con i quali spesso e volentieri condividete le assemblee del movimento contrario alla Tav, rappresentano la parte pacifica del movimento o quella violenta? Suggerisco una risposta semplice semplice: sì, no, non so.