Leggi speciali, asse Di Pietro-Maroni

Mariantonietta Colimberti – Europa

I gravissimi fatti di Roma hanno fornito ad Antonio Di Pietro una nuova occasione di smarcamento e di visibilità, all’insegna di un’inedita convergenza con Roberto Maroni. Le parole magiche sono “legge Reale”, anzi “Reale bis”, tanto perché abbia un sapore antico (è del 1975) e perciò rassicurante, ma un po’ nuova e appaia perciò adeguata ai tempi. È stato lo stesso leader dell’Idv a lanciare il ramoscello (o la trave) al quale si è subito attaccato il ministro dell’interno, seguito da altri esponenti della maggioranza.

In realtà, come spiega ad Europa Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Partito democratico, la parte relativa al divieto di “travisamento” – cioè al manifestare con volto coperto o reso irriconoscibile – prevista nella legge Reale «è tuttora vigente», insieme alla facoltà di procedere all’«arresto in flagranza».

Quali nuovi provvedimenti, allora, Maroni annuncerà oggi in senato? «Stiamo attenti a non sposare la tesi dell’esigenza di nuovi strumenti legislativi prima di aver capito cosa è successo e, soprattutto, perché non è stata fatta la prevenzione, visto che in queste ore sono in corso arresti e perquisizioni in tutta Italia», osserva ancora Fiano.

Quel che il Pd, ma anche l’Udc di Pierferdinando Casini, vogliono evitare è che dietro la richiesta demagogica di leggi più dure si voglia gettare nel dimenticatoio la gravità dei pesanti tagli alla sicurezza perpetrati dal governo. «Contro le leggi Reali combatteremo come trent’anni fa», ha annunciato Marco Pannella.

Sulla mancata prevenzione si appuntano le critiche delle opposizioni, Di Pietro a parte. Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha sottolineato che «il ministro degli interni invece di parlare deve lavorare per evitare che ottocento persone devastino una città; forse bisognava attivarsi con maggiore professionalità per evitare il blackout con i black bloc».

E c’è anche chi, come il finiano Carmelo Briguglio, rileva come la carenza più grave sia stata quella dell’intelligence e ne chiede conto al sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega specifica, Gianni Letta.

Sull’inasprimento delle norme si è levata nel Pdl una voce in dissenso con la linea annunciata da Maroni, quella di Fabrizio Cicchitto, secondo il quale «Di Pietro da una parte ha rapporti con le forze sociali più scatenate, dall’altro risolve nel senso repressivo. Un capolavoro di linea sul quale non lo seguiremo».

A dimostrazione della confusione che regna nella maggioranza, il dem Roberto Zaccaria ha ricordato che alla camera sta per andare in aula una proposta di legge Reguzzoni che addirittura attenua le sanzioni della legge del 1975.

Ma nel Pdl c’è stato anche chi, come il ministro della difesa, Ignazio La Russa, è arrivato a sostenere che i violenti maturano nel clima delle critiche dell’opposizione. «Non vogliamo sentire mai più cose del genere», ha detto ieri Rosy Bindi.

Diventerà, il tema della sicurezza, così trasversale da dividere gli schieramenti al loro interno? È possibile che dei punti di vista non univoci e sensibilità diverse emergano, ma al momento essi appaiono minoritari, nell’uno e nell’altro campo. Ieri, ad esempio, un parlamentare piemontese dem, Stefano Esposito, si è detto d’accordo con Di Pietro, ricordando «gli antagonisti in Val di Susa» che facevano «il tiro al poliziotto».

Una conseguenza diretta di quanto avvenuto sabato ha già colpito una manifestazione: la questura di Roma ha negato l’autorizzazione al corteo della Fiom, in piazza il 21 ottobre per reclamare alla Fiat il piano industriale di Fabbrica Italia. Agli organizzatori è stato proposto di mantenere la loro protesta con un sit-in in piazza della repubblica, mentre Gianni Alemanno ha firmato un’ordinanza che vieta i cortei nel centro di Roma per un mese.