SAREBBE ORA DI SENTIRE DA CURTO QUALCHE PAROLA DI CONDANNA DELLA VIOLENZA

Secondo l’Avatar di Giorgio Airaudo in Consiglio comunale, Michele Curto, la responsabilità delle violenze dei No Tav è da attribuirsi all’incapacità della politica di distinguere chi protesta pacificamente da chi deve essere perseguito penalmente. Bene, è ora di dire basta a chi come Curto falsifica la realtà. Perché, se una responsabilità della deriva violenta dei No Tav esiste, questa è da addebitarsi a coloro che non hanno mai preso le distanze e isolato le frange violente, lasciando ad Askatasuna di dettare le parole d’ordine di ogni manifestazione e ad Alberto Perino di istigare all’illegalità.

Sono i siti ufficiali dei No Tav (notav.info e notav.eu) ad invitare al taglio delle reti, a sostenere che il lancio di sassi contro gli agenti è una reazione alla violenza dello Stato, a dire che ‘siamo tutti black block’. In questi mesi da Curto non abbiamo sentito una sola parola netta non solo contro le violenze, ma neppure contro le parole violente che in Valle di Susa hanno contribuito a creare un clima di paura e intimidazione di stile mafioso, l’habitat giusto per gli antagonisti e per tutti i balordi che perseguono finalità eversive. E altro termine non trovo per definire gli anonimi ‘neri’ che hanno rilasciato l’intervista che il quotidiano ‘Il Fatto’ pubblica quest’oggi. Curto la legga e, anziché polemizzare con il PD, pronunci qualche parola di condanna contro chi definisce i pacifisti ‘massa di cittadini belanti’ e annuncia di avere come obiettivo “la rivoluzione, la distruzione e il superamento dello stato di cose presenti”.

Perché non si sbagli, ricordo a Curto che i soggetti che usano questo linguaggio sono stati presenti negli ultimi mesi a Chiomonte e si sono resi responsabili del ferimento di oltre 300 poliziotti. Purtroppo non ricordo una sola parola di solidarietà confronti di questi ultimi da parte di Curto. Chi tra le fila di Sel vuole continuare a trovare giustificazioni a queste follie, non solo si assume una pesante responsabilità politica, ma finisce per condizionare pesantemente ogni prospettiva di alleanza.