Casa, pensioni, fisco I tre fronti aperti per i democratici

Francesca Schianchi – LaStampa

«La manovra è dura, e non poteva essere altrimenti. Ma non è abbastanza equa». Il premier ha appena presentato in Aula i provvedimenti da trenta miliardi, il leader del Pd Bersani esce in Transatlantico e riconosce le lacune di quel testo: «E’ giusto non pretendere che in un decreto ci sia tutto il mondo, ma si possono fare altri interventi». Pensioni, casa, tassazione troppo bassa sui capitali scudati («l’1,5% è un buffetto»): aspetti indigesti che creano malessere nel partito («così com’è io non la voto», sbotta il deputato Stefano Esposito) e su cui ancora i democratici sperano di strappare qualcosa.

Si riuniscono i gruppi parlamentari, c’è un vertice tra segretario, vice e capigruppo, in serata il coordinamento del partito. La linea è quella di tentare di ottenere qualche miglioramento, ma tenendosi a distanza di sicurezza da una manovra che «ci aspettavamo più equa», come ammette il segretario: «Noi avremmo fatto una manovra diversa», ripete Franceschini in Aula alla Camera. Tenuto conto poi che il pacchetto Monti aprirà un paio di fronti caldi nell’immediato futuro del Pd: con l’alleato Di Pietro, ancora più duro con i provvedimenti, già quasi pronto a mettersi fuori dalla maggioranza – «così com’è non la votiamo», ha tuonato ieri – e con il sindacato più vicino, la Cgil, che, contro la manovra che il Pd voterà, sia pure «per responsabilità», ha indetto uno sciopero per lunedì prossimo. La cosa è destinata a creare forti tensioni nel partito: qualcuno, nell’ala più sinistra del partito, da Nerozzi a Fassina, ha già annunciato l’adesione.

«Aspettiamo correzioni anche se ci sono molte tracce delle nostre proposte», apre in serata il coordinamento del partito il segretario Bersani. I punti che nel Pd creano problemi sono chiari: prima di tutto, insistono per portare a circa 1400 euro, tre volte la minima, le pensioni che mantengono l’adeguamento all’inflazione. Per farlo, la proposta è di aumentare la tassazione dei capitali riportati in Italia tramite scudo fiscale dall’1,5% proposto da Monti al 2%, intervenire sulle dismissioni e sull’asta delle frequenze tv. Sulle pensioni, chiedono un’adozione più morbida e graduale della riforma, e sull’evasione fiscale maggiore durezza, magari abbassando la soglia di uso del contante. Ancora, esattamente come vorrebbe il Pdl, anche nel Pd si spinge perché venga alzata la franchigia di soli 200 euro stabilita dal governo sul pagamento dell’Ici prima casa (per le fasce più deboli, ricordano i democratici, prima di Berlusconi era stato Prodi a eliminare la tassa).

Come interverranno, come proporre emendamenti, ancora si sta discutendo. Pier Ferdinando Casini la sua proposta l’ha fatta: «un coordinamento dei gruppi parlamentari» per individuare e avallare insieme alcune modifiche. «I luoghi per parlarsi ci sono già», taglia corto Franceschini, «ne dobbiamo parlare», resta vago Bersani: ma nel Pd l’idea già circola.

D’altra parte, che un nuovo corso sia stato inaugurato lo dimostrano scene inedite in Parlamento come i berlusconiani Cicchitto e Baldelli appartati a parlare fitto fitto con i Pd Franceschini e Letta, o l’evidente, insistito annuire di Berlusconi all’intervento in Aula di Franceschini. L’idea potrebbe essere quella di un coordinamento in cui ognuno porta avanti un’istanza – il Pd le pensioni, il Pdl l’aumento sulla franchigia dell’Ici, il Terzo Polo interventi per la famiglia -, per trovare un accordo in Commissione e realizzare un unico maxiemendamento praticamente blindato da portare in Aula. Dove il governo, si augurano Casini e Berlusconi, dovrebbe mettere la fiducia. Per evitare trappole e tentazioni di Lega e Idv: «Altrimenti – sospira un democratico – se per esempio i dipietristi presentassero un emendamento per tassare al 15% i capitali scudati, noi come potremmo non votarlo?».