APRIAMO IL CONFRONTO SUL DOPO-BENESSIA

La nomina del nuovo amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Enrico Tommaso Cucchiani, segna purtroppo l’ennesima conferma dell’incapacità di Torino (soprattutto con gli attuali interpreti) di riuscire a riequilibrare con Milano i rapporti di gestione e di controllo della più grande banca italiana. Una situazione già chiara sin dal 2006, quando fu dato il via libera a una fusione ‘per incorporazione’ di Sanpaolo Imi da parte di Banca Intesa, ma che in questi cinque anni ha visto fallire ogni tentativo torinese di mutare quegli assetti penalizzanti per la nostra città.

Non è mia intenzione accanirmi contro chi avrebbe avuto il compito di garantire quel possibile riequilibrio e neppure ripercorrere tutte le tappe ingloriose di questa vicenda, ma mi sembra doveroso ricordare, invece, gli altissimi prezzi pagati da Torino e dalla struttura torinese a questo spostamento dell’asse verso Milano. Ciò che però è indispensabile, a questo punto, è una seria riflessione sulla possibilità o meno di poter correggere tale situazione.

Chi scrive è stato sin dall’inizio una delle poche voci critiche nei confronti della nomina al vertice della Compagnia di San Paolo di Angelo Benessia e purtroppo i fatti più recenti, come quelli relativi al 2010 e all’«incidente Siniscalco», stanno a testimoniare che l´analisi di allora non era sbagliata. Per quanto riguarda la sostituzione di Corrado Passera, Benessia aveva formulato una proposta corretta per quanto riguardava il metodo, e cioè una scelta “interna” alla banca, ma poi ha rivelato la sua assoluta mancanza di autorevolezza quando si è trattato di difendere gli interessi della Compagnia di San Paolo e della città. Così, le buone proposte – gestite con criteri discutibili e di fatto inefficienti – hanno finito per essere travolte dalle strategie milanesi di Giovanni Bazoli e di Giuseppe Guzzetti. La scelta sbagliata della nomina di Angelo Benessia, dunque, ha prodotto a cascata scelte altrettanto sbagliate. Per esempio: qual è stato, nell’intera vicenda della nomina del nuovo amministratore delegato, il ruolo del presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo (in quota torinese) Andrea Beltratti? Non doveva essere proprio lui il garante degli interessi di Torino nei vertici della banca? In realtà, in questi due anni, il tratto distintivo della sua azione sembra essere stato soltanto quello del silenzio. E credo che valutazioni analoghe si potrebbero fare anche per la neo ministro Elsa Fornero, sino a due settimane fa vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (anche lei in quota torinese). Un elenco che potrebbe continuare, partendo dalla vicepresidente di Compagnia di San Paolo, suor Giuliana Galli, dal segretario generale “di lungocorso”, Piero Gastaldo, e da tutti coloro che sono stati nominati nella fondazione bancaria dagli enti locali e dal sistema camerale.

Ora, però, il problema non è quello di guardare a ciò che è stato fatto male, ma piuttosto di valutare quanto è ancora possibile fare, e bene. Tutto questo rende indispensabile l´apertura di una discussione finalmente libera e allargata a tutti coloro che sono interessati. Non è più accettabile, infatti, che le scelte sulla Compagnia di San Paolo rimangano appannaggio esclusivo di cerchie sempre più ristrette e sempre più autoreferenziali di questa città. Il prossimo presidente della Compagnia di Sanpaolo dovrà essere scelto con una mission precisa: lavorare per riportare Torino in una posizione più equilibrata rispetto a Milano, interrompendo la spirale che, in questi anni, ha visto la struttura bancaria che ha fatto grande il Sanpaolo costantemente ed inesorabilmente emarginata e umiliata dallo strapotere milanese. Il nuovo presidente dovrà essere una figura autorevolissima, con relazioni forti che non siano figlie della casualità e, quindi, con la forza necessaria per interloquire in modo paritario con Giovanni Bazoli.

In questo quadro, saranno determinanti le funzioni e il ruolo delle istituzioni torinesi. In particolare, credo che Piero Fassino – che, nel suo proporsi a sindaco di Torino, dichiarò che avrebbe tenuto conto delle cose fatte positivamente dalla precedente amministrazione, ma anche che avrebbe garantito le necessarie discontinuità di metodo e di merito – possa dar seguito alla sua promessa proprio a partire dalla discussione sulla scelta del nuovo presidente della Compagnia di San Paolo.