La svolta nel vertice Pd-Monti

Tommaso Labate – ilRiformista

Questa è la storia di una trattativa che in più momenti pare sul punto di saltare. «Io le mie proposte sulle pensioni le avevo mandate ieri sera (lunedì, ndr)», si sfoga il ministro Elsa Fornero con alcuni deputati della commissione Bilancio. «Solo che la Ragioneria di Stato non mi ha dato risposte». Alla Camera, a mezzogiorno, sulla manovra c’è il panico.

Il presidente del Consiglio, al piano di Montecitorio dove le commissioni Bilancio e Finanze stanno lavorano insieme al governo sulle modifiche che saranno inserite nel maxiemendamento, non si vede. Alla Camera arriverà poco più tardi. Ma solo per fermarsi nella sala del governo, dove lo raggiungono il suo vice all’Economia, Vittorio Grilli, e il ministro dei Rapporti col Parlamento, Piero Giarda.

E sono difficili, ieri, i rapporti tra l’esecutivo e le forze politiche. E il premier, confiderà più tardi uno dei leader di partito che ci ha parlato, lamenta l’assenza di quel «coordinamento politico che Berlusconi e Bersani continuano a negare». Al contrario di Angelino Alfano, di Pier Ferdinando Casini e di una fetta di Pd che quel tavolo, spiega il lettiano Francesco Boccia, «lo ritengono necessario».

All’ora di pranzo, il tempo stringe e la mediazione sul maxiemendamento è ancora in alto mare. Il Pd continua a insistere sull’indicizzazione delle pensioni fino a 1.400 euro e, fa sapere Pier Luigi Bersani dal partito, «non un centesimo di meno». Il Pdl, nascosto dietro il pressing di Giorgia Meloni di tassare del 25 per cento le pensioni sopra i 250mila euro («Io presento questa proposta, ma poi sta al Parlamento approvarla», dice la Fornero), insiste perché il ritorno dell’Ici scompaia dai radar. E il Terzo Polo, che ovviamente ha meno pressioni rispetto agli altri due partiti della maggioranza, s’accontenta di chiedere «di più per le famiglie». Solo l’Italia dei valori si chiama fuori. Ma soltanto perché, come spiega Di Pietro ai suoi, la decisione potrebbe essere già stata presa: «Votiamo contro». È una Babele, insomma. La “solita” che accompagna una manovra. Con la differenza che, stavolta, il governo che la presenta può contare su una maggioranza di 550 deputati.

La svolta arriva dopo le 14. Quando il premier, che continua a rimanere lontano dalle commissioni riunite, incontra insieme a Giarda i rappresentanti dei partiti. Arrivano Franceschini e il relatore pd Baretta. Poi il tandem pidiellino composto da Cicchitto e Cazzola. E alla fine Casini.

L’incontro più delicato è quello con il capogruppo del Pd. «Presidente, senza l’indicizzazione fino a 1.400 euro e una maggiore gradualità sull’applicazione della riforma previdenziale, per il mio partito la situazione diventa davvero difficile», spiega Franceschini al premier. Neanche mezz’ora dopo “Dario” è a colloquio con i democratici delle commissioni Bilancio e Finanze. L’indicizzazione arriva quasi a 1.400 e un po’ di gradualità c’è. Mancano la lotta all’evasione, certo. E soprattutto c’è lo stop alle liberalizzazioni, che fa infuriare Bersani. «Ma di più», annuncia il capogruppo del Pd, «non siamo riusciti ottenere». Sono le 15. L’ora esatta in cui la mediazione che probabilmente porterà i Democratici a rinviare l’assemblea nazionale di venerdì e sabato (c’è la concomitanza col voto di fiducia) fa un passo in avanti. Quello decisivo.

I mal di pancia, soprattutto in casa pd, rimangono. E Bersani, che insieme a Enrico Letta incontra i sindacati, ne tiene conto. «Il governo ascolti il Parlamento e le forze sociali», spiega il segretario. «Ieri (lunedì, ndr) c’è stata una mobilitazione. Qualcosa l’esecutivo la deve dire». Stefano Esposito, il parlamentare torinese che insieme al collega Antonio Boccuzzi aveva anticipato un possibile voto contrario, ammette che «nel maxiemendamento ci sono alcuni passi in avanti». Di certo, aggiunge, «io voglio vederci chiaro. E ce l’ho con il mio partito, che ha annunciato il voto favorevole alla manovra senza nemmeno averla vista».

Ne ha per tutti, Esposito. Per un governo «con cui si fatica a parlare». Per il ministro Fornero, «che si muove come se stesse ancora nel consiglio di sorveglianza di Banca Intesa». E siamo alle 20. A quando, dopo l’annuncio della fiducia, a Montecitorio, in Commissione, si arriva alla discussione sull’abolizione delle giunte provinciali. «State facendo una cosa da fascisti», è l’argomentazione della pidiellina Maria Teresa Armosino. «Solo il fascismo aveva provato ad abolire le provincie», aggiunge. Per la cronaca, oltre a essere parlamentare, Armosino è anche presidente di una provincia. Quella di Asti.