La disfida dei sacchetti verdi Bio-mais o nuova plastica?

Rita Querzè – CorriereDellaSera

Mistero chiarito. Che faccia ha la lobby che ha bloccato l’invasione dei sacchetti di bioplastica (quella che si rompe più facilmente ma sostenibile per l’ambiente)? Chi ha fatto sparire dal decreto Milleproroghe i nuovi criteri sulla biodegradabilità delle borse della spesa e le sanzioni per chi non li rispetta? Le multinazionali non c’entrano. Questa volta la «colpa» è delle piccole aziende.

«I PICCOLI» – Oltre 2 mila, si stima, concentrate in Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia. La stragrande maggioranza sotto i quindici dipendenti, per un totale di 20-25 mila addetti. «Eravamo disperati. Se quelle norme fossero passate non avremmo riaperto dopo le vacanze. E così abbiamo inondato di mail il ministero dell’Ambiente», racconta Maurizio Paratore della Camar Plast di Domodossola, una delle imprese in prima fila nel posare le barricate. La partita, però, resta aperta. Il ministero chiarisce che quanto uscito dal Milleproroghe rientrerà tramite un emendamento o un decreto ad hoc. In tempi brevi.

CRITERI – La materia del contendere non sono i sacchetti dei super. «Da noi la rivoluzione c’è già stata un anno fa. Oggi vendiamo il 70% in meno di borse usa e getta. E vincono le sporte riutilizzabili», constata per esempio Claudio Mazzini, responsabile sostenibilità e innovazione di Coop Italia. A fare gola ai produttori sono i sacchetti che escono dai piccoli negozi. Se fossero entrati i criteri di biodegradabilità di cui si parlava sotto Natale, anche il piccolo commercio sarebbe dovuto passare alle bioplastiche. Quelle fatte con amidi di mais, riso o patata al posto del petrolio. «Ma noi viviamo proprio delle forniture dei negozi», insiste Paratore. «Le grandi imprese possono riconvertire la produzione dalla plastica alla bioplastica. Noi no. E poi i piccoli negozi non vogliono la bioplastica. Piuttosto passeranno ai sacchetti di carta».

ADDITIVI – Nell’ultimo anno i piccoli produttori hanno sostituito la plastica tout court con la plastica con additivi. Sostanze (importate dall’estero) che facilitano la scomposizione dei sacchetti in tempi brevi. «Ma la plastica resta», non fa sconti Andrea Poggio di Legambiente. «Questi prodotti non solo non risolvono il problema, hanno anche garantito extraprofitti visto che i sacchetti fintobio vengono venduti a 10 centesimi come gli altri mentre i costi di produzione sono minori. Ora il governo li proibisca».

POLITICA DIVISA – Il rompicapo dei sacchetti di plastica divide anche il Pd. Da una parte gli ambientalisti (i senatori Francesco Ferrante e Roberto Della Seta) dall’altra l’onorevole Stefano Esposito. Che non ha dubbi: «Troppo facile fare gli ambientalisti sulla pelle di 20 mila lavoratori. Io non ci sto». «È il mercato, bellezza», ribatte Francesco Bertolini, presidente del Green management institute e docente alla Bocconi di Milano. «Ieri i pc hanno sostituito le macchine per scrivere, oggi cambia il settore dei sacchetti. E l’esigenza di tutelare l’ambiente è una motivazione più che valida».