Risposta ad Ettore Boffano LE FOLLIE MEDIATICHE DEGLI AMMINISTRATORI

“Grande è la verità, ma ancor più grande, da un punto di vista pratico, il silenzio sulla verità” (Aldous Huxley “Il mondo nuovo”)

Il male delle città non sono i buchi di bilancio, le vocazioni perdute e quelle nuove mai nate o l´incubo della Grande Recessione.

Recessione che, quando dovesse materializzarsi sul serio, colpirebbe per primi i luoghi dove servizi pubblici e cittadini coincidono alla perfezione: le città, appunto. Il male delle città, invece, è quell´improvvisa follia mediatica che, più o meno quindici anni fa, si è impadronita di sindaci e assessori (ma ancor di più di comunicatori, sociologi ed economisti al loro servizio e pagati profumatamente, a borderò), e che ora pretende di continuare a dettar legge anche nei giorni dei tagli e del risparmio. I suoi codici inattaccabili sono la vanagloria, la mistificazione conclamata (a volte bonaria, a volte più cialtrona), l´esagerazione innalzata a Vangelo, le «magnifiche sorti e progressive» applicate insomma a ciò che invece dovrebbe essere solo serio e concreto.

Come se vendere il futuro di una città, i servizi di un Comune o la realtà dei suoi conti economici fosse la stessa cosa che provare a sbolognare tappeti orientali: dalla dubbia provenienza e, per giunta, in un mercato rionale. C´è, poi, chi ne ha fatto un mestiere e chi, attorno a quegli inganni pubblicitari, ha costruito carriere e lauti stipendi che ora gli rimangono anche se – chiamato alla prova di incarichi più complessi nella macchina pubblica – ha mostrato la corda del proprio fallimento professionale.

Ecco, se il governo tecnico di Mario Monti riuscirà davvero a ridare un po´ di sobrietà al costume pubblico, c´è da augurarsi che ciò avvenga anche riguardo alla comunicazione istituzionale degli enti locali italiani. Questione che non riguarda solo le campagne promozionali delle città e delle regioni, ma che si allunga anche sui modi del dibattito politico e della procedura amministrativa interni a quegli stessi enti.

Meno esagerazioni, insomma, meno ipotesi campate in aria per ammantare d´ineluttabilità scelte e decisioni che rispondono invece a interessi ben diversi da quelli che si fanno spesso intendere. Provate a riflettere, per esempio – e proprio mentre il governo dice no a Roma per la sua candidatura – su come, sei anni dopo le Olimpiadi del 2006, la “casta” torinese che le guidò si sia rifiutata sistematicamente di ammettere anche solo errori o esagerazioni di valutazione.

Ricordate le belle intenzioni del 2006? Quelli – i responsabili del Toroc furono perentori; e anche un po´ arroganti a dire il vero – avrebbero dovuto essere i primi giochi mondiali invernali che non avrebbero lasciato “cattedrali nel deserto” o impianti inutilizzati. In questi giorni, un libro scritto da Davide Carlucci (cronista di Repubblica) e Giuseppe Caruso (giornalista dell´Unità) – “Magna magna”, Ponteallegrazie, pp.307, euro 14 – traccia invece un impietoso, ma documentato ritratto di come quelle promesse siano state tradite (e non solo nelle valli alpine).

La propaganda e l´esagerazione, però, sono due vizi duri a morire. Torino riesce infine a non perdere un centinaio di milioni, frutto del “tesoretto olimpico”? Subito l´evento è presentato come risultato di comportamenti virtuosi, tacendo che il vero buco (enorme) sta divorando le casse comunali e che quel “tesoretto” sarà adesso assorbito quasi interamente dall´inutile e infinita manutenzione di impianti altrettanto inutili (e tacendo, soprattutto, riguardo alle mire poco chiare che già si nascondono dietro quelle manutenzioni milionarie).

Così, l´ultima delusione per gli entusiasti cantori della promozione pubblica di una “Torino che non stava mai ferma”, giunge infine da MiTo, la sigla programmatica che una ricerca condotta dalla Bocconi (curata da Giuseppe Berta, l´intellettuale torinese che, da qualche tempo, si è affrancato con vigore dal fiancheggiamento delle vanaglorie subalpine) svela ora nelle sue gravi carenze e nei suoi default evidenti. Anche qui, le domande sono d´obbligo. Vi rammentate, infatti, quanto quel presunto asse tra Torino e Milano fu esaltato e utilizzato per farci digerire prima l´idea dell´Alta velocità (da esportare poi ovunque e, in particolare, in Val Susa) e, subito dopo, la cessione del San Paolo? E, infine, quanto ci vorrà ancora perché dati e conti veritieri ci spieghino che la gloria culturale torinese di Settembre Musica è stata sacrificata alla potenza milanese, proprio all´insegna del MiTo fasullo?

ETTORE BOFFANO

Ettore Boffano è un commentatore sempre acuto che ha la capacità e la voglia di affrontare temi che altri preferiscono evitare. E’ uno dei pochi capace di aggredire e smontare i luoghi comuni amati dalla classe politico-economico-amministrativa che governa Torino e ha scritto pagine lucide sulla Compagnia di San Paolo come sull’intoccabile sistema dei circoli culturali nostrani. Nel suo ultimo ‘Avviso ai naviganti’ dedicato alla ‘follia mediatica’ degli amministratori, Boffano fa una lettura che sostanzialmente condivido a proposito dei difetti della comunicazione istituzionale e della vanagloria che spesso l’ha caratterizzata. Quello che, però, non condivido né comprendo è perché si voglia dare di un evento come le Olimpiadi invernali del 2006 – che ha cambiato incontestabilmente la nostra città – un giudizio nettamente negativo partendo dal tema degli sprechi. Da Boffano mi sarei aspettato un ragionamento più puntuale e approfondito. Mi permetto di abbozzarlo. Le Olimpiadi sono state un’occasione straordinaria – nel senso letterale di non ripetibile, quindi senza alcuna esagerazione mediatica – che la città ha saputo ben sfruttare. Un’occasione straordinaria che ha messo in campo un importante finanziamento da parte dello Stato. Le risorse investite sono state impiegate e gestite su due fronti, e non bisognerebbe dimenticarlo. Il primo fronte è quello dell’evento sportivo, gestito dal Toroc. Il secondo fronte è stato quello della realizzazione delle opere infrastrutturali e della nuova viabilità. Sotto il profilo sportivo le Olimpiadi sono state un evento di successo, ma il Toroc ha lasciato un ‘buco’ di 400 milioni di cui si è fatta carico la Città. Sul versante infrastrutturale, grazie ad un’azione di lobby territoriale dei parlamentari piemontesi abbiamo ottenuto che l’avanzo di 112 milioni di euro che giace nelle casse dell’Agenzia Torino 2006 (su un miliardo e 160 milioni erogati dallo Stato) possa essere utilizzato dal nostro territorio da qui al 2018 a favore dell’eredità impiantistica. Ora, chi ha gestito il Toroc non sono degli ‘oscuri burattinai’ né ‘uomini invisibili’: hanno un nome e un cognome ben noti. Quindi, invece di parlare genericamente di ‘sprechi’ olimpici, si indichino con precisione le responsabilità di queste persone e, magari, li si inviti a fare un passo indietro anziché riproporli un giorno sì e l’altro anche ora come commentatori ora come aspiranti a prestigiosi incarichi. Circa i 112 milioni di avanzo che adesso il nostro territorio potrà utilizzare, non comprendo perché si debba avanzare subito il sospetto che saranno spesi male. Voglio ricordare che le Olimpiadi invernali 2006 non sono state macchiate da alcuna inchiesta giudiziaria, pertanto perché alimentare questa ‘cultura del sospetto’? Che poi è la stessa che porta i No Tav a dare dei mafiosi a tutti coloro che sono a favore dell’Alta Velocità, come se una grande infrastruttura necessariamente debba essere appannaggio della criminalità organizzata. Piuttosto tutti, dalla politica ai media, dovrebbero porsi come obiettivo quello di svolgere uno stringente ruolo di controllo, affinché le risorse in questione possano davvero funzionare come volano per la nostra città e le nostre valli olimpiche. Non sono molti i territori che hanno la fortuna di avere a disposizione simili ‘tesoretti’. Bisognerebbe compiacersi e impegnarsi a farli sfruttare al meglio. Così come bisognerebbe compiacersi quando i parlamentari di diversi partiti riescono a fare gioco di squadra e a portare a casa risultati significativi. Perché è ben strano che la ‘lobby politica piemontese’ venga spesso evocata e poi, quando la si realizza con successo, ecco che viene stigmatizzata in nome di una cultura autoflagellatoria che francamente non comprendo. Se vogliamo scongiurare nuove future ‘follie mediatiche’ non possiamo certo rinunciare alle opportunità, ma, piuttosto, si dovrebbe far tesoro degli sbagli commessi in passato, indicandone con precisione i responsabili e evitando la generica e indistinta polemica sugli sprechi.

 Stefano Esposito