Fassino: attenti ai No Tav tra i pacifisti ci sono eversori

Cesare Martinetti – LaStampa

Quello che sta accadendo a Giancarlo Caselli è molto grave, dice Piero Fassino. L’escalation di minacce e intimidazioni è un tragico copione già visto. Attenzione al movimento No Tav: insieme a pacifici e legittimi contestatori della linea ad alta velocità, ci sono soggetti che puntano all’insurrezione e all’eversione.

Così dice il sindaco di Torino sulle ripetute contestazioni a Caselli che negli ultimi giorni – a Milano e a Genova – hanno impedito al procuratore di Torino di presentare il suo libro sulla giustizia. Ma Fassino vuole anche rispondere all’editoriale di Luigi La Spina su La Stampa di ieri.

Signor sindaco, non state un po’ sottovalutando questo clima di intimidazione contro Caselli, giornalisti, politici favorevoli al Tav?

«Non direi proprio. In consiglio comunale questi incidenti sono stati stigmatizzati in modo netto e inequivoco. Ogni forma di intimidazione è inaccettabile quale che ne sia la ragione. È legittimo contestare l’alta velocità o altre opere. Non è accettabile che la contestazione si realizzi attraverso forme di sopruso e violenza che contrastano con i principi e le regole di ogni società democratica».

Ma perché le scritte contro Caselli e altri non sono state subito rimosse dai muri della città?

«Non è vero. Intanto sono state immediatamente censurate e condannate. E subito sono stati inviati i tecnici a coprirle. Ma erano i giorni del grande gelo e al di sotto di una certa temperatura tecnicamente non si può fare la sabbiatura dei muri. Si è sospeso per qualche giorno, poi è stato cancellato tutto. E se qualcuno dovesse di nuovo imbrattare i muri interverremo immediatamente».

La storia non si ripete sempre uguale, ma – come notava La Spina citando Raymond Aron – ci sono delle costanti. A Torino si è già vissuta la stagione delle intimidazioni individuali. Ricorda, signor sindaco?

«Ricordo bene come cominciò. Minacce nei confronti dei capisquadra, lettere minatorie ai magistrati, volantini che indicavano bersagli umani. E a poco a poco dalle parole si passò a gambizzazioni e assassinii…».

Lei era un militante del Pci e operava nelle fabbriche, soprattutto a Mirafiori. Allora non foste pronti a capire che quei volantini avrebbero portato alle pistole. Vero?

«Verissimo, all’inizio non si colse il pericolo che stava maturando, poi però si prese coscienza e ci fu una reazione da città, istituzioni, partiti e sindacati che sostenne l’azione della magistratura e che sconfisse il terrorismo».

Ora lei sta invece drammatizzando e ricorda il terrorismo degli anni Settanta. Pensa che quella stagione possa davvero tornare?

«Oggi siamo in un contesto diverso, ma sarebbe sciocco non vedere che in una fase di crisi in cui si manifestano anche fenomeni di disagio sociale ci può essere il rischio che qualcuno sia tentato di trasformarlo in atti violenti ed eversivi. Di qui la necessità assoluta di una reazione molto ferma di fronte ad atti intimidatori come quelli contro Caselli. Difendere le convivenza è responsabilità di ciascuno di noi».

Nel movimento No Tav c’è chi scrive volantini che scimmiottano quelli di un tempo, quelli che spediscono buste con proiettili, ma vi sono anche i professori del Politecnico che contestano l’impatto ambientale dell’opera e le famiglie della Val Susa. Lei che idea ha di quel movimento?

«Ci sono state due fasi: con il primo tracciato della linea che aveva un forte impatto ambientale si formò un movimento con un ampio consenso tra la popolazione della Val di Susa. Ora, grazie al lavoro dell’Osservatorio, il progetto è stato rivisitato completamente, è quasi tutto in galleria, l’impatto ambientale è governato e meno critico. Si è tenuto conto delle osservazioni della valle, si realizzerà un riassetto idrogeologico di cui beneficeranno tutti i comuni».

E cos’è oggi questo movimento?

«Meno espressione della valle e più di gruppi antagonisti. La ferrovia TorinoLione è diventata il simbolo contro cui scagliarsi in nome di un rifiuto totale di qualsiasi grande opera. Una parodia del “Sim”, lo Stato imperialista delle multinazionali, come scrivevano le Br. Alle manifestazioni ci sono quelli di Livorno che non vogliono il rigassificatore o quelli di Vicenza che contestano l’aeroporto militare. Manifesta quella cultura che ritiene nemica ogni infrastruttura. Io penso che il rapporto tra uomo e natura non possa essere di sola conservazione ma soprattutto di trasformazione».

Ma che dice alle migliaia che contestano in modo pacifico, come all’ultima manifestazione, un happening, e come speriamo sia sabato prossimo?

«Che difendo il loro diritto costituzionale di manifestare contro l’alta velocità. Nessuna demonizzazione, da parte mia. Ma anche nessuna cecità: nel movimento antagonista ci sono frange che hanno tendenze insurrezionali ed eversive. Queste vanno isolate e messe nelle condizioni di non nuocere».

Che giudizio dà dell’inchiesta della procura di Torino che ha portato in carcere una trentina di persone accusate di violenza alle manifestazioni?

«Conoscendo Caselli e il rigore del suo metodo di lavoro sono portato a pensare che abbia valutato con ponderazione le scelte. E bisogna anche considerare che i provvedimenti sono stati esaminati da altri giudici, tre ordinanze del tribunale della libertà che hanno confermato la fondatezza dei provvedimenti».

Sindaco, lei è convinto della necessità della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione?

«Sì, perché non è soltanto una ferrovia locale, ma un tratto di un asse strategico, uno dei trenta corridoi paneuropei che determineranno nel prossimo secolo non solo mobilità ma anche sviluppo e quella crescita di cui abbiamo bisogno. Non farla significa tagliare fuori il Piemonte dalla trama delle grandi linee europee. Una responsabilità enorme per le generazioni future».