NON HA FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA CHI NON RICONOSCE LO STATO E LA DEMOCRAZIA. DI FRONTE AI DELIRI DEI CAPI NO TAV SERVONO QUOTIDIANE PRESE DI DISTANZA

Quanto avvenuto ieri alla conferenza stampa dei No Tav è tanto grave quanto inaccettabile, o almeno dovrebbe esserlo in un Paese che non ha smarrito né la consapevolezza dei principi democratici né il senso della misura. Presentando il dossier contro le forze dell’ordine, Alberto Perino (un signore che non ha mai perso occasione di istigare alla violenza con le sue reiterate esternazioni deliranti) e Lele Rizzo (capo di uno dei centri sociali più violenti d’Italia) hanno dichiarato di ‘non fidarsi’ del Procuratore Caselli, bollando il lavoro dei magistrati torinesi come giustizia a ‘senso unico’. Parole impressionanti, che neppure i più pericolosi mafiosi perseguiti da Caselli hanno mai adoperato, e che ricordano molto da vicino il teorema berlusconiano delle toghe rosse e delle inchieste ad orologeria.

Parole che confermano ancora una volta lo schema di pensiero dei leader No Tav. Ovvero, quello di considerare se stessi e la Valle di Susa come una ‘Repubblica autonoma’, una sorta di contea ribelle che non riconosce le decisioni delle istituzioni, che considera gli agenti alla stregua di forze militari occupanti, che identifica la democrazia con i propri parziali interessi localistici, che non ha fiducia nella magistratura. Tutta la fraseologia adoperata dal movimento No Tav conferma questo schema. Finalmente la politica sembra aver colto i pericoli di questa parte dei No Tav che sono riusciti a far passare i propri deliri insurrezionalisti come fossero il pensiero prevalente dell’intero movimento.

Nelle parole di Perino-Rizzo, poi, ritroviamo un altro schema altrettanto pericoloso: quello che tende a giustificare le violenze dei No Tav in quanto reazione difensiva alle violenze della polizia. Ora è bene dirlo con chiarezza, ancora una volta: questo modo di ragionare è lo stesso dei gruppi extra-parlamentari degli anni Settanta, cioè un linguaggio para-terroristico.

Tutto ciò si accompagna, poi, all’ormai quotidiano ‘assedio’ al Procuratore Caselli per impedirgli di parlare in pubblico, il che sarebbe più che sufficiente per suggerire a tutti di pronunciare parole nette di condanna e solidarietà. Un atteggiamento che va praticato quotidianamente, anziché pensare che la dichiarazione di condanna fatta una volta valga per sempre.