Strabismi valsusini: Frejus sì, Tav no

Stefano Esposito, Emanuele Rebuffini – Europa
Ad un anno di distanza dalle gravissime violenze avvenute in Valle di Susa (con più di 300 agenti feriti e contusi), il cantiere di Chiomonte continua ad essere oggetto di attacchi da parte di gruppi di anarco-insurrezionalisti e antagonisti vari, che da tempo hanno eletto questa zona a “palestra” dove esercitare il tiro al poliziotto. Anche quest’anno a poca distanza dal cantiere è sorto un campeggio No Tav, dal quale partono incursioni contro le reti e chi le protegge. E così sarà, probabilmente, per tutta l’estate.
A differenza del luglio scorso appare a tutti evidente che la protesta contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione si è sgonfiata. Il movimento ha pagato l’incapacità e la non volontà di prendere le distanze dai violenti; governo e parlamento hanno fatto comprendere senza ambiguità che la Tav è una priorità per il paese; magistrati e forze dell’ordine hanno individuato molti dei responsabili delle violenze (ora sotto processo), e proprio in questi giorni si sta dando concretizzazione al capitolo delle compensazioni. Il movimento No Tav si è reso conto di aver perso la battaglia di tutte le battaglie e, di fronte ad un’opera che avanza in modo inesorabile, ha cercato di esportare la protesta altrove, facendo sventolare le proprie bandiere ovunque vi sia una contestazione anti-sistema (perfino davanti al tribunale di Milano dove si processavano le nuove Br).
Una scelta che si è rivelata controproducente e che ha dimostrato come la ferrovia ad alta velocità fosse un pretesto per tanti No Tav, l’occasione per indossare i panni dei para-guerriglieri contro lo stato e le istituzioni tutte. Ma vi è una vicenda che evidenzia le ipocrisie e le contraddizioni del movimento e dei vari amministratori locali contrari alla Tav, a cominciare da chi guida la Comunità montana: il raddoppio del Frejus. Infatti, sta diventando sempre più concreta l’ipotesi che la seconda canna del tunnel autostradale del Frejus da galleria di sicurezza venga aperta al traffico diventando così una seconda canna di transito. Un’ipotesi che trova il riscontro favorevole della regione Piemonte e dei vertici della Sitaf (la società a partecipazione pubblica che gestisce l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e il traforo del Frejus), il cui presidente, Giuseppe Cerutti, ha dichiarato che a suo giudizio l’apertura della seconda canna dovrebbe servire ad incrementare il traffico sul Frejus a scapito degli altri valichi.
Agli argomenti del partito trasversale delle autostrade (cui appartiene anche il presidente della Comunità montana Sandro Plano, storico dipendente Sitaf), ha replicato con lucidità Bernadette Laclais, sindaco di Chambéry e vice presidente della regione Rhône- Alpes (nonché neo-parlamentare socialista), che ha premesso di essere perfettamente d’accordo con l’esigenza di una maggiore sicurezza nell’attraversamento del Frejus e, quindi, di essere favorevole alla seconda canna purché questa non faccia incrementare di un solo tir in più l’attuale traffico autostradale, che oggi è di circa 2.500 tir al giorno.
Anzi, semmai, ha spiegato la Laclais, il problema è quello di riportare le percentuali di trasporto su ferro nel rinnovato tunnel ferroviario del Frejus a quelle passate, che erano circa del 30 per cento (oggi scese al 12 per cento). Una posizione autenticamente ambientalista, pienamente condivisa da chi in questi anni si è faticosamente adoperato per costruire un ampio e trasversale consenso intorno alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione nella convinzione che il trasferimento delle merci dalla gomma al ferro costituisca un impegno politico strategico e irrinunciabile.
Ci piacerebbe che qualcuno dei vari maître à penser del movimento No Tav, magari qualcuno dei professori “accademici” che firmano appelli contro la Torino- Lione, spiegassero perché la Tav è un’opera inutile, costosa, devastante per la Valle e pericolosa per i suoi abitanti, mentre il raddoppio del Frejus non suscita alcun tipo di critica e contestazione.
Non una marcia di protesta dei vari comitati, non un sit-in all’ingresso dell’autostrada, non una bandiera fatta sventolare su qualche “baita resistente”. Eppure siamo di fronte a un’infrastruttura che attraverserà per 12 km la stessa montagna del tunnel di base della Torino-Lione, ponendo problemi analoghi (cantieri, smarino, polveri). Contro la Tav si è scatenata una guerra, mentre il raddoppio del Frejus avviene nel più completo silenzio. Purtroppo sui temi dei trasporti da troppo tempo assistiamo a un dibattito provinciale e del tutto ideologico (con la Tav diventata un simbolo), mentre sarebbe importante e utile alzare lo sguardo oltre le Alpi. Per questo è urgente che tutte le amministrazioni locali, a cominciare dalla Provincia di Torino, non solo riaffermino l’impossibilità che la galleria di sicurezza si trasformi in seconda canna di transito, ma si adoperino per aprire una fase politica affinché la lobby a sostegno della Torino- Lione possa esprimere questa posizione senza ambiguità alcuna.
Un problema non solo valsusino e piemontese, perché in gioco c’è la scelta tra due diverse culture del trasporto, tra l’inquinante autostrada e l’ecologico treno, tra la gomma e la rotaia.